Kim Taegon, la guida per capire la Corea

Fu il primo sacerdote martire del paese asiatico e ucciso a soli 44 anni
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November 3, 2026
Kim Taegon, la guida per capire la Corea
Andrea Kim Taegon (1821-1846)
Il cristianesimo in Corea ha una storia particolare: è arrivato grazie ad alcuni giovani coreani che, leggendo dei libri arrivati dalla Cina, hanno conosciuto la fede e deciso di approfondirla. Per anni l’hanno vissuta senza sacerdoti, spesso di nascosto, rischiando la vita. Tra loro c’è Andrea Kim Taegon, il primo sacerdote coreano, ancora oggi una delle figure più significative per i cattolici in Corea. Andrea nasce nel 1821 in una famiglia cristiana, in un tempo in cui professare quella fede era proibito. Ancora adolescente viene mandato a Macao per la formazione sacerdotale. Viene ordinato a Shanghai nel 1845 e sceglie di tornare in Corea, consapevole dei rischi che corre. Lo catturano e lo decapitano il 16 settembre 1846, a soli venticinque anni. Nel 1984 Giovanni Paolo II lo proclama santo a Seul, insieme ad altri 102 martiri coreani, nella prima canonizzazione celebrata fuori Roma. Quando abbiamo conosciuto la sua storia, ci ha colpito soprattutto una cosa: aveva più o meno la nostra età. E ha scelto di tornare. Naturalmente le nostre esperienze sono molto diverse e non vogliamo fare paragoni: noi non rischiamo la vita per la nostra fede e siamo arrivati in Corea per una missione a cui abbiamo scelto di dire di sì. Eppure, la sua storia ci ha portati a pensare alla nostra scelta di partire e a quello che ci ha condotti fin qui. Ci siamo chiesti che cosa significhi sentirsi chiamati a qualcosa e come rispondere quando non si sa ancora bene dove ci porterà quella scelta. Partire per la Corea è stata una scelta concreta, fatta di motivazioni, desideri e tante incognite. Solo arrivando ci siamo resi conto di quante cose avremmo dovuto imparare: una lingua, abitudini diverse, modi nuovi di lavorare e di entrare in relazione con gli altri. Ci sono giorni in cui tutto fila e giorni in cui ci sentiamo spaesati. A volte non capiamo subito come si fanno le cose o quale sia il nostro posto, e dobbiamo accettare di non avere la risposta pronta, di fare un passo indietro e ricominciare. In quei momenti ci è capitato di chiederci il senso della scelta che abbiamo fatto, anche se sappiamo perché siamo partiti e quanto questa missione sia importante per noi: vivere un’esperienza è diverso dall’immaginarla. Forse è proprio vivendo questa esperienza che stiamo scoprendo come una scelta possa diventare una chiamata. Siamo partiti con le nostre motivazioni e i nostri desideri, ma è nell’incontro con le persone, nelle difficoltà e nelle cose che non avevamo previsto che stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, il significato di questa missione. Il ritorno di Andrea è una chiamata. Dopo gli anni di studio lontano è tornato proprio dove la sua presenza era più difficile. Non sappiamo quanto di questa scelta fosse chiara ai suoi occhi e quanto gli sia costato fidarsi. Ha scelto di tornare dalla comunità a cui sentiva di appartenere. Anche noi stiamo per tornare: in queste settimane siamo stati in Italia e tra pochi giorni ripartiremo per Seul. Questa pausa ci ha permesso di guardare a ciò che abbiamo vissuto con un po’ più di distanza, senza avere la pretesa di aver già capito tutto. Torneremo in Corea con nuove domande e con la consapevolezza che conoscere un luogo significa soprattutto imparare a guardarlo attraverso le persone che lo abitano. Andrea Kim Taegon è morto per la sua fede. A noi non è chiesto niente di eroico. Ci è chiesto di esserci, di fare bene le cose piccole, di imparare e di restare disponibili a cambiare prospettiva. La sua storia ci ricorda che una chiamata non ci risparmia le difficoltà e non ci consegna una strada già tutta chiara. A volte ci chiede semplicemente di fidarci abbastanza da compiere il passo successivo.

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