L’Europa dopo il comunismo vista da Martini: «Evitare ideali impossibili»

Nel passaggio storico seguito alla caduta dei regimi dell’Est, Martini in un intervento inedito del 1990 richiamava la Chiesa alla «ricostruzione del tempio»: non un ritorno al passato, ma la capacità di leggere i cambiamenti della società e indicare nuove priorità pastorali
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November 4, 2026
Il cardinale Carlo Maria Martini nel 1996 ad Assisi nel decennale dell'incontro delle religioni con Giovanni Paolo II / SICILIANI
Il cardinale Carlo Maria Martini nel 1996 ad Assisi nel decennale dell'incontro delle religioni con Giovanni Paolo II / SICILIANI
Il 15 febbraio 2027 ricorrerà il centenario della nascita del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002. La Fondazione a lui intitolata sta preparando un calendario di iniziative che accompagnerà l’intero anno, tra incontri, pubblicazioni e appuntamenti a Milano e Roma. Il primo evento sarà oggi, 4 novembre, con l’uscita in tutte le librerie, per Bompiani, di Pace. In Europa e nel mondo, nuovo volume dell’Opera omnia martiniana. Le 832 pagine raccolgono discorsi, omelie, lettere e conferenze che ripercorrono le riflessioni di Martini sui conflitti internazionali e sul futuro del continente europeo. Dalla guerra del Golfo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, dai conflitti nella ex Jugoslavia alle conseguenze dell’11 settembre, i testi restituiscono il percorso di un pastore attento alle trasformazioni della storia e impegnato nella ricerca di vie di dialogo e riconciliazione. Accanto alla pace, il volume approfondisce la visione dell’Europa come «casa comune», fondata sulla libertà, sulla giustizia e sulla solidarietà. La raccolta comprende anche sei testi di particolare rilievo, inediti o riproposti nell’edizione critica. Tra questi, l’intervento del 7 ottobre 1999 alla Seconda Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei vescovi, dedicato a Gesù Cristo come sorgente di speranza per il continente. Di seguito pubblichiamo due testi inediti, conservati nell’Archivio storico diocesano di Milano, pronunciati da Carlo Maria Martini il 30 aprile e il 2 maggio 1990, in occasione dell’incontro dei vescovi dell’Europa centro-orientale organizzato dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). A pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino, l’incontro rappresenta un momento di confronto tra Chiese che per decenni avevano vissuto in condizioni profondamente diverse.

Sul finire dello scorso 1989 e in questi ultimi mesi tutti abbiamo visto – ed alcuni di voi hanno vissuto direttamente e in prima persona – cambiamenti profondi e straordinari, per tanti aspetti inattesi e imprevedibili, che, nel volgere di pochi mesi o addirittura di poche settimane, hanno cambialo il volto del centro e dell’est dell’Europa e hanno messo in essere fattori che, inevitabilmente, esercitano e eserciteranno il loro influsso sull’intero nostro continente. Queste grandi trasformazioni, con la loro sete irreprimibile di libertà, hanno accelerato le evoluzioni, fatto crollare i muri e aperto le porte e tutto ha assunto il ritmo di un autentico sconvolgimento. Esse presentano indubbi risvolti di ordine economico, sociale e politico, ma interpellano certamente e in modo profondo le nostre Chiese e tutte le chiese cristiane. [...] Noi siamo profondamente convinti, come chiese e cristiani dell’Ovest europeo, che abbiamo molte cose da ricevere e da imparare dalle chiese del centro e dell’est dell’Europa, che per troppo tempo abbiamo dovuto chiamare "Chiese del silenzio".[...] Voi ci fate dono, innanzitutto, di una testimonianza forte e coraggiosa della fede, purificata e approfondita dalla lunga sofferenza. Il nostro pensiero va, in questo momento, a tutti coloro che hanno sofferto per la fede, subendo affronti di ogni genere, nelle prigioni, nei campi di concentramento, in esilio. [...] voi ci fate dono di una grande verità dimostrata nei fatti prima ancora che con le parole. In società nelle quali per diversi decenni si era cercato di impostare la convivenza in un rigido e ristretto orizzonte di benessere soltanto terreno e ogni discorso spirituale e religioso veniva demonizzato, rifiutato e proibito, voi avete dimostrato che non è possibile soffocare le libertà fondamentali che danno senso alla vita dell’uomo e che la persona non può sentirsi felice se viene escluso ogni rapporto trascendente con Dio. [...] Alle Chiese dell’occidente, d’altra parte, spetta essere in prima linea nella formazione di convinte coscienze cristiane e di mature comunità ecclesiali, caratterizzate da una fede limpida e profonda, capace di esprimersi e di impegnarsi anche nelle più delicate frontiere e nei più intricati crocevia della storia. In questo modo dovranno mostrare che la fede può essere vissuta seriamente e significativamente anche in un mondo tecnicizzato e complesso come il nostro.

Verso qualche conclusione: Non è certo facile proporre una sintesi conclusiva degli intensi giorni di comunione, di riflessione e di lavoro che abbiamo vissuto insieme. E non è possibile riassumere in poche pagine la ricchezza e la quantità dei dati che sono emersi dal nostro scambio fraterno. Ho, quindi, pensato di introdurmi con una icona biblica, che cerchi di richiamare simbolicamente quanto abbiamo cercato di fare insieme. Anche il papa, nel suo viaggio in Cecoslovacchia, ha fatto riferimento ad una icona biblica. Egli, infatti, ha parlato della distruzione del crollo della torre di Babele per indicare quanto è avvenuto nei Paesi del centro e dell’est dell’Europa Per parte mia, mi riferisco alla immagine biblica della "ricostruzione del tempio".
La stessa responsabilità, inoltre, ci spinge a sottolineare almeno tre punti:
a) il bisogno di crescere sempre nella collegialità episcopale. È, infatti, solo in questo spirito di grande collaborazione che potremo affrontare tanti e così gravi problemi senza esserne schiacciati;
b) l’importanza di una pianificazione pastorale. Se non si vuole essere frantumati dalla molteplicità delle esigenze e dalle richieste, occorre avere un piano pastorale globale diocesano e, possibilmente, nazionale, con l’indicazione chiara delle priorità. Così sarà anche più facile fare appello all’aiuto di altre Conferenze episcopali e di altre diocesi o istituzioni e si cercherà di mettere ordine, per quanto possibile, nei diversi momenti del lavoro per la "ricostruzione del tempio";
c) tuttavia, la metafora della "ricostruzione del tempio" non deve trarre in inganno. Dopo quarant’anni, le situazioni sono irrimediabilmente cambiate e cambieranno in futuro con ancora maggiore velocità. Non è, quindi, possibile pensare di rifare le strutture della Chiesa e delle istituzioni secondo i maestri del passato, anche se alcuni potrebbero ritenere questi modelli come i più facili ed evidenti. Occorre tener conto del cambio di società avvenuto in occidente e che presto si avvererà anche nell'est e, come Chiesa, occorre porsi decisamente nel quadro di questa nuova situazione, per evitare di rincorrere ideali impossibili o di ricostruire opere oggi non più attuali.

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