Parliamo del voto in Israele ma anche di chi soffre a Gaza e in Cisgiordania

Mentre l’attenzione è sui seggi e sugli equilibri parlamentari, restano il dolore di civili, minori e malati. Un appello a non dimenticare chi attende aiuto
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November 5, 2026
Parliamo del voto in Israele ma anche di chi soffre a Gaza e in Cisgiordania
La turbina di un generatore nel campo di Khan Yunis, nel Sud della Striscia di Gaza / Ansa
Centinaia di giornalisti sono venuti in Israele per le recenti elezioni. E ora si tratta di capire cosa succederà e come, e soprattutto se in futuro cambierà qualcosa. Durante la campagna elettorale nessun candidato ha parlato di una pace possibile ad una parte della società civile e moderata che chiede la pace. C’era molta attesa per i risultati di queste elezioni da parte di tanti perché il mondo spera in una nuova prospettiva di pace con un cambiamento di governo in Israele anche se nessun candidato aveva parlato chiaramente di proposte di equilibri nuovi e di pace con la Palestina. La maggiore partecipazione al voto dei cittadini israeliani di origine araba ha dato motivo di credere ancora nella possibilità di una convivenza pacifica. Sono cittadini di nuova generazione, nati in Israele, che conservano usi, costumi, tradizioni delle loro origini che sono radicate a pochi chilometri e che, a poca distanza, hanno ancora parenti e amici. I partiti arabi hanno ottenuto 19 seggi alla Knesset, il parlamento israeliano, la loro voce potrebbe essere determinante per un futuro di pace in Terra Santa.
Si parla di numeri di votanti, di scelte che dipendono dai numeri. Ho pensato ad altri numeri, ai numeri dei morti, dei feriti, di chi soffre e di chi aspetta a Gaza. Ho sentito dentro di me la difficoltà di parlare dell’umanità come numeri sulla tastiera di una calcolatrice, anche se è necessario, anche se dietro ogni numero c’è la storia di una persona. Ho pensato ad un bisogno di pace di una umanità “numerosa” che non è ascoltata da chi la governa. Ho pensato ad una umanità numerosa, abbandonata e dimenticata a Gaza che chiede aiuto e pace ad una comunità internazionale che si gira dall’altra parte ma è attenta ai risultati e ai numeri della politica. Si respira incertezza e tensione: tutti in Terra Santa sentono la paura di un’altra e sempre nuova guerra annunciata.
In questi giorni ho incontrato molti giornalisti accorsi in Israele da tutto il mondo: hanno scritto, documentano lo spoglio delle schede, sono ripartiti senza poter annunciare un nuovo governo, un possibile nuovo corso della situazione. Nonostante la loro esperienza professionale, nessuno ha potuto fare previsioni. Tanti di loro non hanno potuto raggiungere la Cisgiordania, nessuno è potuto andare a Gaza. Difficile spiegare quello che succede in Terra Santa, difficile entrare nei meccanismi della violenza che causa soprattutto morte, distruzione e disumanità, difficile comprendere le difficoltà che la gente affronta ogni giorno e giorno per giorno. Penso che sia importante parlare di quello che succede in Terra Santa da tre anni, della sofferenza disumana di questi anni e della storia di una terra oltraggiata e martoriata da troppo tempo ma non dobbiamo parlare solo di numeri perché dietro ogni singolo numero c’è un essere umano, perché è sempre difficile parlare di dolore, ed è un rischio abituarsi alla violenza. Per questo bisogna parlare di pace per eliminare ogni ombra sul bisogno di pace per chi non ha più voce perché è diventato un numero: farlo significa anche ricordare i tanti giornalisti che a Gaza sono stati uccisi mentre cercavano di mostrare una realtà difficile da immaginare.
I giornalisti stranieri non sono entrati a Gaza, ma sono grato a tanti di loro che tengono sempre accesa la luce sulla Terra Santa. Come sempre, il mio pensiero va ai bambini che vivono queste situazioni difficili che impediscono loro di avere una vita normale e uno sviluppo sereno della personalità. A Gaza l’emergenza sanitaria è totale per la mancanza di ospedali e di farmaci, ventimila bambini rischiano di morire se non avranno cure o la possibilità di uscire per raggiungere ospedali all’estero. Non dimentichiamo ogni persona che ancora soffre a Gaza, in Cisgiordania, nel mondo: sono persone, non sono numeri.
Ibrahim Faltas è Direttore delle Scuole della Custodia di Terra Santa

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