«Il tycoon ha tradito l'America profonda. Ma non siamo alla fine del ciclo sovranista»
di Diego Motta
Lo storico Orsina: «È la crisi indiscutibile di un modello, non a caso punito dagli elettori. La spinta rimane però in direzione nazionalista e Meloni si muove in quel solco. La vittoria democratica? Per il momento è solo una vittoria “contro”»

«La crisi del trumpismo è indiscutibile, ma questo non vuol dire che la marea sovranista sia finita. Anzi, a chi parla di onda blu democratica negli Usa rispondo che il lavoro di costruzione di nuove leadership progressiste comincia adesso e che non sarà affatto semplice». Lo storico Giovanni Orsina, direttore del Dipartimento di Scienze politiche alla Luiss di Roma, smorza sul nascere gli entusiasmi di chi, a sinistra, prova a dare un’interpretazione “allargata” del voto di mid term americano, quasi si dovesse replicare automaticamente, in Italia come in Europa, nei prossimi mesi lo scenario che si è presentato negli States. «Siamo di fronte a ondate diverse che investono l’opinione pubblica e molto spesso l’esito delle consultazioni è legato a contingenze e fattori locali» premette. Nel nostro Paese, basterebbe ricordare l’ottimismo con cui il centrosinistra cavalcò nel biennio 2007-2008 il motto di Obama “Yes, we can”, per galvanizzare l’allora opposizione di governo. Risultato: rivinse, per l’ultima volta, Silvio Berlusconi, nell’aprile 2008, mentre il leader democratico americano si incamminava verso la Casa Bianca, dove sarebbe stato eletto nel novembre dello stesso anno. Nessun incrocio tra le opinioni pubbliche, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Nessun vaso comunicante, nessuna osmosi. Oggi, secondo Orsina, può essere ancora così, perché «la vittoria degli esponenti del partito democratico negli Usa è stata una vittoria “contro”. E spesso una vittoria contro qualcuno non basta per costruire una piattaforma politica alternativa».
Professor Orsina, in Italia colpiscono i silenzi e gli imbarazzi del centrodestra, che sembra volersi affrancare dalla figura ingombrante di Trump, dopo averlo inizialmente sostenuto. È d’accordo?
Credo che Giorgia Meloni, almeno in una prima fase, abbia davvero sperato che il presidente repubblicano potesse diventare il portabandiera della destra globale, il simbolo dell’internazionale sovranista. Era la legittima aspirazione di chi pensava alla necessità di inserire le esperienze di governo nazionalista in un contesto storico più ampio. Senonché poi ci si è accorti che parlare di internazionale sovranista è un ossimoro, tanto più se chi guida governi nazionalisti non è in grado di contenersi e di contenere le spinte populiste. Quanto alla reazione di oggi, più che i comprensibili silenzi politici vedo il rischio per la premier di un possibile richiamo alla coerenza da parte dei suoi avversari: in campagna elettorale, potranno ricordarle legittimamente gli alti e i bassi del suo rapporto con Trump.
Elly Schlein, a commento della notte americana, ha affermato che «la speranza delle persone è più forte dell’arroganza delle destre».
Le dichiarazioni della leader Pd mi sembrano più un auspicio, un wishful thinking. La sinistra italiana è sempre alla ricerca di un “papa” straniero e va per innamoramenti, non sempre funzionali alla sua offerta politica. È un errore, a mio parere, immaginare che la spinta sovranista sia esaurita. È vero, Trump ha perso ma tra qualche mese potrebbe vincere Marine Le Pen in Francia. E per un Orbán che è stato sconfitto, dopo molti anni al potere in Ungheria, può esserci il successo di Vox in Spagna a fine mese. Siamo in presenza di un ciclo storico, in cui mi pare si muova anche la nostra presidente del Consiglio, che non vuole millantare progetti improbabili ma fare cose di destra, mostrandosi al contempo leader responsabile.
Eppure se si guarda ai vincitori Usa di questa tornata, sembrano esserci tra i democratici novità sia nella proposta che nella risposta ai problemi, dalle battaglie sociali all’appartenenza a comunità che prima erano invisibili e oggi votano per un cambiamento rispetto agli assetti di governo costituiti. Non è sufficiente questo per costituire un’alternativa?
No, almeno finché non si individuerà una candidatura unificante. I nuovi rappresentanti del Congresso e i governatori eletti hanno sfruttato il vento che soffiava in questa fase contro l’inquilino della Casa Bianca. Paradossalmente, è lo stesso vento che soffia da più di un decennio contro la globalizzazione e che ha favorito la ribellione alle élite. Se poi Trump, una volta eletto, si dimostra imperialista anziché isolazionista, se tradisce il messaggio inviato all’America profonda che l’aveva eletto e al mondo Maga, se fa guerre e diventa lo strumento dei padroni di Big Tech, è il suo schieramento a perdere. Gli altri vincono di risulta, ma rischiano poi di costruire alleanze scombinate tanto quella repubblicana sonoramente sconfitta alle urne.
L’Europa cosa deve aspettarsi a questo punto?
In teoria, Bruxelles avrà a che fare con un’amministrazione repubblicana più debole e meno aggressiva verso il Vecchio continente. Non è detto però che un presidente “anatra zoppa” sia anche un presidente meno pericoloso.
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