JD Vance apre il processo a Trump: «Abbiamo perso per colpa della guerra»

di Angela Napoletano, inviata a Washington
L'attacco del vicepresidente Usa e la mezza ammissione del tycoon: ho fatto la cosa giusta, ma in parte la sconfitta è legata a Iran e carovita. Lo choc ha acuito la crisi interna al partito repubblicano, ancora stordito dalla portata della batosta. Dall'orizzonte della nuova America è scomparso (per ora) il timore di una nuova Capitol Hill
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November 4, 2026
Persone applaudono e urlano
Il vicepresidente americano JD Vance / Reuters
L’inizio della fine dell’era Trump è andato in onda martedì notte, alle 23 (ora locale), quando un urlo collettivo trasmesso in diretta da tutte le tv americane ha fatto tremare i vetri del Long Center di Austin, in Texas. La storica vittoria al Senato del democratico James Talarico, acclamata dalla folla elettrizzata tra i “don-don” febbricitanti dei campanacci delle mucche, ha fatto capire che gli Stati Uniti avevano votato per voltare la pagina. I risultati assestati nel corso della giornata hanno certificato la portata della svolta a sinistra: non un’onda anomala ma uno tsunami. I dem hanno strappato al Grand Old Party il controllo dell’intero Congresso. Alla Camera avranno 228 seggi contro i 139 dei repubblicani; 54 contro 44 invece quelli al Senato. La portata dello choc politico è data dagli Stati “rossi” diventati “blu”: senatori dem arriveranno a Washington anche da Kansas, Ohio, Iowa, Maine, Carolina del Nord e Carolina del Sud. Il Michigan manderà il musulmano Abdul El-Sayed. Ai democratici vanno anche governatorati di Atlanta, Sacramento, Columbus, De Moines, Madison, Saint Paul. Il presidente Donald Trump ha incassato la sconfitta cercando di minimizzarla: «Non c’ero io sulla scheda, altrimenti avremmo vinto». A fare i conti con la realtà è stato il suo vice, JD Vance, intervenuto a sottolineare: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra».
Intervistato a telefono da Fox News e Wall Street Journal di primo mattino, il tycoon ha prima ammesso che la sconfitta è «in parte» legata al conflitto in Iran e al carovita causato dall’aumento del costo del petrolio; poi, con tono insolitamente calmo, ha ribadito di non aver alcun rimpianto: «Ho fatto la cosa giusta, la rifarei di nuovo». Poche ore dopo, JD Vance è intervenuto con un lungo post su “X” a dire: «Ve l'avevo detto». Il numero due della Casa Bianca ha ricordato di essere sempre stato contrario all’offensiva militare contro Teheran. «Chi vuol sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni sia valso il prezzo pagato, lo faccia», ha incalzato, aggiungendo: «Ma tutti sanno perché abbiamo perso». Il distinguo apre uno squarcio sulla crisi in corso all’interno del partito repubblicano ancora stordito dalla portata della batosta. Marjorie Taylor Greene, l'ex alleata del presidente, si è spinta oltre: «La colpa della sconfitta è al 100% di Trump, se i repubblicani vogliono avere una chance nel futuro devono cacciarlo». Mentre la Casa Bianca pubblicava un post a ricordare, come se ce ne fosse bisogno, che il tycoon «è ancora il vostro presidente», The Donald avrebbe valutato l’idea di licenziare il Segretario alla Difesa Pete Heghset, salvo poi smentirla: «Sta facendo un buon lavoro, ma sarebbe molto popolare come senatore». Ai giornalisti che lo hanno raggiunto nel cantiere della controversa sala da ballo, ha ribadito: «Deciderò io quando finire la guerra in Iran». Giudicata «un disastro», «un bagno di sangue» persino da Steve Bannon, l’architetto ideologico del populismo in stile “Maga”, la batosta potrebbe far cadere qualche testa all’interno dell’Amministrazione, lo vedremo nei prossimi giorni. Intanto, però, c’è già qualcuno che annuncia l’intenzione di farsi da parte. Lo speaker della Camera Mike Johnson ha fatto sapere che non si candiderà come leader della minoranza repubblicana quando si insedierà il nuovo Congresso.
All'indomani della disfatta elettorale alle midterm la Casa Bianca posta su X una foto di Donald Trump con uno sguardo minaccioso e i pugni puntati sulla scrivania dello Studio Ovale: 'Comunicazione di servizio: è ancora il vostro presidente", si legge nella didascalia sopra l'immagine, 4 novembre 2026. X/WHITE HOUSE
All'indomani della disfatta elettorale alle midterm la Casa Bianca posta su X una foto di Donald Trump con uno sguardo minaccioso e i pugni puntati sulla scrivania dello Studio Ovale: 'Comunicazione di servizio: è ancora il vostro presidente", si legge nella didascalia sopra l'immagine, 4 novembre 2026. X/WHITE HOUSE
Dall’orizzonte della nuova America è scomparso (per ora) il timore delle tensioni che, nel 2021, portarono all’assalto di Capitol Hill. Trump si è detto «assolutamente disposto» a riconoscere la sconfitta e a lavorare con i democratici. Ma ha avvertito: «Se mi mettessero sotto impeachment, ne uscirebbero distrutti». I sospetti preventivi di borghi elettorali della vigilia sono evaporati alla luce, così avrebbero spiegato alcuni consiglieri al tycoon, «di una vittoria dem troppo grande per essere truccata». La stagione che si apre è importante anche per gli stessi democratici. Alla grande festa in blu che gli Stati Uniti stanno celebrando si sono uniti i leader storici. «God bless America», Dio benedica l’America, ha scritto sui social Hillary Clinton. «Alleluia», ha rilanciato Kamala Harris. L’ex presidente Barak Obama ha sottolineato: «Il popolo americano ha lanciato un messaggio chiaro: desidera una politica capace di unire le persone anziché dividerle». Una lezione anche per gli stessi democratici. Tra due anni e due giorni esatti, il 7 novembre 2028, urne di nuovo aperte per le presidenziali.

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