«Vi spiego perché il voto dei cattolici Usa è un messaggio contro gli eccessi di Donald Trump»
Per Massimo Faggioli, professore di Teologia alla Villanova University in Pennsylvania, «una parte dell'elettorato cristiano non ha apprezzato le politiche del terrore contro i migranti. La scelta del Papa di partecipare a distanza alla consultazione ha rappresentato invece un segnale importante di fiducia nel processo democratico»

Nel 2024, il 59% dei cattolici statunitensi aveva votato per Trump. Tre giorni fa, alle midterm, solo il 49% ha confermato il suo voto. Il 50% ha invece votato per i democratici. È un cambiamento che può essere molto significativo, all’interno della comunità che rappresenta il 20% dei cittadini. Ci aiuta a leggerlo Massimo Faggioli, professore di Teologia alla Villanova University, in Pennsylvania.
Professore, il voto di quel 50% dei cattolici testimonia una maggiore capacita dei democratici di intercettarli, o è stato soprattutto un voto contro Trump?
Io credo che sia ancora più che altro un voto contro Trump. Detto questo, i democratici hanno espresso a livello locale alcuni candidati cattolici importanti, come i nuovi governatori del Texas e del New Mexico. In generale però il partito deve ancora ricostruire il suo rapporto con i cattolici. Ci si deve liberare dal fatto che il cattolicesimo abbia la reputazione di essere preferito da una certa cultura di destra che è, appunto, quella di Donald Trump e JD Vance. È un lavoro che i dem hanno fatto parzialmente a livello locale. Non a livello nazionale.
Lei ha parlato anche di una rivincita della “sinistra cristiana” o della “sinistra religiosa”. Perché?
Ci sono una serie di candidati che vengono dalle Chiese cristiane non cattoliche, eletti al Congresso o come governatori. Sono espressione di un protestantesimo classico: non gli evangelici trumpiani, ma ad esempio i metodisti o i presbiteriani, che hanno conservato una forte tradizione di magistero sociale. È comunque una sinistra abbastanza moderata: combatte per il sistema sanitario e per una società che metta al centro la persona, ma non per i temi “woke”. È un passaggio importante e credo che i democratici se ne stiano rendendo conto: è da quella cultura – attenta ai valori sociali – che si possono pescare nuovi candidati. La sinistra strettamente cattolica invece è meno visibile e presente di una volta. Sicuramente risente del fatto che negli ultimi 20-30 anni i temi “woke” e le posizioni sull’aborto hanno messo ai margini del partito dem il personale cattolico. Questo momento potrebbe però segnare un cambiamento. Aggiungo che i vescovi Usa nelle ultime settimane hanno puntato molto sul fatto che in America c’è una questione democratica che va affrontata. Lo hanno fatto senza spingere l’accento sui temi morali classici. Anche questo può essere l’inizio di un nuovo rapporto fra i dem e i cattolici che vogliono fare politica attiva.
Sicuramente tra le questioni che hanno spostato i cattolici ci sono l’immigrazione e le retate dell’Ice.
Una parte dell’elettorato cristiano, che era comunque favorevole a politiche di ordine e sicurezza, non ha apprezzato la situazione di terrore che si è creata. Alle urne ha ripudiato il pugno duro. Il trumpismo aveva promesso di prendersi cura di questioni culturali – come il “gender” o l’immigrazione – e che il prezzo da pagare sarebbe stato sostenibile. Così non è stato. L’aumento del caro vita e la guerra in Iran sono stati “troppo” anche per molti che condividevano gli obiettivi di Trump. Si torna all’idea che gli americani siano sì preoccupati per alcune questioni morali, ma ancor di più del poter far la spesa o del potersi curare.
Il Papa ha dichiarato di aver votato. Questo ha inciso sul voto cattolico?
Il suo voto è certamente andato alla democrazia, anche se ovviamente non sappiamo per chi abbia votato. Ma il Pontefice ha mostrato chiaramente di credere nel processo democratico. Questo ha segnalato una prossimità e una vicinanza senza precedenti fra il Vaticano e la politica americana, anche se non ha probabilmente inciso direttamente sugli elettori. C’è stata un’identificazione del Papa con una democrazia americana moderna: è un segno dei tempi. Anche perché nessuno ha contestato il diritto del Papa a votare, ed è curioso. Una volta ci sarebbero state molte più obiezioni.
Guardando ai risultati del voto, si evidenzia una spaccatura tra i cattolici bianchi (più vicini ai repubblicani) e gli ispanici (questa volta più vicini ai democratici). Le midterm hanno segnato una nuova polarizzazione interna?
Le spaccature non sono certo una novità: c’è, ad esempio, una storia di rivalità molto lunga tra i cattolici americani italiani e irlandesi. Io credo che paradossalmente il trumpismo abbia avuto un effetto unificatore. Trump ha fondato le sue politiche sulla paura: ha preso di mira certi gruppi per far venire meno la fiducia reciproca. Il voto è stato lo specchio di azioni concrete, militanti, che hanno detto «no» alla politica della paura. E che sono anch’esse un fatto storico. La componente ispanica delle Chiese, ad esempio, ha percepito una forte azione delle comunità religiose a proprio favore. In questo senso credo che ci possa essere stata una riunificazione di componenti che, invece, il trumpismo voleva tenere divise.
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