La patrimoniale è tornata al centro del dibattito: cos'è, a cosa serve e perché divide i partiti
La Cgil ha rilanciato l'idea di un contributo di solidarietà, da anni la propone anche Oxfam. Ne parla anche il Campo largo. Ma Ruffini (Più Uno) è contro: funziona solo come propaganda. Balduzzi (Cattolica): sarà una necessità imposta dal declino demografico. Il confronto in atto e le nostre interviste a Misiani (Pd) e Russo (Fi)

Il dibattito torna attuale a ogni manovra e a ogni programma elettorale, ancor più in tempi di crisi. Raramente, però, alla discussione su una tassa patrimoniale si accompagna una visione che renda in qualche modo digeribile un intervento del genere, magari in ottica strutturale, e soprattutto lo giustifichi alla luce della drammatica dinamica demografica che il Paese vive da anni.
Se ne parla nel Campo largo, che di questo potrebbe fare una proposta unitaria in vista della fase emendativa della legge di Bilancio. Alleanza verdi e sinistra l’aveva già proposta lo scorso anno ed è intenzionata a farlo di nuovo, con o senza l’appoggio degli alleati: «Una tassa sulle grandi ricchezze dovrà esserci», ha ribadito ancora ieri Nicola Fratoianni. Dopo il primo tavolo programmatico la leader del Pd, Elly Schlein, non è contraria purché sia europea. Il presidente M5s Giuseppe Conte, invece, non la vede di buon occhio, nonostante alcuni esponenti del Movimento, Chiara Appendino in testa, siano da sempre favorevoli: «Cosa c’è di così difficile nel chiedere a Elkann, a Caltagirone o ad Angelucci un contributo sui patrimoni giganteschi che hanno accumulato? Viviamo un paradosso, siamo di fronte a una lotta di classe al contrario, dall’alto verso il basso», aveva detto l’ex sindaca di Torino di recente alla presentazione alla Camera di un libro sul tema.
Al corteo del 17 ottobre a Roma, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha annunciato lo sciopero generale del 20 novembre rilanciando l’idea di un contributo di solidarietà dell’1% su chi ha un patrimonio netto di almeno 2 milioni, che a suo dire libererebbe risorse per 25 miliardi di euro. E un’opzione simile è stata avanzata da tempo da Oxfam, con la campagna “La grande ricchezza”, che propone un’imposta per le persone con patrimoni superiori a 5,4 milioni di euro, tassando solo la parte eccedente la soglia: l’1,7% per patrimoni da 5,4 a 8 milioni, il 2,1% da 8 a 20,9 milioni e il 3,5% sopra i 20,9 milioni, con un gettito stimato fino a 15,7 miliardi di euro l’anno. Ernesto Maria Ruffini, fondatore di Più Uno, è contrario perché, ha spiegato, «funziona solo per dire di aver tassato i grandi patrimoni». Ma chiede una revisione organica della tassazione, sostenendo che «i redditi del ceto medio sono colpiti come quelli dei ricchi» e che «occorre riportare il fisco nel solco della Costituzione con una tassazione progressiva».
Storicamente, dall’esecutivo guidato da Amato nel 1992 in poi, solo due governi su venti (Amato, appunto, e Monti nel 2011) hanno davvero tassato lo stock di ricchezza, ma nessuno con un’imposta progressiva sui grandi patrimoni. Abbiamo però l’Imu e il bollo sui prodotti finanziari, che per qualcuno rappresentano “patrimoniali nascoste”.
Il tema non è solo italiano. Assieme alle elezioni di midterm , in California si è votato anche sulla Proposition 40 (nota come “Billionaire Tax”), bocciata dagli elettori. L’idea era quella di un'imposta una tantum del 5% sul patrimonio netto dei residenti sopra il miliardo di dollari (circa 200–250 ultra-ricchi), con un gettito da destinare per circa il 90% alla sanità pubblica e ai programmi di assistenza sanitaria statali.
Tra i grandi Paesi Ue, solo la Spagna ha una vera e propria patrimoniale, cioè un’imposta annuale sul patrimonio netto complessivo. In realtà due, anche se non si sommano. La prima, gestita dalle regioni, si paga sopra i 700mila euro, con aliquote statali dallo 0,2% al 2,5%. Poiché alcune regioni la azzerano (Madrid, Andalusia e Murcia, per esempio), dal 2023 ne esiste una seconda, statale, che scatta sopra i 3 milioni con aliquote dall’1,7% al 3,5%. Da questa si scala quanto già versato con la prima: di fatto garantisce un prelievo minimo sui grandi patrimoni anche dove l’imposta regionale è stata azzerata.
La Francia tassa solo il patrimonio immobiliare. In Germania l’imposta c’è per legge ma non si riscuote dal 1997. La Corte costituzionale aveva bocciato il metodo di calcolo di allora, ma la legge non è mai stata abrogata. Sempre in Europa, ma fuori dall’Ue, patrimoniali generali sono rimaste in Norvegia e Svizzera.
Ciò posto, la domanda resta: è ragionevole prevedere un’imposta del genere? La premessa è chiara: stando ai dati della Banca d’Italia, alla fine del 2010 il 5% delle famiglie italiane più ricche deteneva il 40% della ricchezza totale nel nostro Paese, mentre il 10% più ricco arrivava a possederne il 52%. Oggi questi parametri sono cambiati a vantaggio delle famiglie più abbienti: la quota di ricchezza detenuta dal 5% più ricco è salita al 50%, mentre il 10% più ricco ne detiene quasi il 61%.
La valutazione è per lo più politica, specie sulla soglia da fissare. In passato qualcuno aveva proposto di farla scattare anche già da 500mila euro, livello che finirebbe col colpire pure il ceto medio. Ma c’è un elemento poco considerato che depone a favore dell’introduzione della patrimoniale e ha a che fare con il problema della denatalità. Una questione sulla quale Paolo Balduzzi, economista e ricercatore dell’Università Cattolica, prova a ragionare con Avvenire . «C'è un grosso buco nel sistema tributario italiano che non riguarda solo i grandi redditi da capitale, ma anche i grandi patrimoni», spiega, ma il tema è stato spesso affrontato con slogan divisivi: «È sempre stato un tabù. Politicamente, quando se n'è parlato, lo si è fatto sempre in maniera estremamente punitiva» e questo ha generato una paura generalizzata tra i cittadini. Eppure, la necessità di superare questo blocco ideologico è imposta dai numeri dell'invecchiamento della popolazione: «Siamo un paese in inverno demografico – continua Balduzzi –. Vuol dire che ci saranno sempre più pensionati e sempre meno lavoratori». E con la progressiva riduzione della base occupazionale, «il gettito dei contributi sociali rischia di diminuire molto nei prossimi anni». Dunque, «o ci mettiamo a studiare quali forme alternative di copertura possiamo trovare — e penso che il patrimonio possa essere una di queste forme alternative — oppure dobbiamo aspettarci che alcune delle misure cui siamo sempre stati abituati prima o poi dovranno essere tagliate». Il ricorso al patrimonio assume però una logica redistributiva ben precisa, legata alla trasmissione generazionale della ricchezza: «Se i figli sono sempre di meno, i patrimoni concentrati su di loro saranno sempre di più. Ci saranno pochi figli con grandi ricchezze e non mi sembra così iniquo pensare che possano essere utilizzate queste loro ricchezze, invece che i loro pochi redditi, per finanziare gli interventi che adesso finanziamo con l'Irpef e con i contributi sociali». Una riflessione che travalica l'orizzonte immediato della manovra, dunque facilmente destinata a cadere nell’ombra, ma che tocca il cuore stesso della sopravvivenza del patto fiscale e sociale del Paese.
Misiani (Pd): «Il tema è riordinare il sistema e prevedere un'imposta a livello europeo»
Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, con gli alleati si è aperta una discussione sulla patrimoniale?
Noi dem abbiamo da tempo una posizione aperta su questo tema. Nel 2024 abbiamo sottoscritto un programma del Pse che, a livello europeo, chiedeva un contributo di solidarietà sui super ricchi. Per le prossime politiche ci confronteremo con le altre forze della coalizione su come migliorare l’equità e la progressività del sistema fiscale.
E quale sarebbe una modalità efficace?
Ci sono diversi tipi di imposizione patrimoniale nel nostro Paese e complessivamente valgono il 2,2% del Pil, che è un ammontare superiore alla media europea. Il tema, a mio giudizio, è innanzitutto riordinare e razionalizzare il sistema attuale. Rendere più giuste e progressive le imposte patrimoniali esistenti sarebbe già un importante passo in avanti. In ogni caso, dobbiamo correggere l’iniquità di un fisco che, come dimostrano alcuni studi recenti, è regressivo per la fascia più facoltosa dei contribuenti: lo 0,1% degli italiani (cioè più o meno 50mila persone) paga oggi mediamente il 33%, a fronte di una pressione media complessiva del 43%.
Insomma, chi ha di più paga di meno?
Sì, in particolare paga molto meno del ceto medio. Questo accade perché i redditi dei super ricchi non derivano tanto dal lavoro (assoggettato all’Irpef), quanto da redditi da capitale, rendite finanziarie e immobiliari, cioè categorie di reddito tassate con aliquote piatte molto più favorevoli rispetto al regime Irpef.
E con quali strumenti?
C’è chi propone un’imposta patrimoniale progressiva a partire da determinate soglie, chi ritiene preferibile agire sull’imposta di successione e donazione (ambito nel quale l’Italia è di fatto un paradiso fiscale a livello europeo) e chi sostiene di intervenire aumentando l’aliquota marginale massima dell’Irpef. Siamo aperti al confronto. Ci sono posizioni diversificate nel centrosinistra, ma siamo tutti concordi sul fatto che il sistema attuale vada corretto, alleggerendo il carico sui redditi medi e bassi e migliorando l’equità orizzontale e verticale del fisco. L’Irpef, in particolare, va profondamente rivista: oggi i redditi medi sono tartassati, in Italia l’aliquota marginale massima parte già da 50mila euro. In Francia la soglia è di 182mila euro. In Germania 278mila. Le risorse aggiuntive che servono per servizi essenziali in difficoltà come sanità e scuola vanno chieste non certo al ceto medio, semmai ai multimilionari che oggi pagano proporzionalmente molto di meno.
Rispetto all’ipotesi di un intervento a livello europeo: con fiscalità così differenti, come sarebbe possibile introdurlo?
Il coordinamento tributario a livello europeo non è più rinviabile. È inaccettabile che all’interno dell’Ue esistano veri e propri paradisi fiscali che sottraggono gettito agli altri Paesi, la permanenza di regimi così disomogenei genera concorrenza fiscale sleale e indebolisce il mercato unico. Il problema riguarda sia la tassazione degli ultraricchi, sia quella delle imprese, che spesso delocalizzano per approfittare di tali disparità. Un coordinamento comunitario è indispensabile e, se andremo al governo, sarà una delle nostre prime battaglie in Europa.
Il governo ha ipotizzato un innalzamento della Tobin tax. Ritiene corretto muoversi in quella direzione?
Non abbiamo pregiudizi verso quell’intervento, ma ci sembra del tutto sganciato da una visione d’insieme. Non abbiamo preclusioni nemmeno verso la “exit tax”, misura decisa da un esecutivo che fino a poco fa si dichiarava contrario a simili strumenti. Il vero limite è che si tratta di provvedimenti disorganici, decisi solo per fare cassa e calati in un contesto ormai caotico. La legge di Bilancio varata dal governo aggrava l’iniquità generale: il Sole-24 ore ha calcolato che in Italia, a parità di reddito, si potranno applicare fino a 11 aliquote diverse a seconda dello status del contribuente. È un fisco sempre più corporativo, che genera ingiustizie inaccettabili e mina alla radice il patto tra lo Stato e i cittadini.
Russo (FI): «Farla sarebbe un fallimento. Ipertassare è un boomerang e il gettito sarebbe limitato»
Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, perché voi siete da sempre contrari alla patrimoniale?
Per un liberale ogni nuova tassa rappresenta un fallimento e in Italia se ne pagano già troppe. È sbagliato anche l'approccio: pensare di aumentarle ulteriormente va nella direzione opposta rispetto al bene del Paese, che invece si fa riducendo la pressione fiscale.
Ma in un momento come l’attuale un contributo una tantum dell'1% che vada a colpire i grandi patrimoni sopra i 2 milioni non danneggerebbe il ceto medio, no?
Non è proprio questo il momento di riaccendere la lotta di classe, di mettere chi ha di meno contro chi ha di più o di generare contrapposizioni tra cittadini. Una classe politica responsabile cerca di ridurre il divario senza mettere gli uni contro gli altri. È un errore additare un “nemico” all’interno della platea dei contribuenti italiani che le tasse le pagano regolarmente. Il vero obiettivo deve essere colpire chi non le paga: le società con sede fittizia all'estero, chi elude e chi evade.
Quindi di una misura coordinata a livello europeo contro i Paesi che fanno concorrenza fiscale e attirano residenze e aziende si può parlare?
La corretta dimensione per affrontare questo problema è proprio quella europea. Tutte le misure di equità volte a costringere chi elude o evade a pagare sono giuste. Servono anche a contrastare la concorrenza sleale verso le aziende italiane che versano fino all'ultimo centesimo e continuano ad essere sottoposte ad adempimenti molto onerosi.
L’aumento della Tobin tax previsto in manovra vi convince?
La Tobin tax è una tassa e quindi, in linea di principio, non la condividiamo. Ma non sfugge a nessuno che, per difendere chi ha pagato in questi anni il prezzo più alto, e coprire per esempio il taglio dell’Irpef sui ceti medi, è necessario individuare risorse da redistribuire. Alla Camera lavoreremo per ridurre i tagli alla scuola, salvaguardando soprattutto gli insegnanti e i percorsi di sostegno. Chiunque abbia figli che frequentano la scuola pubblica, come li ho io, sa quanto sia gravoso l’impegno dei docenti e quanto l’incidenza dei ragazzi che hanno necessità particolari sia cresciuta negli anni. L’altro obiettivo è ridurre la mancata indicizzazione delle pensioni, escludendo dal blocco quelle più basse.
Se la ricchezza non va tassata, qual è la ricetta contro la disuguaglianza patrimoniale, dato che il divario si è allargato?
Il divario esiste ed è un problema reale. Come diceva papa Francesco, il denaro deve servire e non governare: la ricchezza ha una responsabilità sociale. Già oggi, come prevede la Costituzione, chi guadagna di più paga più tasse. E la progressività è un principio sacrosanto. Ma per poter essere redistribuita, la ricchezza deve prima essere prodotta. Per questo bisogna alleggerire tutti gli scaglioni, a partire da chi guadagna meno, sostenendo gli investimenti e tagliando sprechi e spesa improduttiva. L'inflazione ha eroso il potere d'acquisto di tutte le famiglie, anche per tensioni internazionali che nessun governo controlla da solo. Non è il momento di cercare colpevoli, ma di lavorare insieme per proteggere chi è più in difficoltà.
Il centrosinistra e la segretaria del Pd, Elly Schlein, sembrano possibilisti sull'introduzione di un contributo sui grandi patrimoni. Secondo lei gli italiani asseconderanno questa proposta o politicamente è fallimentare?
L’ipertassazione rischia di produrre un effetto boomerang, ovvero la possibilità concreta che chi ha grandi imprese o patrimoni decida di trasferirsi all'estero. Al contrario dobbiamo trattenerli e convincerli a investire e a creare lavoro e opportunità di sviluppo. Il gettito peraltro sarebbe molto limitato.
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