«Un “Atelier” per riflettere e per resistere»
La giornalista Marzia Tomasin ha ideato una nuova rivista e piattaforma multidisciplinare per «iniettare bellezza nelle crepe del presente». Con saggi e arte

«Iniettare cultura, bellezza e meraviglia nelle crepe di questo mondo sempre più fragile, smarrito e in totale subbuglio». È questa la strada che secondo la giornalista Marzia Tomasin, vale la pena di percorrere. È l’intento con cui nasce una nuova iniziativa: “Atelier cultura”, che è una piattaforma multidisciplinare di approfondimento e divulgazione culturale e una rivista, che viene presentata oggi a Villa Pace di Tapogliano (Udine). La rivista – che avrà cadenza annuale, è bilingue in italiano e inglese e assomma a 382 pagine – sarà scaricabile e sfogliabile in modo interattivo gratuitamente sulla piattaforma. Il primo numero spazia dalle riflessioni sulla personale fede filosofica (Vito Mancuso) allo spazio per il sé digitale nel mondo degli algoritmi (Vittorio Gallese), dalla funzione dell’arte in tempi di crisi (Pier Cesare Rivoltella) alla riscoperta della parola “spirito” (Chiara Giaccardi e Mauro Magatti), fino alle riflessioni su “Il rischio ordalico e il senso del possibile. Per un’estetica delle relazioni nella convivenza planetaria” (Ugo Morelli, di cui in questa pagina anticipiamo un estratto), su autorità e libertà (Roberto Mordacci), sulla biologia delle immagini (Michele Cometa), su Maginifca Humanitas (Leonardo Mendolicchio) e su come sottrarsi alla logica della guerra (Tommaso Greco). Chiudono il numero tre poesie di Pierluigi Cappello. Ad ideare e animare la rivista è una giornalista indipendente, che da tempo si occupa di temi culturali e di comunicazione di storie delle imprese italiane. La sua di impresa è in gran parte autofinanziata, ma è anche sostenuta da un contributo di due aziende partner friulane.
Perché una nuova rivista?
«Credo fortemente che il tempo presente ci chieda di fermarci un attimo e di approfondire. La comunicazione che porto avanti va volutamente controcorrente, perché oggi tutto è veicolato in maniera sintetica, veloce e superficiale. È una grandissima perdita per tutti, perché in questo modo non riusciamo a cogliere la sostanza delle cose. Mentre per capire il tempo complesso che stiamo vivendo è necessario andare in profondità, avere la possibilità di riflettere, esercitare il pensiero critico. Dunque, serve prendersi il giusto tempo per capire le cose che ci accadono, altrimenti non tratteniamo niente».
Che ruolo gioca l’essere multidisciplinare?
«La cultura non è erudizione, ma frutto della mescolanza di diversi approcci: dalla filosofia all’arte, dalla musica alla sociologia. Metterle insieme può essere generativo e darci una ricchezza in più. Tutto questo sulla piattaforma si trova sotto forma di rivista, di podcast e di musica».
Il primo numero della rivista ha come titolo “Cultura è Resistenza”. Perché questa scelta?
«Ho intitolato il primo numero in quel modo, volutamente con la “erre” maiuscola, perché la cultura è espressione di libertà e democrazia: dobbiamo difenderle, non ci sono state date con la garanzia che sarebbero durate per sempre. Anzi, soprattutto oggi, per tutto quello che sta accadendo, dobbiamo purtroppo dire che sia la libertà, sia la democrazia sono a rischio. La rivista, però, è generalista. Ogni autore, secondo la propria disciplina è stato libero di sviluppare un argomento. Quindi i temi sono vari. Tra questi c’è la guerra, di cui mi occupo io con un approfondimento sul Sudan, con le immagini di Fabio Bucciarelli, fotografo che è stato sui luoghi quest’anno. È una terribile guerra civile di cui nessuno parla. Ci sono poi un’intervista al professor Alessandro Barbero su san Francesco, poesia e tanta arte».
Come entra l’arte in questo progetto?
«A ogni testo della rivista, che è un mini-saggio, sono abbinate immagini di grandi artisti italiani e internazionali: Anselm Kiefer, Igor Mitoraj, Mimmo Paladino, Chiara Camoni. Poi c’è la musica, che sarà protagonista anche alla presentazione».
In che modo?
«“Atelier cultura” ha una colonna sonora, che si intitola Sfumature ed è stata composta da Remo Anzovino, pianista, autore di album di musica strumentale e uno dei più influenti compositori contemporanei, anche per il cinema e il teatro. Con la sua sensibilità e il suo stile inconfondibile è riuscito a tradurre in note lo spirito e l’identità di “Atelier cultura”. Sul sito si troverà anche un video realizzato con questa musica, che esprime la mescolanza di discipline e linguaggi espressivi che devono lavorare tutti nella stessa direzione».
Perché Sfumature?
«Nel video, che denuncia gli orrori della guerra, appaiono delle immagini sfumate, ma comunque d’impatto, realizzate in diverse zone di conflitto - Siria, Libano, Iraq, Ucraina - da tre fotografi, Alessio Mamo, Vincenzo Circosta e Carlo Cozzoli, con l’aiuto del giornalista di “Avvenire” Nello Scavo. Il video, che unisce immagini, danza e la potenza della musica, non è strappalacrime o retorico, ma restituisce dignità al dolore. E vuole trasformare in responsabilità per ciò che accade nel mondo lo sguardo di tutte le persone che lo vedranno».
Il podcast, invece, cosa offre?
«“Periscritto”, nato nel 2016, quando i podcast non erano molti, è la radice, il cuore, da cui tutto è nato. È un podcast dedicato alla saggistica, “la voce dei libri”, in cui intervisto gli autori e, ancora una volta, approfondisco con loro un tema. Mi ha dato tanto umanamente e mi ha permesso di conoscere tanti intellettuali, da cui ho imparato tantissimo e che sono ora in “Atelier Cultura” e nella rivista. Per i dieci anni ho chiesto sempre a Remo Anzovino di realizzare la sigla e il tappeto sonoro delle interviste».
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