Lavorare salva, ma solo quando la persona non è ridotta a merce
di Simone D'Ascola, ricercatore di Diritto del lavoro all’Università di Pisa
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Che però deve promuovere la dignità umana e la partecipazione alla costruzione del bene comune. Come suggeriscono le Scritture e la dottrina sociale della Chiesa

Lavoro è parola antica quanto l’uomo. Ne Le opere e i giorni quella degli uomini dell’età del ferro è una condizione di necessità e soprattutto di fatica. Il lavoro è condanna, ma al contempo condizione indispensabile della vita, esprimendo una delle polarità più antiche dell’esperienza umana, destinata a sedimentarsi nella civiltà e nelle religioni. Il Dio della Genesi dice ad Adamo: «mangerai il pane col sudore del tuo volto». Ma è con il cristianesimo che nelle Scritture il lavoro si fa incarnato: il Dio che è uomo, per gran parte della vita terrena, lavora. Gesù è figlio del falegname e gli abitanti di Nazaret si chiedono «non è costui il falegname?». Poiché il cristianesimo prende sul serio l’incarnazione, il lavoro non può essere soltanto una condanna, né chi lavora un semplice fattore della produzione.
Secoli dopo Marx mostrerà che nel capitalismo il lavoratore vende la forza-lavoro e che questa produce un valore superiore a quello necessario alla sua riproduzione: il plusvalore. Il capitale – spiega – «succhia» forza-lavoro. La questione marxiana dell’alienazione incontra così, almeno in un punto, quella cristiana della dignità: il lavoratore non può essere ridotto alla merce che vende. Agli albori dell’industrialismo Leone XIII affronta la «questione operaia» con la Rerum novarum . Enciclica lontana dal socialismo e dalla critica marxiana del capitalismo, ma netta nell’affermare che il datore deve rispettare nel lavoratore «la dignità della persona umana» e corrispondere «la giusta mercede». Il salario, in entrambe le prospettive, non è soltanto il prezzo di una prestazione. Lo conferma anche l’impianto giuridico-costituzionale della Repubblica. La Carta del 1948 fonda infatti la Repubblica sul lavoro. L’articolo 1 esprime una precisa scelta di campo nel compromesso tra cattolicesimo democratico-sociale e forze della sinistra. L’articolo 3 impone di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà, uguaglianza e partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale; l’articolo 36 stabilisce che la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
Il richiamo alla dignità umana mette in discussione l’idea che il salario sia solo il prezzo di una prestazione. Nella Costituzione rappresenta il fondamento dell’emancipazione dal bisogno: chi lavora deve essere sottratto alla pura logica mercantile. Legislazione sociale, libertà sindacale e contrattazione collettiva hanno dato concretezza a questo principio. Sono conquiste oggi sottoposte a nuove pressioni. La precarietà, il lavoro povero, la frammentazione dei rapporti e la digitalizzazione ripropongono una domanda antica: quanto vale il lavoro umano?
Con Magnifica humanitas , Leone XIV torna sul tema definendo il lavoro una «dimensione fondamentale dell’esperienza umana», non solo mezzo di sostentamento, ma luogo di relazione e partecipazione alla comunità. L’enciclica mette inoltre in guardia dai rischi che automazione e intelligenza artificiale generino nuove forme di precarietà, disuguaglianza e povertà. Il messaggio cristiano torna così a incontrare quello costituzionale. Perché la dignità si realizzi attraverso il lavoro non basta che esista un’occupazione: essa deve essere adeguatamente retribuita e tutelata. Se il salario deve consentire un’esistenza libera dal bisogno, non può essere lasciato alla dinamica del mercato. Se la Repubblica è fondata sul lavoro, è il mercato a dover risultare compatibile con i diritti del lavoro, non il contrario. Non a caso la questione salariale è al centro del dibattito contemporaneo. Retribuzioni insufficienti, precarietà e lavoro povero sono questioni costituzionali. Un lavoratore costretto ad accettare qualsiasi condizione pur di sopravvivere non è realmente libero.
La Bibbia ricorda che «il salario degli operai» trattenuto ingiustamente «grida». Anche la parabola dei lavoratori nella vigna può essere letta in questa prospettiva: al di là dell’apparente violazione della proporzionalità retributiva, il denaro corrisposto a tutti assume il significato di una misura egualitaria che garantisce a ciascuno quanto necessario per vivere. Già nel XIX secolo Marx aveva mostrato i meccanismi attraverso cui il lavoro produce ricchezza appropriata da altri; il capitalismo contemporaneo continua a manifestare la tendenza alla concentrazione del capitale. Attorno a questa dinamica si è sviluppata una persistente conflittualità sociale che la Costituzione prova a ricondurre entro un progetto politico fondato sull’uguaglianza sostanziale. Matrici e linguaggi sono differenti, ma l’interrogativo resta il medesimo: che valore ha una società nella quale chi lavora non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro? Il progresso comincia quando la ricchezza prodotta dal lavoro torna anche a chi la produce. Quando il salario consente una vita libera. Quando chi lavora non è variabile dei costi, ma soggetto di diritti. Prendendo sul serio la tradizione biblica e quella costituzionale, al centro dello sviluppo economico non può esserci il profitto, ma l’umanità.
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