Impagliazzo: «Dissociare religione e violenza. Nuovi frutti dallo spirito di Assisi»

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio rilegge l’incontro per la pace svoltosi a quarant’anni dalla Giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. «È cresciuto il numero di Chiese e religioni che si sono unite a questo cammino»
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November 4, 2026
Impagliazzo: «Dissociare religione e violenza. Nuovi frutti dallo spirito di Assisi»
Cristiani in preghiera nella chiesa inferiore della Basilica di San Francesco, ad Assisi, in occasione del recente incontro “Pace disarmata e disarmante” / Ansa
«Ad Assisi abbiamo rivissuto il brivido dei momenti storici», quelli in cui si capisce con chiarezza che «incontrarsi è veramente la risposta ai problemi del mondo», e soprattutto alla guerra. È ancora emozionato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, quando ripensa all’incontro internazionale per la pace che si è tenuto ad Assisi dal 25 al 27 ottobre. Proprio martedì scorso, nell’anniversario dei quarant’anni dallo storico incontro interreligioso voluto da papa Giovanni Paolo II sempre nella città umbra, l’evento promosso dalla Comunità si è concluso con un momento di preghiera e una cerimonia in piazza San Francesco. Sotto la Basilica dedicata al santo erano riunite oltre cinquemila persone tra cui molti leader delle religioni del mondo. «Abbiamo percepito anche l’emozione di chi si sta assumendo una responsabilità – ha aggiunto ricordando proprio i momenti conclusivi dell’incontro dal titolo “Pace disarmata e disarmante” – di chi continua a non distrarsi di fronte ai problemi che vivono le persone, e il primo di questi è la guerra». L’appuntamento per il prossimo incontro è già fissato a Genova, per settembre 2027.
Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio / Siciliani
Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio / Siciliani
Che bilancio si può fare a una settimana dall’incontro di Assisi?
«Il bilancio dell’evento è fortemente positivo, perché il numero dei leader religiosi che si è unito a questo cammino nello “Spirito di Assisi” si è ulteriormente accresciuto. E in particolare sono aumentati i leader delle religioni asiatiche, dal buddismo (non solo giapponese ma anche mongolo e del Myanmar), dell’induismo, dello zoroastrismo, dei Sikh. Dall’altra parte mi è sembrata molto importante anche la grande presenza cristiana, perché abbiamo avuto quasi tutte le Chiese ortodosse rappresentate. E in un momento di ripiegamento, di forti tentazioni di nazionalismo e di chiusura, questo è un segnale molto importante. Anche la presenza del patriarca Bartolomeo I, con il suo profondissimo discorso di martedì scorso sul “tornare a sognare l’unità dei cristiani”, mi è sembrata un segnale in controtendenza».
Qual è l’unicità di questi incontri? Che poi sono parte di un percorso che prosegue durante i mesi...
«L’unicità innanzitutto è che qui si prega. E per dirsi uomini e donne di fede la preghiera è un fatto fondamentale. Il secondo elemento è che esiste una comunità, parlo della nostra Comunità di Sant’Egidio, che guida questo movimento. E la presenza di una comunità cristiana che vive ogni giorno della preghiera, della costruzione della pace e dell’attenzione ai più poveri, è un fattore in più che aiuta, Perché i movimenti interreligiosi di pace hanno bisogno di trovare qualcuno che li guidi, che metta insieme. Ecco questa mi sembra una bella vocazione della nostra comunità. E poi, in un momento in cui il mare della storia è così agitato, trovare un approdo è forse proprio quello che tutti cercano. Un approdo non per chiudersi in sé stessi, ma per creare un porto di pace più grande per tutti coloro che soffrono».
In questi giorni sono state raccontate molte iniziative nate dall’incontro di quarant’anni fa. Quali l’hanno colpita di più?
«Forse il frutto più significativo è un momento di preghiera che si svolge ogni anno nel mese di agosto al Monte Hiei, in Giappone. Un’iniziativa che nacque dopo l’incontro interreligioso da parte del buddismo Tendai. Il venerabile Etai Yamada infatti, partecipò ad Assisi alla preghiera con Giovanni Paolo II, e ne rimase talmente colpito che, tornando a casa, coinvolse tutte le religioni giapponesi. Poi, tra i frutti che sono stati raccontati, c’è stato anche il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (noto anche come Dichiarazione di Abu Dhabi), che è stato firmato nel 2019 da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. Anche quello è uno dei risultati di questo cammino, perché il Grande Imam ha cominciato a frequentare i nostri incontri e da lì poi è entrato in contatto con la Santa Sede ed è nata un’amicizia personale con papa Francesco. Poi a livello locale, per esempio, abbiamo ascoltato ciò che accade in Iraq, con l’amicizia tra sciiti e sunniti. Anche lì sono state realizzate delle iniziative che hanno coinvolto anche i cristiani iracheni, in particolare la Chiesa caldea, assieme alle comunità musulmane sciite e sunnite».
Come Comunità, quarant’anni fa avete scelto di dare inizio a questi incontri per la pace. Quale impegno scaturisce da quello appena vissuto?
«Oggi c’è sicuramente il tema del superamento dei nazionalismi, che coinvolgono un po’ tutte le comunità religiose. Il nostro impegno è quello di tenere sempre aperte le porte all’incontro con l’altro, a questa amicizia per la pace che è responsabilità anche delle religioni. Poi sentiamo il dovere di far crescere sempre più l’idea che solo dall’incontro può nascere la pace, dal parlarsi, dal superare tanti problemi che vengono anche dal passato, da vicende storiche dei rapporti tra le religioni».
Il Papa non ha potuto partecipare all’incontro, come era previsto, per proseguire la convalescenza. Cosa l’ha stupita di più delle sue parole nel messaggio trasmesso durante la cerimonia finale?
«Mi ha colpito che abbia richiamato le parole di Francesco quando ci ha incoraggiato a continuare questi incontri perché hanno un valore e soprattutto un futuro da costruire. E poi Leone XIV ha fatto riferimento a uno dei punti centrali di questi quarant’anni: la spinta a dissociare la religione dalla violenza e dalla vendetta. Ecco, questo ci è stato molto chiaro dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, quando l’idea stessa del dialogo era sotto accusa. Molti si chiedevano a cosa servisse il dialogo quando alcune persone compivano atti terroristici in nome di Dio. Proprio in quel momento invece aver tenuto alta la “fiaccola del dialogo” ha fatto sì che non rinunciassimo a incontrarci e che i musulmani potessero dissociarsi dai loro stessi estremisti».
Questi sono mesi molto delicati anche per via delle elezioni in vari punti “caldi” del mondo. Quale impegni chiedere ai politici oltre a quello dei negoziati per la pace?
«Penso che oggi la politica debba tornare ad ascoltare. Bisogna tornare per strada, tra la gente, e ricreare quei luoghi di aggregazione che non esistono più e che invece davano la possibilità alle persone di superare tante paure e tanto isolamento. E poi la politica deve tornare ad essere il luogo della cultura. C’è stata una separazione tra politica e cultura che è impressionante. Ma senza cultura anche la politica ha le gambe molto, molto corte, come si può osservare ogni giorno».

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