“Romanzo criminale”, il melodramma della Magliana
Debutta al Maggio Musicale Fiorentino l’opera di Nicola Piovani tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo

Per raccontare l’opera lirica “Romanzo criminale” firmata da Nicola Piovani, bisogna partire dalla fine, ossia da quando si esce da teatro. La sensazione è quella di aver ascoltato due ore di musica interessanti, di aver assistito a uno spettacolo che cattura lo spettatore grazie alla regia di Massimo Popolizio, di trovarsi davanti a un melodramma contemporaneo con tutti i crismi della tradizione italiana: arie, concertati, coro, passaggi sinfonici; una composizione che scolpisce nella mente una manciata di melodie; l’amore, i tradimenti, le passioni, la sete di dominio, la morte, gli interrogativi della coscienza e quelli della società che segnano la trama. Insomma, ciò che deve esserci. Compresa la genesi della partitura: un libro di successo ispirato alla Banda della Magliana che diventa opera, secondo uno dei più consolidati cliché. In questo caso con il libretto firmato dall’autore stesso del volume, Giancarlo De Cataldo. Anche se narra vicende scomode e ha per protagonisti personaggi controversi: sul palcoscenico quattro ragazzi, Dandi, Libanese, Freddo e Bufalo, alle prese con la loro scalata al potere della malavita (e la loro caduta), visti con gli occhi della giovane di strada Patrizia. Sullo sfondo – in realtà coprotagonista – la Roma delle periferie urbane ed esistenziali. E romano è anche Piovani, 80 anni. Diventa quindi curioso il fatto che un’opera in tutto e per tutto “capitolina” sia targata Firenze. Nel senso che l’intera operazione è stata voluta dal Teatro del Maggio Musicale dove è avvenuto il debutto e dove il titolo è andato in scena per quattro serate. Sul podio lo stesso compositore vincitore dell’Oscar con la colonna sonora del film di Roberto Benigni “La vita è bella”. La spiegazione, però, c’è. E ha un nome: Carlo Fuortes, il sovrintendente del Maggio che è romano doc e sta rilanciando il maggiore teatro lirico toscano. “Romanzo criminale” può essere considerato un’opera verista: non solo per la storia, ma anche per l’impronta prevalente nella partitura. Si avvertono gli echi di Mascagni, Giordano, Cilea. C’è anche e soprattutto Puccini (inclusa la citazione da “Tosca”: «E avanti a lui tremava tutta Roma!»). Poi Verdi, con l’esplicito richiamo a “Nabucco”: «Son Dio». E ancora Rota, un percorso artistico simile a Piovani: musica da film, composizioni variegate e lirica. Per Piovani “Romanzo criminale” è il suo terzo lavoro operistico. Ad attraversarlo il leitmotiv della criminalità: una sequenza di battute che tornano dall’inizio al termine. Due le arie che colpiscono: il canto alla madre che intona il Libanese (paragonabile all’«Addio alla madre» di Turiddu in “Cavalleria rusticana” di Mascagni) e la ninna nanna alla luna di Patrizia che apre il secondo atto. Il libretto ha sguizzi efficaci ma anche qualche scivolone verso la banalità. D’impatto la denuncia della guerra affidata a Patrizia quando la banda si scatena contro i nemici: «Come piace a voi uomini la guerra. Bam bam bam»; e poi: «Chi ascende al trono e chi va sottoterra: questo si chiama fare la guerra». Pucciniano il finale: il coro romano che canta il “Miserere” al funerale del Dandi non può non far venire in mente la conclusione del primo atto di “Tosca” con il “Te Deum” corale (e romano) che si contrappone alla ferocia di Scarpia. Ascesi e brutalità ieri e oggi.
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