La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo
Un'idea per avvicinare università e territori: percorsi di ricerca dedicati a inclusione, welfare e innovazione sociale, per trasformare cura e speranza in motori di sviluppo e coesione

Il prendersi cura, la speranza e la fiducia sono i fondamentali nascosti dell’economia che dovremmo imparare a riconoscere. Nessuno può diventare manager se qualcuno non si è preso cura di lui all’inizio della sua esistenza. La cura precede, accompagna e ricostruisce le capacità (anche quelle produttive) delle persone. Senza speranza nessun rendimento atteso futuro (e quindi nessun investimento o attività finanziaria) hanno valore. La fiducia è ingrediente chiave di quell’intelligenza relazionale che rende possibile la cooperazione tra umani che moltiplica il valore sociale ed economico. Quando queste risorse si impoveriscono, ne risentono dunque non solo la salute ma anche formazione, lavoro e investimenti e dunque il benessere sociale ed economico di un paese. Una politica economica lungimirante deve chiedersi anche come rigenerarle.
L’università può contribuire ad accrescere questi fondamentali della società e dell’economia attraverso ricerca e terza missione, ovvero mettendo ricerca e competenze in relazione con i bisogni della società. È una missione che comprende non solo il trasferimento tecnologico ma si estende anche all’innovazione sociale, alla collaborazione con i territori e alla costruzione di capacità collettive. Perché questa missione produca risultati occorrono strumenti e persone che colleghino stabilmente i laboratori della ricerca con quelli della vita quotidiana.
Da qui la proposta dei dottorati civici. Abbiamo imparato (con il Decreto ministeriale 226 del 14 dicembre 2021) ad avvicinare università e imprese attraverso i dottorati industriali, una tipologia istituita per legge che prevede la partnership e il cofinanziamento di pubblico e imprese. Possiamo costruire un’alleanza analoga tra il pubblico e cooperative sociali, associazioni, fondazioni, amministrazioni e reti territoriali per fondare l’istituto dei dottorati civici come abbiamo recentemente proposto nella commissione sulla terza missione della Società Italiana di Economia. L’innovazione che migliora l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità o l’accesso alle (e l’efficienza delle) cure ha bisogno di ricerca avanzata quanto quella che migliora un processo produttivo. E può generare benefici economici molto oltre l’organizzazione che la realizza.
Il meccanismo sarebbe quello di un percorso triennale inserito in un dottorato accreditato, un progetto costruito insieme all’organizzazione civica e una doppia supervisione, accademica e territoriale. Un programma pilota potrebbe attivare cento percorsi in diverse università del paese. Il costo di riferimento (che possiamo stimare a 90mila euro per posizione nel triennio), potrebbe esser coperto (per ipotesi) per due terzi dal pubblico e per un terzo dai partner, nel qual caso servirebbero sei milioni pubblici e tre dei partner per le 100 posizioni. Rispetto alle cifre che discutiamo in questi giorni per le diverse poste della legge finanziaria si tratta di piccole somme con un potenziale molto grande.
Perché i contribuenti dovrebbero finanziare un dottorato civico? Perché la conoscenza prodotta può andare a vantaggio di gran parte della collettività, ma in condizioni normali non è generata dato che la singola organizzazione spesso non riesce a finanziarla né ad appropriarsi di tutti i benefici. Per fare solo un esempio un’associazione che scopre come prevenire meglio l’abbandono scolastico genera vantaggi per gli studenti, le famiglie, le imprese e le finanze pubbliche. Il finanziamento condiviso consente di realizzare ricerca socialmente utile che altrimenti rischia di restare senza risorse.
Cento dottorati potrebbero diventare cento cantieri: valutare l’intermediazione abitativa, sperimentare l’accompagnamento di operatori di prossimità nella lotta alla povertà, migliorare l’assistenza agli anziani, ridurre la dispersione scolastica, rendere economicamente più accessibili le comunità energetiche. Il valore nasce quando i risultati cambiano le pratiche. Sapere quali interventi funzionano, per chi e in quali condizioni permette di estenderli; scoprire che altri sono inefficaci aiuta a correggere la spesa.
I fondamentali della cura, della speranza e della fiducia diventerebbero così oggetti concreti di investimento e ricerca: servizi capaci di accompagnare, opportunità che rendono credibile il futuro, istituzioni con cui è possibile cooperare. Cento giovani potrebbero aiutare le comunità a produrre queste risorse e a capire come farle durare. Finanziare i dottorati civici significherebbe scommettere sulla capacità del sapere di diventare sviluppo umano e valore economico e sociale condiviso.
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