Siamo sicuri di avere il pane domani? La campagna di NaturaSì e il giusto prezzo del grano
Di fronte al crollo del prezzo alla produzione e all'aumento dei costi per tutta la filiera, NaturaSì chiede un contributo ai consumatori per sostenere gli agricoltori. Brescacin: vogliamo creare consapevolezza e aiutare chi ci garantisce il cibo quotidianamente. Venti centesimi possono fare la differenza

Siamo sicuri di avere il pane domani? La domanda è tutt’altro che teorica o provocatoria. Lo scorso agosto, in piena campagna di raccolta, alla Borsa di Bologna il grano tenero biologico era quotato 33 centesimi al chilo, il convenzionale appena 22. Con questi prezzi coltivare grano non è più sostenibile. Secondo l’Istat, tra il 2006 e il 2025 la produzione di frumento tenero è calata del 21,4% e quella di frumento duro del 9,3%. Nel 2025 l'Italia ha importato 97 milioni di quintali di frumento, contro una produzione nazionale di circa 59,5 milioni. Tra il 2003 e il 2023, il numero di aziende agricole italiane è sceso del 42% e la superficie agricola utilizzata si è ridotta del 6,3%. Il rischio è molto concreto: a queste condizioni, se non sosteniamo chi coltiva, molti agricoltori dovranno abbandonare la terra. E con loro se ne andrebbe la nostra sicurezza e sovranità alimentare, in un’epoca segnata dai conflitti e dalle crisi energetiche internazionali. Nei giorni scorsi i trattori sono tornati in strada e gli agricoltori hanno lanciato da varie regioni italiane il loro grido di allarme che tocca vari temi. Uno è certamente questo: non si può lavorare sottocosto.
Nasce da questi numeri e considerazioni una coraggiosa campagna di NaturaSì: “20 centesimi in più oggi per avere pane anche domani”. Mentre i grandi supermercati e store lanciano promozioni e offerte per catturare i consumatori con sconti sensazionali e prodotti sottocosto, la catena di negozi biologici e simbolo di un'economia circolare, va in direzione opposta e chiede ai consumatori di sostenere chi coltiva, per dare un futuro all’agricoltura. NaturaSì già concorda con i propri agricoltori un prezzo più alto della quotazione di borsa: dai 7 ai 12 centesimi in più al chilo per il grano tenero e duro, dai 4 ai 7 centesimi in più per il farro. Una maggiorazione che vale sull'intera produzione, compresa quella destinata a pasta, farine e biscotti. Ora l'azienda chiede anche al consumatore di entrare a far parte di questo ecosistema, partecipando con un contributo di 20 centesimi in più per ogni chilo di pane. Per una persona che mangia un etto di pane al giorno si tratta di mettere in conto circa 2 centesimi quotidiani in più: 60 centesimi in un mese. Un piccolissimo contributo che consente però di aumentare del 60% il prezzo pagato all’agricoltore.
«Con questa iniziativa – dice Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì – vogliamo creare consapevolezza e sostenere chi ci garantisce il cibo quotidianamente, partendo da un bene fondamentale come il grano e il pane. Siamo convinti che consumatori e distributori consapevoli, insieme, debbano sostenere il lavoro agricolo e remunerarlo in modo adeguato al di là delle logiche speculative dei mercati globali». NaturaSì lancia una sfida certamente in salita e non facile da raccontare al consumatore. Brescacin non lo nasconde. «Abbiamo avuto importanti riscontri a livello istituzionale – dice a poche settimane dal lancio -, ma credo che i consumatori non abbiano ancora pienamente capito la posta in gioco e l’importanza di questa battaglia. Noi siamo una piccola realtà. E il nostro è un piccolo passo, sicuramente non ancora sufficiente ad affrontare un tema così complesso come quello del “giusto prezzo”. Ma è necessario cominciare a smuovere le coscienze verso la costruzione di una comunità del cibo, indispensabile per garantire un’alimentazione sana, un’agricoltura che si rigenera e una Terra viva a disposizione delle future generazioni».







In questo scenario, c’è un dato che fa ben sperare. «Nel biologico – come ha rilevato Fabio Del Bravo di Ismea – la quota di aziende guidate da under 41 è più che doppia rispetto alla media dell’agricoltura, e anche la formazione agraria è molto più diffusa». È da qui che può partire non solo un ricambio generazionale ma anche una visione della produzione diversa rispetto al passato. In questo processo i consumatori possono e devono fare la loro parte. Non possono essere spettatori inconsapevoli. È in gioco la quantità, la qualità del grano e il lavoro di migliaia di aziende. E questo vale per tutto ciò che passa dalla tavola e che si riflette persino sui grandi temi, pensiamo al cambiamento climatico come ha spiegato Jonathan Safran Foer nel bestseller Possiamo salvare il mondo prima di cena.
La somma dei contributi raccolti dai punti vendita NaturaSì nell’ambito della campagna sarà rendicontata ogni tre mesi sulla base dei volumi di pane effettivamente venduto. Qualora la somma raccolta, unitamente a quanto NaturaSì già corrisponde in più agli agricoltori, non consentisse il raggiungimento dell’obiettivo perseguito (0,20€ in più per ogni chilo di grano venduto nel corso del 2026 rispetto al listino della Borsa di Bologna al 27 agosto 2026) il marchio coprirà la differenza. Nel caso l’obiettivo venisse superato, l’eccedenza verrà distribuita tra aziende agricole biodinamiche ad organismo chiuso facenti comunque parte della filiera NaturaSì in proporzione ai volumi di grano venduti a NaturaSì nel corso del 2026. La distribuzione dei contributi avverrà entro il 15 novembre del prossimo anno.
A sostenere la campagna ci sono le storie di chi lavora sul campo e sperimenta sulla propria pelle il costo della produzione e i prezzi del mercato. «Non voglio contributi, voglio solo che venga pagato il giusto prezzo – dice Nicolas Foschi, 28 anni, dell’azienda agricola biologica Piancolombo, 100 ettari coltivato a grano sull’Appennino Tosco-Romagnolo –. Per garantire la qualità delle coltivazioni e della filiera, soprattutto nelle aree interne, è fondamentale garantire un mercato equo. Altrimenti qui non resta nessuno. Invece noi ci sentiamo custodi del territorio». Realtà rurali ma anche “urbane”, come quella di Cascina Bagaggera, fra Milano, la Brianza e Lecco, dove la terra è praticamente inaccessibile e va difesa. «Per far quadrare i conti – spiega Marta Galimberti, 34 anni, laurea in Agraria, anima della cascina – abbiamo scommesso sulla multifunzionalità. L’agricoltura da sola non pagava. Coltivare il grano con questi prezzi e i costi relativi non è diventato impossibile. E allora abbiamo aperto alla trasformazione, alla ristorazione all’educazione didattica, abbiamo comprato terreni in altre zone d’Italia». Scommessa vinta, anche nella narrazione. «Basta con la retorica dell’agricoltore “missionario” che si spacca la schiena e non va in vacanza – riprende Galimberti -. La verità è che possiamo vivere dignitosamente. Con passione e inventiva, regole chiare e rispetto di questo lavoro, come avviene per altri settori».
La campagna di NaturaSì era stata presentata a inizio ottobre a Milano a palazzo Giureconsulti, in un evento che aveva coinvolto il pubblico anche in un rito di panificazione collettiva proprio con il maestro panificatore, Davide Longoni di MadreProject, Scuola del Pane e dei Luoghi: una grande tavolata allestita con farina, acqua, pasta madre, sale e che ha visto tante mani al lavoro. «Fare il pane – ha detto Longoni, che dal 2013 ha aperto il suo primo forno a Milano e avviato la strada a un nuovo modo di pensare il pane, puntando su grani antichi e “caparbi”, farine macinate a pietra e lievito madre – vuol dire entrare in relazione con una materia viva. Le farine e i cereali, soprattutto quelli bio, diventano il punto di partenza per osservare il filo che unisce suolo, comunità agricole e saperi artigianali. Il pane è il collettore fra città e campagna. Fare il pane è un atto agricolo», secondo il primo principio del Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani (Pau). Per fare il pane ci vuole il grano. E non è più così scontato che domani ci sia.
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