I Monti di Pietà, pegno di san Francesco per i poveri

Maria Giuseppina Muzzarelli indaga nascita e sviluppo degli enti Dal XV secolo sorsero a centinaia nel Centro Nord ed ebbero un ruolo essenziale allo sviluppo dei Comuni. I frati iniziavano tali proto banche popolari, ma non le gestivano
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November 4, 2026
I Monti di Pietà, pegno di san Francesco per i poveri
Miniatura medievale con episodi della vita di san Francesco (Archivio del Capitolo di San Pietro, b. 87) / © Biblioteca Apostolica Vaticana
Maria Giuseppina Muzzarelli, storica dell’Università di Bologna, ha dedicato all’origine e alla storia dei Monti di Pietà molti anni della sua carriera, donandoci contributi ormai essenziali e classici sulla cultura che generò le stituzioni di credito popolare in Italia. La sua formazione e sensibilità per aspetti che in genere restano sullo sfondo di chi fa storia economica o finanziaria, l’hanno portata nel tempo ad occuparsi nelle sue ricerche dei ‘guardaroba’ medievali, degli oggetti di uso quotidiano, delle tecniche retoriche molto sofisticate con le quali i predicatori tra Medioevo e modernità (tra questi i francescani) incantavano la loro gente con le loro parole, immagini e metafore.
La parola è la protagonista di molti lavori della Muzzarelli, non solo per la sua prosa bella, ricca e affascinante, ma per l’attenzione che la storica bolognese ha attribuito ai capitali narrativi come fonte essenziale del mestiere dello storico, quindi al ruolo della parola e delle parole nella edificazione della civiltà, inclusa la civiltà della moneta e del credito. Quindi un libro di storia, di etica ed estetica - molto belle e rare le immagini  a colori inserite.
Fratello credito (il Mulino, pagine 248, euro 23,00), dal titolo esplicitamente francescano, è anche l’ultimo capitolo di un’opera ampia e pluriennale sui Monti di Pietà, come si legge già nelle prime pagine del libro, anche se noi ci auguriamo che di capitoli su questo tema affascinante ne scriva ancora molti.
Anche in questo saggio le pagine più suggestive sono quelle che parlano di microstorie, di dettagli, di racconti locali (vedi ‘Un giorno nel monte di Faenza’), legati alle complesse vicende dei Monti, ai registi dei magazzini e agli oggetti ivi contenuti (es. i quasi quattromila del Monte di Arezzo), fino ai poemi letterari e poetici che i fondatori dei Monti componevano come mezzi narrativi per accompagnare la fondazione e lo sviluppo di queste proto banche popolari. Tra questi Bernardino da Feltre, al quale l’autrice dedica speciale attenzione.
La storia della nascita e delle vicende dei Monti di Pietà, istituzioni di microfinanza suscitate dai Francescani su imitazione dei banchi su pegno ebraici, è una storia meticcia e ibride, dalla fondazione (capitali privati e pubblici) alla gestione: i francescani promuovevano la loro nascita ma non entravano nella gestione, per osservanza del loro voto di ‘sine proprio’.
I Montes Pietatis furono istituzioni importanti per lo sviluppo dei comuni italiani del Centro-Nord, un dato ormai assodato nella storiografia italiana, grazie anche ai lavori della Muzzarelli. I Frati Minori Osservanti a partire dalla metà del Quattrocento ne fondarono centinaia. I Monti nacquero ‘in soccorso et aiutorio’ dei poveri, uno scopo talmente chiaro e scritto negli statuti dei Monti da non poter essere messo in discussione. Furono anch’essi figli di Madonna povertà. Le banche, ieri molto più di oggi, erano icona dello ‘sterco del demonio’, erano i templi di mammona, immagine della lupa dell’avarizia di Dante. Francesco iniziò la sua storia ad Assisi dicendo ‘no’ a quel mondo del denaro, il no più radicale che si potesse immaginare e che sia stato mai immaginato in Europa. Le banche in quel tempo prestavano ai ricchi, e i poveri finivano spesso nelle mani dei piccoli usurai. Per questa ragione la lotta all’usura fu la prima ragione della nascita dei Monti di Pietà, un’usura della quale la Muzzarelli si occupa, complicando e arricchendo la narrazione tradizionale. E così, in un Italia dove l’attività di concessione di piccoli prestiti era, per ragioni religiose e per taciti compromessi con le autorità civili, quasi esclusiva degli ebrei, combattere l’usura e condannare gli ebrei furono spesso due facce della stessa medaglia.
Nel saggio della Muzzarelli uno spazio importante è dedicato all’iconografia dei Monti. Colpisce notare, tra l’altro, che al centro dell’effige di alcuni questi frati (noto e rappresentato in molte opere sono le effigi di Bernardino da Feltre) ci fosse proprio l’immagine del Monte. Il simbolo di quella eccellenza cristiana e francescana era dunque una banca, che da icona del primo peccato mortale (la ‘lupa’ dell’avarizia) diventava simbolo di santità cristiana. Una banca icona di eccellenza cristiana e santità - come l’eucarestia, come i sacramenti, come il vangelo.
Una laicità tutta biblica e evangelica che abbiamo in buona parte perso con la modernità, quando l’ambito religioso è stato contrapposto al civile, una antica laicità che lascia ancora attoniti tutti coloro che credono che ci siano poche cose più ‘spirituali’ della partita doppia e di un tornio, e che il sudore dei lavoratori non abbia meno dignità del vino del calice.
La nascita dei Monti è stata dunque anche uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea. La spoliazione di Francesco, la sua rinuncia totale all’economia di suo padre Bernardone, il ‘nulla possedere’ e il ‘sine proprio’ generarono due secoli dopo delle banche. E vere banche erano, non istituti di beneficenza.
Al tempo stesso, i Monti erano un intreccio di credito-prestito e di compravendita. Il prestito su pegno è istituto di diritto romano, un contratto reale (il prestito ha bisogno della res), che consentiva prestiti con una garanzia affidabile. Quindi quella fiducia, che la Muzzarelli pone al centro dei Monti di pietà («I monti si basavano sulla fiducia e la sprigionarono»), era bilanciata e ridimensionata dal pegno stesso, che doveva valere circa un terzo più del prestito erogato. Il rischio restava, ma era molto minore delle sicurtà cartacee dei Monti frumentari. Tanto che, come ci racconta l’autrice in pagine molto efficaci, i Monti si riempivano di oggetti non riscattati che poi venivano venduti all’asta. Quindi le persone spesso finivano per vendere al Monte i propri oggetti, per ricavarne liquidità, essenziale nelle nuove città commerciali.
Resta il fatto che, nonostante la scuola di Marco da Montegallo che sosteneva il prestito gratuito, i Monti erano istituti di credito, non donavano denaro ma lo prestavano ad interesse - Leone X rese legittimo questo prestito oneroso, nel 1515. E questo interesse ‘non vorace’ (come dirà nel 1745 Scipione Maffei), resta una delle più importanti e convincenti dimostrazioni della differenza tra la gratuità e il gratis: un contratto, con il necessario pagamento, può contenere più charis (gratuità) di un atto di pura liberalità. Perché non si sono mai viste banche che prestavano moneta gratis, come ben sapeva anche Gesù nella sua parabola dei Talenti (Mt 25). La gratuità dei francescani non coincide con il dono, se lo intendiamo come l’opposto del contratto, cioè come trasmissione di denaro e cose senza dare un analogo corrispettivo in cambio. La gratuità del Monte si esprimeva in molte altre cose, ben narrata da questo saggio.
Un’ultima nota. Da tempo si discute su quale sia stato il primo Monte di Pietà e su chi fosse il frate francescano che lo fondò. Le due principali (non uniche) città che continuano ancora a contendersi il primato sono Ascoli Piceno e Perugia. La Muzzarelli opta per Perugia come primo Monte. Che ad Ascoli sia stato fondato nel 1458, probabilmente sotto l’azione di Domenico da Leonessa (e forse anche Marco da Montegallo), una proto-banca svolgente funzioni di Monte di pietà, quindi precedente al Monte di Perugia del 1462, non ci sono ormai più dubbi, come afferma anche la Muzzarelli. La questione controversa riguarda se quello di Ascoli fosse veramente un Monte di Pietà o se fosse invece un’istituzione di beneficienza, e se fosse veramente il primo - sono convinto che se gli studi continueranno, troveremo che di Monti ce n’erano già prima degli anni cinquanta: su quelli di Leonessa e di Ripatransone le ricerche sono in corso. Il primo che pose la questione del primato di Ascoli Piceno fu Antonio Marcucci (1717-1798), vescovo di Montalto, importante personalità ecclesiastica del tempo. Questi nel suo libro Saggio sulle cose ascolane (1776), affermava che Marco da Montegallo «fu l’inventore dei Monti di Pietà», in quanto fondatore del Monte di Ascoli del 1458, che egli definisce «il primo Monte». Il Marcucci però fondava la sua tesi su un libro coevo dei fatti dell’ascolano Pierangelo Dino, su una Storia di Ascoli di un antenato seicentesco dello stesso Marcucci (Nicolò Marcucci), e infine i libri Consigliari del comune della città. Ma il Marcucci non venne considerato dagli storici dell’ottocento (in particolare da G. Carboni Cantalamessa)e successivi uno storico serio e le sue fonti poco affidabili, anche perché i libri Consigliari di quell’anno erano andati bruciati nel 1535.
Nel 1942 fu un altro storico ascolano, don Giuseppe Fabiani, a riaprire il discorso, nel suo libro Gli ebrei e il Monte di pietà di Ascoli. Fabiani inserisce del dibattito un documento nuovo, emerso alla fine degli anni Trenta all’interno della Cronistoria dei frati minori (a cura di Antonio Talamoni): un manoscritto che raccoglieva appunti presi da un notaio ascolano relativi ai verbali comunali (chiamati ‘bastardelli’). Tra questi ce n’era uno che provava che il Monte di Ascoli aveva concesso un prestito nel 1460 a Lucarello di Nardo Massi di ducati 35, da restituirsi entro un anno. Quindi nel 1460 il Monte era già operativo e faceva prestiti. Non sappiamo se il prestito fosse a titolo oneroso, anche perché, in particolare nei Monti fondati o ispirati da Marco di Montegallo, si pratica sia il prestito cum merito sia sine merito. Ma anche Monti che prestavano senza interesse (merito) erano banche e non enti di beneficienza - è l’erogazione di credito che li caratterizzava come Monti.
Chiesa e città, religione ed economia, mercanti e mendicanti: questo è stato il modello economico italiano per molti secoli, che ora stiamo smarrendo sotto l’azione incalzante dell’impero del business di matrice nordamericana. Perché un tratto che distingue il capitalismo italiano e cattolico da quello anglosassone  e protestante è anche la presenza di Francesco e poi di molti carismi sociali: gli Usa hanno avuto la filantropia e le fondazioni, ma non hanno avuto né i francescani né i loro Monti di Pietà. Due spiriti diversi, due soffi economici e etici di diversa provenienza.
Grazie dunque a Maria Giuseppina Muzzarelli per tener viva e di qualità l’attenzione su questa radice della nostra cultura economica e civile - non dimenticando mai che le radici non sono passato: sono presente, e se vengono recise l’albero muore.

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