Picierno: «Lavoriamo al Centro, nel Pd i riformisti non incidono»
Intervista alla vicepresidente del Parlamento Ue e leader di Spazio pubblico

Anche Spazio pubblico di Pina Picierno sarà nella lista di centro annunciata dal leader di Azione Carlo Calenda, come parte integrante di un’alternativa a quello che la vicepresidente del Parlamento europeo ama definire “bipopulismo”. L’obiettivo, spiega, è «dare forma a un’offerta elettorale che consenta agli italiani di non dover scegliere il meno peggio». Anche perché ormai «il bipolarismo si è degradato in una dialettica distruttiva. Nella quale chiunque tenti di dialogare con gli avversari nell’interesse generale è tacciato di intelligenza con il nemico».
Picierno, ma cosa intende con “bipopulismo”, cosa accomuna la destra al campo largo?
Sempre di più in Italia assistiamo a un dibattito pubblico orientato alla rissa continua, con spettacoli indecorosi in Parlamento e dinamiche che allontanano dalla soluzione dei problemi concreti. Mi sento a mille miglia sia dalla destra sovranista sia da un campo progressista scivolato verso il “populismo con la pochette” di Giuseppe Conte, pronto a lucrare cinicamente sul legittimo bisogno di pace delle persone per trarne un ritorno elettorale. Un comportamento analogo a una vera e propria truffa nel commercio. Ormai in Italia non c’è spazio per il confronto civile tra forze politiche di culture diverse in nome di valori e principi condivisi. Questo scontro ideologico esasperato ignora colpevolmente la gravità del momento storico europeo, segnato dalla minaccia esterna delle autocrazie e dalla crescita interna di formazioni come l’AfD, che tendono a relativizzare lo Stato di diritto.
Tornando alla lista di centro, chi altro ne farà parte?
Il cantiere è aperto per ricostruire un centro solido che funga da antidoto alla polarizzazione. Tutte le forze politiche che intendono partecipare sono le benvenute, ovviamente nel rispetto del dibattito interno delle loro direzioni.
All’interno del “bipopulismo” si colloca anche il Pd, partito che lei ha contribuito a fondare. Dove ha sbagliato Elly Schlein?
Gli errori sono tantissimi e ne elenco soltanto alcuni. Aver assecondato un incerto ripiegamento identitario, anteponendo l’ambizione di sostituire la presidente del Consiglio - obiettivo fin troppo scontato per chi sta all’opposizione - all’ambizione di cambiare il Paese e rispondere ai suoi bisogni. Che, peraltro, è l’unico modo che conosco per arrivare a sostituire una presidente del Consiglio. Aver rinunciato alla fatica quotidiana della costruzione del consenso, preferendo le alchimie di coalizione e le spallate occasionali. Aver selezionato senza indugio un unico attore sociale di riferimento, trascurando il rapporto con le imprese e con le altre sigle sindacali. Aver ridotto il pacifismo, che è una cosa seria quando si traduce nella volontà di costruire relazioni internazionali fondate sul diritto, a un tweet. In definitiva, aver preferito dire agli italiani «noi siamo questo», anziché «noi vogliamo fare questo».
E allora perché molti riformisti hanno scelto di rimanere secondo lei?
Non posso rispondere per loro. Dal mio punto di vista, ho rifiutato di svolgere il ruolo di “foglia di fico”: l’illusione di restare per limitare i danni o tentare di condizionare le scelte dall’interno non funziona, poiché la linea che ne esce pubblicamente rimane rigidamente identitaria. Dopo aver provato in ogni sede possibile a correggere la rotta, ho preso atto dell’impossibilità di incidere; chi ha a cuore il riformismo deve avere l’ambizione di cambiare il Paese, non di rassegnarsi ad aggiustare i cocci.
La distanza tra lei e il campo largo riguarda soprattutto la politica estera. Come si concilia il legittimo bisogno di pace di cui ha parlato con il sostegno militare a Kiev?
La classe politica italiana, a partire dalla presidente del Consiglio, ha mancato al dovere di spiegare la reale posta in gioco: il progressismo e il liberalismo combattono affinché la sopraffazione brutale della forza non si sostituisca alla certezza del diritto. Il progetto europeo è nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per arginare la violenza imponendo regole condivise. Di fronte all’aggressione criminale perpetrata da Putin, sostenere la resistenza ucraina significa tutelare l’intero impianto normativo internazionale che garantisce la pace duratura. Il pacifismo autentico non può risolversi in una resa passiva: impedire a un popolo aggredito di esercitare la propria difesa significa legittimare la legge del più forte.
Gran parte del campo largo sostiene che la manovra in discussione preveda troppe risorse per la difesa togliendone al sociale. Che ne pensa?
Non bisogna confondere ambiti completamente distinti: affermare che le risorse per la difesa vengano sottratte alle spese sociali è pura demagogia populista. Con gli attuali Trattati europei, la sicurezza e la difesa rimangono materie di stretta competenza nazionale; pertanto, in attesa che si creino le condizioni per riprendere il percorso storico della Comunità Europea di Difesa voluto da Alcide De Gasperi, l’unico passo tangibile e realistico da compiere subito è quello degli acquisti congiunti previsto dal piano Von der Leyen.
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