Stefano Massini: «Porto a teatro la sete di potere dello zar Putin»
Il drammaturgo debutta il 3 novembre al Piccolo Teatro nel nuovo potente monologo dedicato all'ascesa del residente russo dall'infanzia alla conquista del Cremlino

Dalla voce di Anna Politkovskaja alla scalata al Cremlino di un ragazzo cresciuto nelle strade di Leningrado, attratto fin da adolescente dal controllo e dai servizi segreti. Stefano Massini porta in scena Lo zar, un viaggio nell’ascesa di Vladimir Putin e nei meccanismi del potere. Il debutto in prima assoluta è al Piccolo Teatro Strehler di Milano dal 3 al 15 novembre; poi lo spettacolo, prodotto dal Teatro della Toscana, proseguirà in tournée fino a maggio.
Autore della Lehman Trilogy, pluripremiata e rappresentata in tutto il mondo, Massini è tra i drammaturghi italiani più apprezzati all’estero. Dopo Mein Kampf e il lavoro dedicato a Donald Trump, affronta Putin attraverso una biografia teatrale pubblicata da Einaudi, in corso di traduzione in diciotto lingue, e il racconto televisivo Io, Vladimir, andato in onda sul Nove nella primavera 2026, in cui ha interpretato il presidente russo. Ora è in scena per novanta minuti, intrecciando documenti, testimonianze e ricostruzione storica.
La scena di Paolo Di Benedetto si apre fra neve e ferro e si trasforma progressivamente in un paesaggio di macerie. Le musiche dal vivo di Luca Roccia Baldini accompagnano il crollo di un sistema. Il racconto comincia da Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin, con la voce di Ottavia Piccolo.
Massini, perché ha sentito la necessità di raccontare Putin proprio adesso?
«È uno spettacolo voluto in ogni modo da parte mia, per me molto necessario. È costato otto mesi di lavoro. Mi fa molto effetto parlarne oggi, perché racconta l’ascesa di Vladimir Putin e si apre con la voce, con le parole di Anna Politkovskaja. Proprio ieri, 30 ottobre, ho letto sul sito di Avvenire la notizia che il giornale di Anna Politkovskaja, Novaja Gazeta, è costretto a chiudere. Lo storico giornale indipendente cessa di esistere, bloccato dalla repressione. Il principale quotidiano che ha detto la verità su Putin chiude i battenti. È qualcosa che ha enormemente a che fare con la storia che racconto in questo spettacolo».
La scelta di cominciare da Anna Politkovskaja è particolarmente significativa.
«Uccisa per aver scritto la verità, semplicemente. Si chiama giornalismo. Il mio monologo Donna non rieducabile, scritto nel 2007 e interpretato da Ottavia Piccolo, è il mio testo più rappresentato nel mondo. A vent’anni dal suo assassinio vogliamo continuare a restituire la sua voce, quella di chi ha guardato e raccontato quando farlo diventava pericoloso. La sua storia apre lo spettacolo perché parla della libertà di stampa e dell’insofferenza che ogni potere prova nei confronti delle voci critiche».
Da quella voce lo spettacolo torna indietro, fino all’infanzia di Putin. Che cosa scopriamo di quest’uomo?
«È un racconto fortissimo perché fondamentalmente per noi sconosciuto. Sappiamo oggettivamente molto poco, anche della Russia che è la cerniera tra l’Europa e l’Asia. Putin è il più misterioso dei tre personaggi che ho affrontato in questa trilogia: Hitler, Trump e adesso lui. Di Hitler conosciamo la storia, di Trump sappiamo che viene dalla finanza, dal mercato immobiliare, dalla televisione. Putin è quello più lontano, tutto da scoprire. Il punto di non ritorno è il 2000, quando racconta pubblicamente per la prima volta la propria vita, in vista delle elezioni presidenziali. È una biografia agghiacciante, nella quale non risparmia dettagli di violenza estrema. Si descrive come un ragazzino cresciuto per strada, presto votato ai servizi segreti, vissuti come un miraggio di potere e controllo assoluto. Oltre il 60 per cento de Lo zar è tratto da quell’intervista. Quello che al pubblico può sembrare invenzione massima è, paradossalmente, la parte più reale: è quello che ha raccontato lui».
Colpisce soprattutto il rapporto di Putin con il Kgb.
«Racconta di essere entrato per la prima volta nel Kgb a sedici anni. Va lì e chiede: “Come si fa a lavorare qua dentro?”. Riesce a entrare. La cosa incredibile è che, pur lavorando nel Kgb e reprimendo il dissenso, non condivideva una sola parola dell’impianto ideale del sistema. Era dentro ed era il più zelante di tutti, ma esclusivamente per il potere, per il controllo. Amava controllare le vite delle persone. Quando il sistema comincia a saltare, con Gorbaciov, la glasnost e la perestrojka, diventa il più forte avversario di tutto questo, a difesa di qualcosa che in realtà non condivideva. A lui importava il potere fine a sé stesso».
Nello spettacolo c’è anche il crollo dell’Unione Sovietica, un passaggio che in Occidente forse non abbiamo mai davvero compreso.
«Quando nel 1989 è crollato il Muro di Berlino, per noi la frattura è stata netta. La Russia non ha avuto la stessa drasticità. L’impianto ideale, sociale, politico ed economico dell’Unione Sovietica non è venuto giù con un muro. La Russia ha avuto un percorso molto più drammatico, fatto di crolli economici e morti. Un’ecatombe collettiva, un’apocalisse senza precedenti. E poi c’è il 19 agosto 1991: l’esercito è per strada e il Kgb ha deciso di fare un colpo di Stato. La folla reagisce, isola i mezzi dell’esercito, sale sui blindati, canta e sventola le bandiere. È una grandissima pagina di democrazia, ma non riesce ad andare avanti. Putin trasforma in poco tempo quella sete di democrazia in una nuova sete di controllo, repressione, ordine, rassicurazione, protezione. In altre parole, un’altra forma di regime».
È una parabola che parla anche al nostro presente. Che cosa rende Putin rappresentativo di un modello di potere che va oltre la Russia?
«Quello che alimenta le dittature o le democrature, come viene chiamata quella di Putin, è la pigrizia della massa. La democrazia è faticosa: implica l’obbligo costante di dibattere, discutere, argomentare, difendere una causa, esserne consapevoli. Un regime come quello di Putin è più comodo. Le masse sono protette, non devi fare niente, soltanto allinearti e tacere. Ma tacere è molto più comodo che argomentare, urlare o prendere posizione. Oggi le masse hanno la sensazione di essere libere scrivendo post su Facebook e Instagram. A cosa mi serve, in fondo, la libertà di stampa? È una forma di pigrizia».
C’è un’immagine che Putin stesso ha utilizzato per spiegare il potere e che lei riprende nello spettacolo.
«Una volta ha raccontato in tv che, quando era bambino, la madre chiudeva la porta e cominciava a cantare una nenia senza senso e lui si addormentava: “Il potere, secondo me, è questo. Le masse, alla fine, cercano soltanto qualcuno che per loro chiuda la porta e, dicendo anche cose senza senso, li faccia tutti addormentare come bambini”. È una cosa barbara, però purtroppo ha detto qualcosa di profondamente vero».
E le manifestazioni di questi giorni come le giudica?
«Fermo restando che quando ti metti a distruggere le cose, a spaccare le vetrine, questo non è una forma di protesta, ma spesso semplicemente rabbia fine a sé stessa, credo sia evidente – e guai a non prenderne atto – che siamo davanti a una forma, in qualche modo, di insurrezione. Ci sono troppe fasce di popolazione che non riescono più a sopravvivere: anziani, studenti, insegnanti precari. La situazione è diventata insostenibile. Abbiamo assolutamente bisogno, più che mai, di ascoltare».
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