«Il ritorno di Leone XIV in America Latina è un invito a guardare il Sud del mondo»
di Lucia Capuzzi, inviata a Buenos Aires
Il teologo Carlos Galli: «Prevost è uno statunitense che ha scelto di farsi latino americano. Questo pellegrinaggio lo conferma» e nel contempo «ribadisce il carattere universale della Chiesa». Un viaggio fra «opzione preferenziale per i poveri e attenzione per la fede e la pietà popolare»

«È un ritorno. Il ritorno di Leone XIV nella sua America Latina». Così padre Carlos María Galli, sacerdote e docente dell’Università Cattolica argentina, teologo tra i più noti del continente, definisce il viaggio del Pontefice in Uruguay, Argentina e Perù che comincia venerdì. Il legame con il Paese stretto in bilico tra le Ande e il Pacifico è noto. Robert Prevost lo ha esplicitato fin dalla sera dell’elezione con il saluto, in spagnolo, affacciandosi dalla Basilica di San Pietro, all’amata diocesi di Chiclayo. Il primo di molti gesti di affetto. Nell’esortazione apostolica Dilexi Te , dedicata all’«amore verso i poveri», il Papa ha sottolineato l’importanza, nella propria formazione, del processo compiuto dalle Chiese a sud del Rio Bravo, da Medellín a Aparecida. «Devo molto a questo cammino di discernimento ecclesiale», si legge nell’esortazione apostolica. «Leone è uno statunitense che ha scelto di farsi latinoamericano. Espressione quest’ultima che non indica una mera realtà geografica – afferma padre Galli –. L’America Latina è un’entità storico-culturale che abbraccia l’immenso spazio tra il Messico e la Terra del Fuoco e “deborda” fino agli Stati Uniti e al Canada attraverso i tantissimi migranti “latinos”, in buona parte di fede cattolica. Leone XIV ne fa parte. E il suo pellegrinaggio lo conferma».

Per quali ragioni?
«Nella scelta dei luoghi c’è, ovviamente, il desiderio forte di rivedere il “suo” Perù in cui è stato tanto tempo missionario. Con questo Paese il legame è tanto forte che Robert Prevost aveva scelto di prenderne la cittadinanza, in modo da diventare e da restare, nel tempo, peruviano. C’è inoltre, un segno di attenzione per il predecessore, con l’inclusione dell’Argentina, e di sollecitudine geopastorale per il Cono Sud in cui papa Francesco non era stato. Il suo viaggio, però, simbolicamente unisce anche i due Oceani, direttrici del continente. L’Atlantico, su cui è affacciata Buenos Aires, sulle cui rive, nell’incontro con l’Europa, è nata la modernità per il mondo. E il Pacifico, ponte verso l’Asia e cuore pulsante del XXI secolo. Nell’attuale pontificato, come in quello precedente, i viaggi sono uno strumento chiave per ribadire il carattere universale della Chiesa. Una globalità a partire da quel Sud che il mondo, con l’Europa in primis, fa ancora tanta fatica a vedere. Come diceva il poeta catalano Joan Manoel Serrat, “el Sur también existe”, cioè “anche il Sud esiste”. La Chiesa ne è consapevole e aiuta ad ampliare lo sguardo».
Quali sono i sono i tratti più latinoamericani di Leone XIV?
«In primo luogo, l’opzione preferenziale per i poveri, i fragili, i marginali, filo rosso di entrambi i documenti, Dilexi Te e Magnifica humanitas , ambedue cruciali per la Dottrina sociale della Chiesa. In quest’ultima, in particolare, il Pontefice esprime un concetto profondamente latinoamericano, quello di “più umano, più che umano”. Lo sviluppo e la tecnologia devono avere al centro la persona e garantire a ciascuna donna e a ciascun uomo la possibilità di esprimere in pienezza le proprie capacità. L’essere umano, però, trascende se stesso in Dio, il quale gli conferisce una dignità più che umana. Terra e cielo, dunque, non sono eterogenei. In Cristo, il divino entra nell’umano e gli dà pienezza, in un continuo “debordare”, per impiegare una parola molto bergogliana. “Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici – come scrive nell’enciclica Magnifica humanitas –: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma. Davanti a questo, una tecnologia che classifica e ottimizza ciò che già esiste può diventare, senza volerlo, un ostacolo al cambiamento e alla crescita. Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo”. Questo è solo un esempio della visione “latina” di Robert Prevost, ce ne sono altri...».
A quali si riferisce?
«La peculiare attenzione per la fede e la pietà popolare come luogo di incontro tra la cultura e il cuore delle genti e il Vangelo. Il viaggio valorizza alcuni dei luoghi più significativi per la fede dei popoli: il santuario della Virgen de los Treinta y Tres in Uruguay, la basilica della Madonna di Luján in Argentina, l’immagine del Signore dei Miracoli a Lima e la chiesa di Santo Toribio de Mongrovejo di Zaña, entrambi in Perù. È latinoamericana, infine, la consapevolezza del Papa della centralità della dimensione continentale per la Chiesa».
Che cosa intende?
«Il terzo millennio vive la tensione tra una nazione diventata troppo piccola e un mondo eccessivamente grande. Il continente acquista progressiva importanza. Un orizzonte proprio dell’America Latina, segnata dall’aspirazione alla “Patria grande” in cui si inseriscono “ las patrias chicas” , le piccole patrie, delle nazioni. Anche le Chiese, fin dalla prima evangelizzazione, hanno avuto questa cornice. E l’hanno riconfermata, a partire dal 1955, con la creazione del Consiglio dell’episcopato latinoamericano, ossia il Celam, organismo inedito all’epoca, non esisteva altrove. Il Celam ha fatto da apripista per la nascita delle Conferenze episcopali continentali negli anni successivi. Ha avuto un ruolo cruciale nella riflessione e nello sviluppo del magistero del Concilio e della sua ricezione in America Latina. Da ultimo, con la sua équipe teologicopastorale di cui sono stato coordinatore fino al 2024, ha contribuito in modo rilevante alla preparazione e allo sviluppo del Sinodo sulla sinodalità, ora in fase di implementazione».

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