L'Africa conquista la Nba: oltre 60 giocatori e il basket speranza di un continente

Dai grandi campioni affermatisi negli Usa alla crescita della lega africana e ai progetti educativi nel continente: la pallacanestro offre nuove opportunità ai giovani
Google preferred source
November 5, 2026
L'Africa conquista la Nba: oltre 60 giocatori e il basket speranza di un continente
Il camerunense Pascal Siakam, giocatore degli Indiana Pacers /Fotogramma
Sui parquet della Nba c’è un continente che si fa largo sotto canestro. Sono oltre sessanta, più di uno su nove dei 519 giocatori presenti nei roster all’inizio della nuova stagione, i cestisti nati in Africa o con almeno un genitore africano. Più di trenta hanno radici nigeriane. Numeri che raccontano quanto sia cambiata la geografia del campionato più globale dello sport americano.
La strada era stata aperta dai pionieri. Il nigeriano Hakeem Olajuwon fu la prima scelta assoluta del Draft 1984, davanti anche a Michael Jordan. Poi arrivarono il sudanese Manute Bol e il congolese Dikembe Mutombo. Campioni in campo e fuori. Cattolico, Bol interpretava il successo ottenuto negli Stati Uniti quasi come un debito da restituire alla propria terra. Destinò una parte consistente dei guadagni della sua carriera ad aiutare il Sudan devastato dalla guerra e i suoi profughi. Quando il governo sudanese gli offrì un incarico come ministro dello Sport ponendo come condizione la conversione all’islam, lui, cristiano fin dall’infanzia, rifiutò. Un uomo che vedeva nel dialogo una missione: sognava di costruire 41 scuole aperte a cristiani e musulmani, perché l’educazione contribuisse alla riconciliazione di un Paese lacerato dalla guerra e dalle divisioni religiose. La prima fu aperta dopo la sua morte e accolse circa 300 bambini. Nel 2010 la Catholic University of America lo ricordò come un «gigante morale e spirituale».
Profondamente religioso era anche Mutombo, cresciuto in una famiglia cattolica e approdato alla Georgetown dei gesuiti. Alla propria terra rimase legato per tutta la vita e investì milioni di dollari nella costruzione in Congo di un ospedale intitolato alla madre. Anche per lui il successo raggiunto nel basket non cancellò dunque il legame con il luogo dal quale era partito, ma gli offrì gli strumenti per restituire qualcosa alla sua gente.
Oggi l’eccezione è diventata una presenza strutturale. Dal camerunese Joel Embiid a Pascal Siakam, fino a Giannis Antetokounmpo, greco figlio di genitori nigeriani, le radici africane arrivano ai vertici della Lega. Curiosa la storia di Siakam. Trascorse sette anni al seminario minore cattolico St. Andrew’s di Bafia, in Camerun, dove il padre, uomo molto religioso, sperava potesse maturare la vocazione al sacerdozio. Quella chiamata non arrivò, ma di quegli anni Siakam ha raccontato di aver conservato la disciplina, l’autonomia e la capacità di assumersi le proprie responsabilità.
Intanto la Nba è andata incontro all’Africa. Il passaggio più importante è arrivato nel 2021 con la Basketball Africa League (Bal), nata dalla collaborazione tra Nba e Fiba. La sesta stagione ha coinvolto dodici club di altrettanti Paesi, con partite disputate tra Pretoria, Rabat e Kigali. e il successo finale dei RSSB Tigers del Ruanda, vincitori per la prima volta del titolo continentale. L’obiettivo dichiarato non è soltanto scoprire nuovi talenti da portare oltreoceano, ma permettere ai migliori giocatori africani di competere professionalmente senza dover lasciare il continente. Nel 2025 la Bal ha superato complessivamente i 140mila spettatori più del triplo rispetto al 2022, prima stagione disputata in diversi Paesi.
E attorno alle partite comincia a crescere un piccolo sistema. La Lega promuove anche iniziative per offrire ai giovani africani opportunità professionali nell’industria sportiva, non soltanto sul campo. È il caso del keniano Ariel Koranga, giocatore dei Nairobi City Thunder, premiato nel 2026 dalla Bal per aver fondato un progetto di basket femminile che offre formazione, tutoraggio e sostegno a oltre 300 giovani atlete. Altri programmi riguardano formazione personale, educazione finanziaria e partecipazione femminile all’industria sportiva. Il basket, insomma, può creare opportunità anche per chi non indosserà mai una canotta Nba.
Lo dimostra in maniera ancora più evidente un’esperienza nata in Senegal. Seed Project unisce basket e istruzione: la sua Academy offre ai ragazzi borse complete, scuola, inglese, tutoraggio e preparazione all’università insieme all’attività agonistica. Secondo i dati dell’organizzazione, il 92% dei diplomati è entrato all’università oppure ha trovato un lavoro dopo aver lasciato il programma. Sono 58 quelli approdati al basket universitario americano, 31 sono diventati professionisti in 16 Paesi, appena sei hanno giocato nella Nba o in leghe a essa affiliate. Ma proprio qui sta il senso dell’esperienza: il traguardo non è necessariamente formare il prossimo campione, quanto offrire attraverso lo sport un’opportunità di crescita anche a chi non farà mai del basket una professione.
A inizio ottobre, però, è arrivata la notizia della chiusura dell’unica Academy africana della Nba, in Senegal, dopo aver formato circa 110 ragazzi. La Lega ha deciso di concentrare la propria formazione internazionale nella nuova Academy globale di Abu Dhabi. Restano la Bal e programmi come Basketball Without Borders, ma la decisione ha riaperto inevitabilmente una domanda: l’Africa deve diventare soprattutto un nuovo grande serbatoio di talenti per il basket americano? Sarebbe una prospettiva troppo stretta. Perché per ogni ragazzo che arriverà nella Nba ce ne saranno migliaia che non ci arriveranno. E non per questo il basket avrà dato loro meno. Può significare una borsa di studio o un lavoro, ma anche campionati più solidi, società sportive, nuovi allenatori e arbitri, palestre e occasioni d’incontro. O, più semplicemente, una squadra con cui crescere e il piacere di giocare.
È una lezione che riguarda anche l’Occidente, dove lo sport dei ragazzi rischia sempre più spesso di essere soffocato dalla selezione precoce, dal risultato e dall’idea che il talento abbia valore soltanto se conduce al successo. I sessanta e più che oggi giocano nella Nba raccontano una straordinaria conquista africana. Quella più importante, però, potrebbe riguardare i milioni che nella Nba non giocheranno mai: poter fare sport senza essere obbligati a diventare campioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire