Gasparotti: io, Meloni e quel tentativo di archiviare Berlusconi

Presentato il libro "Il regista di Berlusconi. I segreti dei miei 30 anni con Silvio" scritto con Paola Zanca, giornalista del "Fatto quotidiano" per PaperFirst
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November 5, 2026
Gasparotti: io, Meloni e quel tentativo di archiviare Berlusconi
La presentazione del libro
Metti una sera a teatro, insieme, Roberto Gasparotti – l’insperabile uomo immagine di Silvio Berlusconi – e Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano. Praticamente la quintessenza della fenomenologia del più importante uomo di potere degli ultimi 30 anni, in Italia e il suo opposto, il giornalista-scrittore simbolo dell’anti-berlusconismo. Insieme per presentare il libro Il regista di Berlusconi. I segreti dei miei trent’anni con Silvio che Gasparotti ha scritto con Paola Zanca, giornalista del Fatto per PaperFirst, che fa capo alla Seif, Società editoriale del Fatto quotidiano, da poco uscito con la prefazione dello stesso Travaglio.
Chi ha fatto il giornalista politico in quegli anni lo ha temuto e rispettato, ma amato certamente no. Vedere, ai tempi di Berlusconi premier detentore di tre reti affidare a un suo uomo fidato ogni inquadratura delle tre reti Rai era una scena – che si ripeteva, a Palazzo Grazioli, a ogni conferenza stampa – che poco aveva a che vedere con la libertà di stampa. L’autore del libro e il suo editore sono ora come due protagonisti ex contrapposti che raccontano le loro rispettive delusioni. Travaglio lo ammette nella prefazione definendo questo libro come «il ritratto di Berlusconi tracciato dal suo regista-tuttofare» ma anche «della serva Italia che purtroppo gli è sopravvissuta».
Mentre la delusione di Gasparotti emerge dal racconto della sua telefonata ad Arcore dopo la scomparsa del Cavaliere per chiedere di partecipare alla cerimonia funebre, ma dall’altra parte invece del solito “Dimmi, Roberto!” di qualcuno che riconosce il suo numero dal display si sente rispondere con un burocratico invito a inviare una mail. Trent’anni attaccati a lui svaniti nel nulla, da quando, operatore di ripresa delle reti Fininvest, fu precettato nel 1993 nello staff di Berlusconi per un’operazione che nemmeno a lui fu spiegata in anticipo, ma che sarebbe passata alla storia come la “discesa in campo”.
Ed era con lui anche quella sera – il 10 gennaio 2013 – in cui il Cavaliere ospite della trasmissione di Santoro Servizio Pubblico su La7 – si inventa la celebre “scenetta” della sedia che spolvera platealmente per esser stata appena lasciata da Travaglio. Perché, hai voglia prevedere tutto senza lasciare nulla al caso – Gasparotti per le riprese e il fido portavoce Paolo Bonaiuti per i contenuti – ma lui non di rado s’inventava qualcuna di suo, come quella volta delle corna – nella foto del vertice di Caceres, in Spagna, nel 2002 – alle spalle dell’ignaro ministro degli Esteri spagnolo Josep Piqué, o dell’altrettanto celebre bandana indossata con i coniugi Blair suoi ospiti in Sardegna. Gasparotti non si spingeva fino a tanto. Lui al massimo abbassava il leggio del podio, sul palco, per farlo apparire più slanciato, o usava qualche sotterfugio per diminuire il divario in centimetri con l’alleato/competitor Gianfranco Fini. Ma prima del noto “Che fai mi cacci?” che segnò la rottura fra i due, l’ex presidente della Camera più volte fu accondiscendente. Come quella volta che Giorgia Meloni organizzò al Pantheon una manifestazione del Pdl per conto dei giovani della disciolta An e si fece promettere da Gasparotti che avrebbe rinunciato all’immancabile sottofondo di “Meno male che Silvio c’è”. Solo che Berlusconi – furbo – si accorge da remoto che qualche cosa non va e intima al suo uomo di fare come sempre. L’attuale premier – «con qualche ragione», ammette Gasparotti – si adira e non poco per la parola non mantenuta. Lui si giustifica: «Me lo ha chiesto il presidente», le dice. Fini prova a stemperare la contesa: «Beh, se lo ha detto il presidente…». Altri tempi, altre gerarchie.

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