Il voto cattolico in America è cambiato: ecco quanto hanno pesato le religioni sul "mid term"

Forte recupero dei democratici, scelti dal 50% dei cattolici, mentre i repubblicani si fermano al 49%. Trump due anni fa aveva preso il 59%. Con i repubblicani restano le comunità protestanti, forti nei piccoli centri e nelle aree rurali. Ebrei e musulmani a favore dei candidati dem, supportati largamente nelle grandi città soprattutto da giovani e donne
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November 5, 2026
Il voto cattolico in America è cambiato: ecco quanto hanno pesato le religioni sul "mid term"
Operazioni di voto in una chiesa presbiteriana a Chicago / Reuters
I democratici hanno saputo recuperare il voto cattolico nelle elezioni di mid term. È una delle novità più rilevanti che emerge dalle prime analisi sulle elezioni di metà mandato in America che hanno bocciato la linea Trump. Oltre ai giovani, alle donne e ai latinos, è stato dunque anche lo spostamento di voti tra chi si dichiara credente a determinare il messaggio di sfiducia verso l’attuale amministrazione repubblicana.
Il dato che emerge dalle rilevazioni della Cnn parla infatti di un elettorato cattolico diviso a metà, con una lieve prevalenza del voto per i dem: 50% contro 49%. Un sorpasso simbolico, in termini di cifre, significativo soprattutto se lo si legge alla luce di quanto era accaduto nel 2024, quando il tycoon venne preferito dal 59% dei cattolici, mentre Kamala Harris si fermò al 39%.
Quanto ha pesato tutto questo sulle singole contese territoriali? Prendiamo il caso del Texas, dove è stato eletto al Senato l’ex seminarista presbiteriano James Talarico. Qui i cattolici hanno scelto l’esponente del partito dell’asinello al 60% contro il solo 38% del rivale Ken Paxton, seguito in maggioranza invece dai cosiddetti cristiani “rinati”. In generale, a livello nazionale, se guardiamo alla provenienza religiosa degli elettori, colpisce in termini numerici lo schieramento in massa a favore dei candidati democratici da parte sia delle comunità musulmane (86%) sia di quelle ebraiche (68%). Resiste invece a fianco di Trump la quota di elettori di religione protestante, con il 59% a favore del partito repubblicano e il 40% a sostegno dei democratici.
«Abbiamo sconfitto Golia, abbiamo appena dimostrato che una politica basata sulla divisione non può nulla contro una politica basata sull’amore» ha detto Talarico ai suoi sostenitori, dopo essere stato eletto, evocando l’immagine biblica di Davide. Spesso e volentieri, il neosenatore dem aveva ricordato nei suoi comizi il passaggio del Vangelo di Matteo in cui si parla dell’accoglienza dello straniero, dentro un’America in cui il giro di vite sui migranti è apparso evidente. D’altra parte, la campagna elettorale verso il 3 novembre è stata tutta scandita da riferimenti alle religioni, dalle parole dello speaker repubblicano alla Camera, Mike Johnson, che aveva invitato i fedeli a «indossare l’armatura di Dio, per resistere al malvagio» a quelle del senatore democratico eletto in Kansas, il pastore metodista Adam Hamilton, il quale spesso cita il Discorso della montagna.
Il resto del panorama elettorale americano, il giorno dopo il voto di metà mandato, mischia elementi tipicamente a stelle e strisce, con tendenze in atto anche nel Vecchio continente. Il voto “contro” ha pesato, certamente. Il 62% dei cittadini statunitensi disapprova l’operato di Trump e il 61% pensa che abbia messo al primo posto i suoi interessi personali. Se a un americano si chiede «come vanno le cose oggi?» si pensa subito allo stato di salute dell’economia, considerata dal 39% il primo problema da affrontare in agenda, seguita dalla democrazia (32%) e dall’immigrazione (14%): 3 elettori su 4 sono insoddisfatti sui temi del carovita, in particolare per i costi delle bollette e della benzina. È la conferma che i cittadini statunitensi votano davvero con il portafoglio e che uno dei maggiori tradimenti avvertiti dall’elettorato del Gop, il Grand old party, è proprio la promessa legata alla creazione di maggior ricchezza, intaccata sensibilmente dai rovesci della congiuntura internazionale.
Appunto: e la politica estera? È fanalino di coda nell’agenda delle priorità, con il 4% delle persone che la considerano il vero tema da affrontare. Ciò non vuol dire che la strategia imperialista del presidente non abbia pesato: il 50% esatto degli elettori ha considerato eccessivo il sostegno dato negli ultimi due anni dagli Usa a Israele, il 74% ha definito «decisivo» o «importante» il fattore Iran nell’urna.
La geografia elettorale, secondo le elaborazioni fatte da YouTrend su dati del New York Times, rispecchia le attese della vigilia: giovani e donne hanno scelto i democratici, gli elettori bianchi i repubblicani. Le città hanno avuto un posizionamento anti-Trump, i piccoli centri e le aree rurali hanno votato ancora secondo lo schema “Maga”. Se i mondi di riferimento dei due partiti americani sono rimasti quelli tradizionali, è stata verosimilmente la mobilitazione, più forte nel primo caso e più debole nel secondo, a fare alla fine la differenza. In termini percentuali lo spostamento verso i dem è stato di 15 punti percentuali rispetto al 2024. La forbice tra gli schieramenti si allarga se si considerano le platee degli under 30: la percentuale di chi ha scelto candidati alternativi ai repubblicani è cresciuta di 32 punti. Oltreché da alcune religioni, il messaggio di progressiva disaffezione verso Trump è arrivato anche dalle nuove generazioni.
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