
La blue wave (l’onda blu) di cui tanto si parlava ha investito gli Stati Uniti. Gli americani hanno trasformato il midterm in un severo referendum sull’operato di Donald Trump, consegnando al Partito Democratico il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato.
Si è andati ben oltre la fisiologica oscillazione del consenso che storicamente, a metà mandato, penalizza il partito del presidente in carica. È stato un sonoro avviso di sfratto per i Repubblicani e un chiaro ridimensionamento dell'influenza di Trump che, davanti a sé, ha ancora due anni di mandato. Infatti, la sera dei risultati elettorali sul profilo social della Casa Bianca è stato pubblicato un post in cui, oltre alla solita foto con il volto truce, si ricordava che fosse “ancora il vostro presidente”. Non c’è bisogno di ricorrere alla psicologia per affermare che se l’uomo più potente al mondo ha bisogno di ricordare il messaggio ai naviganti, probabilmente è già insita l’ammissione di debolezza. In effetti quella dei Democratici più che un’onda è stato uno tsunami, fatto di prime volte e volti nuovi. Le midterm hanno messo in luce le capacità dei Dem che, dopo aver perso molto male le presidenziali 2024, hanno offerto una sfilza di nuovi e giovani leader all’elettorato americano e messo in discussione la tanto esasperata cultura woke. Volti nuovi che hanno saputo far breccia non solo nell’elettorato tradizionalmente progressista, ma anche in quello più conservatore. Così la vittoria è maturata sia attraverso il recupero dei sobborghi urbani e dei collegi contesi degli swing states, sia tramite le affermazioni in territori storicamente legati al Partito Repubblicano. Le dighe elettorali crollate sono esemplificative: James Talarico, primo senatore Democratico del Texas dal 1988, Adam Hamilton senatore Dem in Kansas dopo novantaquattro anni, la vittoria di Annie Andrews in South Carolina. E ancora i successi in Iowa, North Carolina e Michigan, dove Abdul El-Sayed è diventato il primo senatore statunitense di fede musulmana. Con lui c’è l’afroamericana, l’ex senza tetto, la nativa americana e l’ex seminarista. Profili molto diversi ma dentro un progetto di squadra che si contrappone alla trumpiana degenerazione in leaderismo, con ampi tratti di autoritarismo. Insomma, popolari contro populisti. E solo il tempo ci dirà se questo è l'inizio di un’inversione di rotta, anche in altre parti del mondo.
D’altronde le midterm sono state certamente influenzate dal carovita e dall’impatto economico della guerra in Iran. Circa due terzi degli elettori hanno dichiarato che le politiche dell’amministrazione Trump hanno peggiorato le condizioni economiche, soffocate dall’inflazione e dal costante aumento dei prezzi al consumo. Ecco come gli elettori americani si sono orientati verso i Democratici che hanno scommesso su argomenti molto avvertiti anche da noi: oltre al carovita, la solidarietà sociale, il “darsi una mano” ovvero il sostegno a chi si trova in difficoltà e rischia di rimanere indietro. Orientamenti politici nettamente distanti da quelli di Donald Trump.
La buona notizia è che – almeno inizialmente - il presidente ha ammesso la sconfitta senza ricorrere al suo cavallo di battaglia: i brogli. Resta da capire come gestirà la convivenza con un Congresso avverso e in che modo risponderà alle Commissioni d'inchiesta che i Democratici promuoveranno sui conflitti d’interessi e sulla corruzione della sua ristretta cerchia. Due anni sono lunghi, pieni di rischi e di incognite, soprattutto con un inquilino alla Casa Bianca come Donald Trump. Di certo la corsa alle Presidenziali 2028 è già partita. I Repubblicani dovranno accelerare il dibattito sul post-trumpismo, superare il movimento MAGA e conciliare le posizioni, a tratti inconciliabili, dei due più accreditati alla nomination di candidato: il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. I Democratici dovranno tentare la sintesi tra le posizioni più socialiste e quelle più centriste, con un nome su tutti: Jon Ossoff, rieletto senatore della Georgia, considerato da molti come il nuovo Barack Obama.
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