Disarmare il nostro cuore primo passo per una vera pace
Preghiera, attenzione, limite: il processo interiore per cambiare sé stessi come via che precede le scelte pubbliche. Educandosi a non vedere nell’altro un avversario. Le parole che aprono alla relazione, da Christian de Chergé a Simone Weil e papa Leone XIV

Il testo che segue è un estratto dell'intervento che il direttore di "Avvenire", Marco Girardo ha tenuto venerdì 6 novembre 2026 a Torino nella serata di apertura della decima edizione del GariwoNetwork, dedicato alle “Forme di pace”.
Christian de Chergé era il priore del monastero trappista di Tibhirine, in Algeria. Nel 1996 venne sequestrato e ucciso, insieme con altri sei monaci, durante la sanguinosa guerra civile che stava dilaniando il Paese. Qualche tempo prima aveva scritto una riflessione che, a distanza di trent’anni, conserva una forza straordinaria. In pratica un testamento in cui perdonava in anticipo colui che lo avrebbe ucciso: «Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due». Si domandava inoltre, il priore, come potesse rivolgersi a Dio per chiedergli di disarmare chi minacciava la sua comunità senza cominciare col chiedere di disarmare sé stesso. «Disarmalo», certo. Ma prima ancora «disarmami», «disarmaci». C’è una distanza apparentemente residuale tra queste due invocazioni. In realtà, è una distanza immensa. Perché ci porta a considerare la pace da una prospettiva alla quale siamo poco abituati: quella della nostra responsabilità interiore. Ed è la prospettiva che mi interessa esplorare: il processo interiore attraverso il quale un essere umano riesce a sottrarsi alla logica della violenza.
Che cosa accade dentro di noi quando smettiamo di considerare l’altro un nemico? Quale rapporto esiste fra il silenzio, l’attenzione, la preghiera e la capacità di non reagire violentemente? Come può questa trasformazione personale tradursi in azione pubblica, politica, sociale? Mi interessa indagare, insomma, il lato interno della pace quando tutt’intorno risuonano parole di guerra. Viviamo in un tempo nel quale la pace sembra essersi allontanata dall’orizzonte della politica internazionale. La guerra è tornata a essere uno strumento ordinario di regolazione delle controversie. La forza militare una misura del prestigio delle nazioni. Il riarmo – abbinato per altro allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale – una risposta quasi obbligata all’insicurezza. E intanto assistiamo a una progressiva assuefazione alla violenza. In tale scenario, parlare del lato interno della pace potrebbe sembrare quasi una divagazione esistenzialista. Credo invece sia una questione di realismo essenzialista. E vorrei provare a spiegare perché.
La pace disarmata e disarmante
Le prime parole pronunciate da Leone XIV dalla loggia di San Pietro sono state un augurio di pace. Una pace, disse il Papa appena eletto, «disarmata e disarmante, umile e perseverante». Nel corso del suo pontificato, Leone è tornato più volte su questa indicazione, fino a una formulazione particolarmente efficace: «Disarma la mano e prima ancora il cuore». Perché «se non c’è pace in noi, non daremo pace». Diceva Viktor E. Frankl a proposito di quel senso di impotenza che ci paralizza di fronte a situazioni e fenomeni così epocali come da sempre le guerre e oggi la crisi del multilateralismo o l’avvento dell’IA: «Quando non siamo in grado di cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi». Vero, la pace ha bisogno di istituzioni, di accordi internazionali, di diplomazia e di regole condivise. Richiede giustizia, riconoscimento dei diritti nonché la capacità di affrontare, ben prima, le disuguaglianze che alimentano i conflitti. E nessuna disposizione individuale può sostituire queste responsabilità collettive. Ma esiste anche un lavoro che precede le scelte pubbliche, e continua poi ad accompagnarle. Un lavoro meno visibile, che riguarda il modo in cui guardiamo gli altri, affrontiamo le nostre paure, esercitiamo il potere, reagiamo a ciò che ci minaccia. Perché la violenza comincia spesso molto prima di diventare un gesto: comincia quando abbiamo già trasformato l’altro in un avversario assoluto, quando gli abbiamo attribuito tutte le colpe, quando siamo arrivati a pensare che la sua presenza costituisca un ostacolo alla nostra felicità o alla nostra sicurezza – come capita oggi alla categoria dei “migranti”.
La violenza comincia pertanto – e qui vengo in particolare al mio punto di osservazione – nel linguaggio e nelle rappresentazioni ovvero nelle categorie linguistiche e figurative attraverso le quali organizziamo la realtà. E dunque il lato interno della pace è, prima di tutto, la disponibilità a riconoscere queste dinamiche dentro di noi. A non lasciarci governare interamente dalla paura, dal risentimento, dal desiderio di prevalere. A riconoscere il nostro limite. Scrive Leone in uno dei passaggi più belli della Magnifica humanitas : «La finitudine (leggi il limite, ndr) quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro» (Mh, n. 122). La fragilità è spesso la condizione attraverso la quale diventiamo capaci di relazione, amore e responsabilità. Quello sul “limite” è un lavoro difficile. Perché ci chiede di intervenire proprio su ciò che siamo abituati a considerare più spontaneo: le nostre reazioni. Ma come si compie concretamente questo lavoro?
L’attenzione, una pratica di pace
Vorrei scegliere una disposizione umana – gli scienziati della mente la chiamano un “processo cognitivo” – su cui negli ultimi tempi ho cercato di riflettere a lungo, anche in relazione al mio mestiere di giornalista e al contesto di flusso in cui siamo immersi. Si tratta dell’attenzione. E vorrei farlo soprattutto attraverso il pensiero di Simone Weil, a mio avviso una delle figure intellettuali e spirituali più originali del Novecento (morì nel 1943, a soli 34 anni, lasciandoci una riflessione straordinariamente attuale sul rapporto tra forza, giustizia e attenzione). In uno dei suoi testi più belli, dedicato al buon uso degli studi scolastici, riporta una considerazione molto semplice: «La preghiera è fatta di attenzione». Weil spiega in realtà che perfino un esercizio di geometria, una traduzione dal greco, un problema che non riusciamo a risolvere possono diventare un apprendistato spirituale. Perché ciò che conta non è immediatamente il risultato: è la disposizione con cui ci mettiamo davanti a qualcosa che non comprendiamo ancora. Conta la disposizione.
Siamo abituati a pensare che “fare attenzione” significhi concentrarsi, esercitare la volontà, costringere la mente a rimanere su un oggetto. Simone Weil propone qualcosa di diverso. L’attenzione autentica richiede di sospendere, almeno per un momento, la pretesa di impadronirsi della realtà. Di lasciare il pensiero disponibile, in attesa. Di non sovrapporre immediatamente a ciò che incontriamo le nostre convinzioni e i nostri desideri ovvero le nostre proiezioni. È dunque un movimento di sottrazione che risulta protettivo in un contesto – informativo, politico, sociale – di grande reattività. Sì, perché noi siamo continuamente portati a reagire. La reattività è il combustibile delle piattaforme sociali. Qualcuno ci contraddice? Sentiamo il bisogno immediato di rispondergli. Qualcosa ci spaventa? Cerchiamo un colpevole. Un evento smentisce le nostre aspettative? Tentiamo di ricondurlo rapidamente a uno schema noto. L’attenzione introduce invece una piccola, decisiva distanza tra ciò che accade e la nostra reazione. Ci permette di riconoscere un’emozione senza esserne immediatamente governati. Di ascoltare una posizione diversa senza doverla subito combattere. Di accettare che la realtà – questo dovrebbe valere soprattutto per gli operatori dell’informazione – sia più complessa delle nostre rappresentazioni.
Ed è esattamente in tale marginale distanza che può nascere una possibilità di pace. Non penso, naturalmente, che basti pregare o “prestare attenzione” per diventare persone pacifiche. La storia offre anche esempi di uomini colti, spirituali e religiosi capaci di terribili violenze. La spiritualità non garantisce automaticamente la bontà delle azioni. Può perfino trasformarsi in una forma raffinata di narcisismo, quando diventa ricerca esclusiva del proprio benessere. Ma tutte le grandi tradizioni contemplative hanno elaborato, nel corso dei secoli, pratiche molto precise per educare l’attenzione. La stessa Simone Weil racconta di avere imparato il Padre nostro in greco e di recitarlo ogni mattina con un’attenzione assoluta. Quando perdeva il filo, ricominciava. Quel gesto non cercava una particolare emozione religiosa. Era un esercizio di presenza piena alla parola. La pace interiore non è uno stato d’animo che possiamo procurarci a comando. È il possibile frutto di un esercizio, di una disciplina, di un modo diverso di abitare il tempo: «A noi che siamo malati di velocità e consenso – diceva qualche sera fa l’amico monaco camaldolese Natale Brescianini – la spiritualità suggerisce invece di trovare ritmo e consonanza».
C’è però un secondo passaggio interessante sul tema dell’attenzione, ed è una conseguenza decisiva in Simone Weil come in tutte le tradizioni contemplative: l’attenzione, quando diventa autentica, non ci chiude dentro noi stessi ma ci porta verso gli altri. Sviluppa compassione. L’esatto opposto di una degenerazione dell’informazione nella sua variante narcisistica; e, se vogliamo, anche di un certo giornalismo stile social che si nutre di scontro più che d’incontro. In ogni caso, anche per chi fa informazione l’attenzione è il punto preciso nel quale il lavoro sulla propria interiorità incontra la responsabilità verso il mondo. La categoria dei giornalisti lavora dentro una contraddizione sempre più evidente: disponiamo di strumenti straordinari per conoscere ciò che accade nel mondo. Riceviamo informazioni in quantità praticamente illimitata, in tempo reale, da ogni continente. Eppure, questa abbondanza sembra accompagnarsi a una crescente difficoltà di prestare attenzione. Prestare – soprattutto – attenzione a dove e come ha inizio un percorso di pace.
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