Gli psicologi non si sentono più al sicuro nelle carceri lombarde

Un'indagine dell'Ordine rivela che 7 su 10 percepiscono pericoli per la propria incolumità. La maggior parte non ha ricevuto formazione specifica per la sicurezza. «Soffriamo della carenza di personale e dei salari bassi»
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November 6, 2026
Gli psicologi non si sentono più al sicuro nelle carceri lombarde
Un detenuto nel carcere di Bollate, a Milano / IMAGOECONOMICA
Le segnalazioni che arrivano sul tavolo di Simona Silvestro, coordinatrice del gruppo di lavoro sulla Psicologia penitenziaria in Lombardia, sono sempre più numerose e preoccupanti. «Mi sono trovata sola in una stanza chiusa con un detenuto agitato, senza la polizia nelle immediate vicinanze», racconta una collega. «È nata una rivolta nei reparti mentre ero in ufficio, con incendi e molto fumo», dice un’altra. E ancora: «I detenuti entrano senza autorizzazione negli uffici, anche in assenza di agenti». Nelle carceri lombarde, sovraffollate da persone che presentano traumi e quadri clinici sempre più complessi, il lavoro dello psicologo è ostacolato da spazi fisici inadeguati, mancanza di dispositivi di sicurezza e carenza di personale. Sette professionisti su dieci dichiarano di percepire ogni giorno un pericolo per la propria incolumità personale e il 58% afferma di aver già ricevuto minacce. Sono questi i risultati di un’indagine presentata a Milano dall’Ordine degli psicologi e delle psicologhe della Lombardia, che ha interrogato 185 professionisti sulle condizioni di lavoro nelle carceri.
La crisi degli psicologi penitenziari, secondo i ricercatori, nasce dalle fragili condizioni degli istituti sovraffollati. In questo contesto, i professionisti si trovano spesso «in prima linea»: «Lo psicologo affronta situazioni particolarmente importanti – spiega Roberto Ranieri, responsabile dell’unità regionale di sanità penitenziaria –. Su tutte, l’individuazione del rischio suicidario da parte del detenuto». Ciononostante, tre professionisti su quattro oggi assistono i propri pazienti in spazi che ritengono inadeguati, sei su dieci lamentano la mancanza di dispositivi di sicurezza e il 55% sostiene che il personale penitenziario sia carente. «Alcuni colleghi mi hanno raccontato di essere rimasti nei sotterranei del carcere San Vittore senza personale sul piano – racconta Simona Silvestro –. Altri di essersi trovati chiusi in aree dell’istituto senza poter chiamare aiuto. A queste condizioni lavoriamo male: siamo arrivati a un limite a cui porre attenzione, prima di arrivare a situazioni sgradevoli».
Di fatto, il rischio percepito dagli psicologi non ha a che fare tanto con l’utenza (solo un professionista su cinque ha avuto contatti diretti con i detenuti), quanto con la carenza di formazione specifica. Sei su dieci non hanno mai ricevuto istruzioni sulla gestione del rischio in carcere e il 76% non è a conoscenza di procedure ad hoc per affrontare le emergenze. Si tratta di strumenti carenti, ma fondamentali: quattro psicologi su cinque ne hanno avuto bisogno almeno una volta. «In contesti ad alta intensità emotiva e organizzativa – riassumono gli autori dell’indagine –, la formazione svolge una funzione cruciale». Non solo: chi ha avuto accesso a una preparazione specifica l’ha trovata spesso «episodica e frammentata». La maggior parte segnala generici «corsi sulla gestione dell’aggressività», «lezioni online riguardanti il rapporto con l’utenza, ma senza alcun riferimento specifico al carcere» o anche solo «colloqui informali con colleghi».
A rendere ancora più fragile il lavoro degli psicologi penitenziari, poi, è la loro condizione economica: precaria e malpagata. Sei professionisti su dieci lavorano come collaboratori a partita Iva, mentre solo il 24% è impiegato con contratto da dipendente a tempo indeterminato. In generale, tre su quattro dichiarano che in ambito penitenziario non è rispettato l’equo compenso e la soddisfazione attorno al salario è scarsa. Si tratta perlopiù di professionisti molto giovani – il 53% ha meno di 45 anni –, prevalentemente donne.
«Il lavoro psicologico negli istituti penitenziari rappresenta al giorno d’oggi uno degli ambiti più complessi della professione, poiché si colloca in un contesto caratterizzato da elevata responsabilità clinica, relazionale e istituzionale», chiosa la presidente dell’Ordine della Lombardia, Valentina Di Mattei. Per questo, a partire dai numeri, gli psicologi lombardi ieri hanno individuato quattro priorità di intervento: «Sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto professionale dopo eventi critici, maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo – sintetizza Silvestro –. Mi auguro che questo sia l’inizio di un necessario cambio di rotta per una professione di estrema importanza».

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