Gli studenti non vogliono compiti corretti dall'intelligenza artificiale
Nello studio Unesco sull'uso dell'IA in classe, le esperienze di docenti in tutt'Europa. Gli allievi vogliono essere letti davvero e chiedono attenzione umana

Claudia Muellauer è una docente di Lingua e Teoria della conoscenza all’International Highschool Herzogberg, in Austria. Durante una mattina qualunque, dopo aver consegnato i compiti corretti ai propri alunni, si è sentita rispondere «Questa correzione sembra fatta da ChatGPT». Effettivamente i commenti che aveva scritto a margine degli elaborati degli studenti erano accurati e molto più dettagliati di quelli che avrebbe avuto il tempo di scrivere da sola. È lei stessa a raccontare questo episodio in uno dei 26 saggi di The algorithm in the room, il volume pubblicato dall’Unesco in occasione della Digital Learning Week di Parigi.
La docente aveva cominciato a usare l’intelligenza artificiale per curiosità, prima ancora che per risparmiare tempo, ma correggere i compiti era diventato più lungo perché caricava gli elaborati con istruzioni molto dettagliate, poi rivedeva i commenti del chatbot, eliminava quelli fuori tema, aggiungeva incoraggiamenti per non scoraggiare i ragazzi e poi riscriveva alcuni passaggi con parole sue. Così, racconta Muellauer, una correzione da cinque minuti arrivava a richiederne quindici o venti. Ma l’aspetto più sorprendente è che gli stessi studenti non apprezzavano questa tipologia di correzione: «Mi hanno detto che volevano che leggessi il loro lavoro – racconta la prof –. Per loro, l’utilizzo dell’IA segnalava ‘la mia assenza». I commenti, troppo minuziosi o impersonali generati con il supporto dell’IA venivano ignorati dagli studenti, soprattutto perché mancava un segno riconoscibile dell’attenzione dell’insegnante, come una nota scritta a mano sul margine del foglio o una sottolineatura. Muellauer lo definisce un paradosso: «Più il feedback diventava “perfetto”, meno sembrava reale ai miei studenti».
Spiegare alla classe come usava l’IA è servito solo in parte, alcuni ragazzi hanno ammesso di usarla a loro volta per trovare idee o scrivere le prime bozze, ma il giudizio sulle correzioni non è cambiato: «A volte mi sembra di imbrogliare, anche quando so di aver lavorato più che mai», ha scritto la docente che comunque resta convinta che quei commenti generati dall’IA aiutassero a capire meglio gli errori, ma quanto possono servire, si chiede, se gli studenti non ne riconoscono il valore? Forse la loro diffidenza segnala un bisogno: sapere che l’insegnante ha dedicato tempo e attenzione a ciò che hanno scritto, per questo propone di custodire «le belle inefficienze che segnalano una cura autentica».
Il racconto, poi, affronta una domanda trasversale all’intero volume: che cosa rischiamo di perdere quando affidiamo una parte dell’insegnamento all’IA? Bianca Farthing, docente nel Regno Unito, si interroga sulla promessa di una didattica su misura per ogni studente: «Il paradosso dell’apprendimento personalizzato è che spesso mette ai margini la voce di chi apprende», il rischio, cioè, è che proprio lo studente abbia poca rilevanza nelle scelte sul proprio percorso. Victoria Livingstone e Jeppe Klitgaard Stricker raccontano invece di una studentessa che, prima dell’arrivo dei chatbot, aveva letto libri per un mese prima di definire l’argomento di una ricerca sull’effetto Mozart: con l’IA sarebbero bastati pochi minuti, ma avrebbe perso il confronto tra fonti in disaccordo tra loro, che l’aveva aiutata a raggiungere una conclusione più ragionata. Per i due autori, questa fatica è una parte essenziale dell’apprendimento.
Nelle conclusioni, il rapporto invita le scuole (e chi decide le politiche educative) a spiegare a che cosa serve ogni strumento di IA introdotto in classe. E sottolinea che devono essere gli insegnanti a scegliere se e come usarlo. Il documento, infine, segnala anche un complessivo ripensamento nell’uso delle tecnologie: alcuni sistemi scolastici, tra cui quello svedese, stanno riducendo gli schermi per tornare a libri e carta. Muellauer riconosce che l’IA l’ha resa un’insegnante migliore, ma allo stesso tempo ricorda che «l’insegnamento è sempre stato un lavoro fondamentalmente relazionale» e quindi nelle correzioni, gli studenti cercano anche la prova che qualcuno li abbia letti e capiti davvero.
Una nota a margine, persino imprecisa, può darla, mentre un giudizio impeccabile ma artificiale rischia di cancellarla.
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