L’IA è già entrata in classe. Ecco le scuole che stanno provando a trasformarla da scorciatoia a strumento
C'è chi fa scrivere interi manuali ai docenti con l'aiuto dei chatbot e chi introduce la robotica già dalla primaria. La didattica è rivoluzionata di fronte a una certezza: il 94% degli alunni usa gli algoritmi per studiare

Quella che era un’impressione diffusa, ora è una certezza. Tutti – o quasi - gli studenti italiani usano l’intelligenza artificiale. Il 94%, a esser precisi, la utilizza almeno occasionalmente mentre il 62% la interroga ogni settimana o, addirittura, ogni giorno. A chiarirlo è Indire, il più antico ente di ricerca del ministero dell’Istruzione, che al termine del Festival dell’innovazione scolastica di Valdobbiadene ha pubblicato i risultati della prima grande indagine nazionale sull’impiego dei chatbot in aula, fondata su un sondaggio che ha coinvolto oltre 5.300 alunni. Il paradosso, emerso dai dati, è che gli studenti ormai si fidano più degli algoritmi che dei docenti umani: stando alle loro dichiarazioni – sia tra chi crede moltissimo nei chatbot sia tra chi invece dà pochissimo credito alle macchine – oltre uno su due non verifica le fonti delle risposte. Trattandosi di un questionario fondato sulla sincerità delle risposte, è credibile che la percentuale possa essere ancora più alta.
Ma a cosa serve l’intelligenza artificiale in mano agli studenti? Principalmente ad alleggerire lo studio. Per quanto riguarda i compiti di Italiano, è utile a scrivere o riassumere testi. Nelle lingue straniere, aiuta gli studenti a tradurre. Nella Matematica risolve equazioni e altri esercizi. Il rischio, naturalmente, è quello di delegare gran parte dell’allenamento individuale alla macchina. E gli studenti ne sono consapevoli: il 44% sostiene che l’IA a scuola possa rendere troppo dipendenti e «far pensare meno con la propria testa».
Lo ha capito anche il Ministero, che quest’anno ha varato nuove linee guida per l’uso dell’intelligenza artificiale in aula, inserendola di fatto nei programmi. Ma, prima ancora, lo hanno capito le scuole che da anni sperimentano in ordine sparso. «Non basta un tablet per cambiare la didattica da un momento all’altro. Dobbiamo farci trovare pronti e formati alle sfide dell’intelligenza artificiale». L’idea di Salvatore Giuliano, dirigente scolastico dell’istituto Ettore Majorana di Brindisi, è che gli algoritmi siano uno strumento utile per venire incontro alle esigenze di ogni studente. Anche quelli con disabilità o bisogni specifici dell’apprendimento. Dal 2009, il suo progetto “Book in progress” permette agli alunni di 33 istituti in tutta Italia di studiare su manuali scritti dai docenti e modificati, di anno in anno, sulla base dei riscontri ottenuti in classe. Ma da settembre questa “casa editrice”, fatta di insegnanti e studenti, aggiungerà i chatbot tra le sue firme: «Grazie all’intelligenza artificiale – continua Giuliano –, i contenuti creati dai docenti vengono coniugati in otto stili di apprendimento diversi: dai più testuali ai più visivi». Anche i compiti a casa saranno a prova di IA: «Se il docente assegna un compito sulla Divina commedia e l’alunno arriva con una relazione bellissima scritta dall’IA, non si dovrà più valutare il risultato ma il processo. Ovvero come l’alunno è arrivato a produrre quel testo».
Per altre scuole, come il liceo “Volta” di Reggio Calabria, l’integrazione tra macchina e studente è possibile solo attraverso una piena consapevolezza del mezzo. Gli alunni dell’indirizzo delle “Scienze applicate” dell’istituto hanno già a disposizione da cinque anni oltre 150 ore di lezione, per imparare non solo il funzionamento dei modelli predittivi, alla base delle più potenti intelligenze artificiali generative, ma anche le leggi che – almeno in Europa – ne regolano l’impiego. «L’obiettivo non è solo insegnare l’IA come una tecnica – spiega Antonella Nocera, docente di Informatica che coordina il progetto “Intelligenza artificiale e algoretica” –. Vogliamo introdurla come strumento di pensiero critico». Il principio è semplice: «Più lo studente conosce Matematica, Logica, Fisica e Algebra, migliore sarà il risultato che ottiene dall’IA». Anche per questo l’ultimo anno di sperimentazione, al “Volta” di Reggio Calabria, è dedicato allo studio dell’Etica applicata. «La scuola deve formare persone sagge, non esecutori passivi», conclude la docente.
Ma l’alfabetizzazione alle nuove tecnologie, in molti istituti, comincia già dalle scuole dell’infanzia e primarie. Nell’istituto sperimentale “Nazario Sauro-Rinascita” di Milano, dove studiano alunni dai 3 ai 14 anni, i laboratori di robotica esistono da anni. Ma la dirigenza guida i più piccoli soprattutto verso un’educazione fatta di socialità e movimento: «Preferiamo un modello in cui i bambini non stiano seduti per otto ore», spiega la dirigente Carmela Taibi. Nella scuola, che fa parte della rete Wiki-school insieme ad altre due istituti italiani, gli studenti si muovono ogni settimana tra le classi, costruendo relazioni con alunni di età diverse e autogestendo, come in una democrazia in miniatura, la propria vita scolastica. In questo modo, sviluppano competenze che non possono essere sostituite dall’intelligenza artificiale. «L’obiettivo della scuola è favorire l’autoregolazione – conclude Taibi –. L’alunno non è persona da controllare, ma deve imparare a gestire autonomamente il proprio comportamento».
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