Scontro senza fine sull'ex Ilva: il governo promette il rilancio, Taranto chiede futuro. Come finirà?
di Cinzia Arena
Tensione con i sindacati e riunione interrotta a Palazzo Chigi: stop ai licenziamenti e spunta l’ipotesi “scivolamento” verso la pensione per i lavoratori. L’indotto: «Garanzie sulla continuità produttiva». Mantovano non esclude una partecipazione pubblica nell’acciaieria

Una tripla convocazione, al tavolo si susseguono senza soluzione di continuità con gli enti locali, le imprese e i sindacati nel giro di poche ore, e la necessità di dare un segnale forte dopo anni di giri a vuoto. Uscire dal pantano in cui si trova immersa l’ex Ilva è un compito arduo che il governo è costretto ad affrontare a testa bassa. Che non ci sia più tempo da perdere lo dimostra lo spiegamento di ministri a Palazzo Chigi oggi pomeriggio: i nodi sul tappeto sono tanti e intrecciati tra loro. Il futuro degli stabilimenti, quello dei lavoratori dell’azienda e delle imprese dell’indotto, la sorte dell’area a caldo appesa alle decisioni della magistratura e le offerte dei quattro potenziali acquirenti. Sul dibattito aleggia come una spada di Damocle la decisione della Corte d’Appello di Milano che domani è chiamata a valutare l’istanza di sospensiva presentata dalle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva contro lo stop dell’area a caldo. A stabilire l’interruzione dell’attività di altoforni e cookerie, che sulla carta scatterà ad ottobre, è stato proprio un decreto della stessa Corte.
La prima mossa del governo riguarda Taranto. Con la proposta avanzata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che ha presieduto i tre incontri di avviare un tavolo permanente sull’area di Taranto, sul modello di quanto fatto per la realizzazione delle opere del Giubileo 2025 o per gli interventi nella cosiddetta Terra dei Fuochi in Campania. «La convocazione del tavolo - ha spiegato Mantovano ai rappresentanti delle istituzioni locali - potrebbe essere avviata già nei prossimi giorni» e servirà a evitare la frammentazione degli interventi e «a mantenere costantemente aperto un luogo di confronto». Quella del governo non è una prospettiva di rassegnazione, ha assicurato Mantovano, bensì di rilancio e di gestione attiva della transizione. «Il futuro dell’Ilva sarà in ogni caso legato al green e alla decarbonizzazione attraverso i forni elettrici alimentati a Dri» ha detto. Se lo stop dell’area a caldo venisse confermato verrà comunque avviato, è la promessa del governo, un piano di reindustrializzazione verde.
Il presidente della Regione Antonio Decaro ha parlato di “riposte parziali” dell’esecutitivo e sottolineato che per Taranto serve un orizzonte variegato, che vada oltre l’acciaio. «Abbiamo chiesto che il porto diventi davvero un hub per l’eolico offshore. Abbiamo proposto la città come zona di accelerazione per la produzione industriale». Quanto al polo siderurgico essenziale sarà la decarbonizzazione così come l’individuazione di percorsi di accompagnamento alla pensione per una parte dei lavoratori. «Abbiamo parlato dello scivolamento pensionistico e di un’attenzione a coloro che sono stati esposti ad amianto» ha spiegato il sindaco Pietro Bitetti.
Ma l’annuncio più importante è stato quello legato alla spinosa vicenda dell’indotto deflagrata nell’ultima settimana con lo spettro di licenziamenti collettivi per 2.500 persone. Il governo ha lanciato un invito a sospendere le procedure annunciate dalle aziende che lavorano in appalto per l’ex Ilva, almeno fino alla decisione definitiva della Corte d’Appello di Milano. La risposta positiva, in segno di dialogo e «per senso di responsabilità», è arrivata dalle associazioni maggiormente rappresentative. Vale a dire l’Aigi e la confederazione Aepi.
Proprio l’Aigi nei giorni scorsi aveva annunciato l’inizio di una crisi occupazionale senza precedenti. «Di fronte anche alle garanzie della continuità produttiva in un nuovo tipo di acciaio, l’acciaio green con i forni e i Dri, abbiamo risposto positivamente di sospendere momentaneamente i licenziamenti collettivi, almeno fino all’udienza alla sentenza del Tribunale di Milano» ha spiegato il presidente Nicola Convertino. L’obiettivo non era l’obiettivo licenziare, ma «fare arrivare il grido d’allarme di preoccupazione sociale che c’è a Taranto» ha aggiunto il presidente di Aepi, Mino Dinoi.
L’ultimo incontro, il più teso tanto da rendere necessaria una sospensione di un’ora, è stato quello con i sindacati che hanno chiesto garanzie sulla tenuta occupazionale e in intervento diretto dello Stato per un settore considerato strategico. Uno spiraglio in questa direzione è arrivato da Mantovano che non ha escluso a priori questa ipotesi in presenza di un piano industriale solido e credibile. Un’eventuale chiusura dell’area a caldo aprirebbe scenari foschi sul fronte degli esuberi. Per Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil i tavoli e le promesse non bastano a risolvere la questione. «Con le parole non si risolvono i problemi abbiamo bisogno di cose concrete. Rispetto alla possibilità che chiude l’aria a caldo voglio capire che fine fanno i lavoratori e le lavoratrici di Taranto. Voglio capire che fine fanno i lavoratori e le lavoratrici di Novi Ligure e di Genova». Dai sindacati è arrivata la richiesta di risposte celeri per una situazione «che si trascina ormai da più di quindici anni» come ha sottolineato il segretario generale della Fim Cisl Ferdinando Uliano.
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