Ecco perché in Yemen è guerra aperta e gli Houthi attaccano in Arabia
di Luca Foschi
L'esercito governativo marcia sulla capitale Sanaa, da undici anni in mano ai filoiraniani. In una settimana 500 morti. In ballo il controllo di Bab al-Mandeb

I gruppi militari alleati che compongono l’esercito del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, con sede nella città di Aden, hanno raggiunto la periferia di Sanaa, la capitale del Paese strappata nel 2015 dalle forze ribelli degli Houthi sostenuti dall’Iran. Ad affermarlo ieri Amijid al-Nuzaili, portavoce ufficiale delle forze armate, che ha invitato tutti i miliziani a deporre le armi e ad arrendersi, chiedendo inoltre al resto dei cittadini di evitare le strade che legano la città alle aree di Marib, al-Jawf, Nihim, Sirwah, Mahliyah e al-Hazm, centri situati fra i 60 e i 120 chilometri dalla capitale. La fulminea operazione delle forze governative rappresenta il momento culminante di una sorda guerra di attrito ricominciata a metà luglio dopo quattro anni di tregua, e culminata nella notte fra lunedì e martedì con l’attacco condotto dagli Houthi su quattro città nel sud dell’Arabia Saudita, potenza regionale che da oltre un decennio sostiene il tentativo di Aden di riconquistare pieno controllo su tutto il territorio nazionale. I missili dei ribelli sciiti, riporta Reuters, hanno ferito almeno 73 persone, fra le quali donne e bambini, e causato incendi in diverse infrastrutture petrolifere saudite.
Secondo l’ufficiale degli Houthi Yahya Saree, la milizia ha colpito gli impianti del colosso petrolifero Aramco, l’aeroporto di Abha, la base aerea di King Khalid e i centri di Khamis Mushait, Jazan e Najran con decine di missili e droni, in risposta a «121 attacchi» effettuati da Riad in Yemen negli ultimi tre giorni. Per l’Organizzazione mondiale della sanità, gli scontri in atto hanno causato dal 23 agosto ad oggi 723 morti, almeno cinquecento nell’ultima settimana, tra cui 29 civili. Sarebbero invece almeno 150mila le persone messe in fuga dagli attacchi degli Houthi sulle aree popolate da civili, riporta l’emittente al-Arabiya. Il significato degli scontri valica i territori meridionali della Penisola Arabica e si colloca nella più vasta cornice del conflitto innescato il 28 febbraio dall’aggressione israelo-americana all’Iran. La risposta asimmetrica di Teheran ha coinvolto, in misura diversa, tutti gli Stati affacciati sul Golfo, e costretto le petro-monarchie a cercare percorsi alternativi allo Stretto di Hormuz per il vitale trasporto del greggio. Per l’Arabia Saudita la via marittima sostitutiva è costituita dal Mar Rosso, presidiato dagli Houthi soprattutto intorno al suo punto più sensibile, lo stretto di Bab al-Mandeb. Un collo di bottiglia strategico sia per i ribelli yemeniti che per l’Iran, impegnato in una guerreggiata trattativa con gli Stati Uniti, storici protettori di Riad e promotori di una campagna diplomatica per il disarmo di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, ultimi, indeboliti vassalli del cosiddetto “Asse della resistenza” che fa capo alla Repubblica islamica. La chiusura totale di entrambi gli stretti avrebbe ripercussioni molto severe per l’economia globale. Guerra civile e conflitto regionale si intrecciano. Solo quattro giorni fa Mohammad al-Bukhaiti, rappresentante politico degli Houthi, sottolineava come il gruppo yemenita fosse impegnato a combattere non il governo di Aden, ma l’Arabia Saudita ad esso alleata, colpevole di aver attuato un blocco militare foriero di grandi sofferenze per la popolazione. «Manteniamo tutte le opzioni aperte, e speriamo di evitare un allargamento del conflitto, ma se questo dovesse verificarsi distruggeremo tutte le vitali strutture petrolifere saudite», aggiungeva al-Bukhaiti. «La strada della diplomazia non è chiusa», ha risposto nella serata di ieri in serata il principe Faisal Bin Farhan al-Saud, ministro degli Esteri saudita.
La tregua raggiunta nel 2022, con la fondamentale intercessione dell’Onu, è stata infranta il 13 luglio, quando gli Houthi hanno attribuito a Riad il bombardamento dell’aeroporto internazionale di Sanaa per impedire l’atterraggio di un velivolo iraniano. La milizia in risposta ha lanciato dei missili sull’aeroporto di Abha, poi intercettati, e dichiarato il blocco delle navi saudite sul Mar Rosso. Per quasi due mesi il confronto ha visto gli Houthi rispondere alle incursioni aeree saudite con droni e missili diretti sia sul territorio della monarchia che sulle navi impegnate nella navigazione sul Mar Rosso. Giovedì i combattimenti sono andati intensificandosi con l’offensiva portata dagli Houthi nelle province di Taiz e Hodeidah, orientata, hanno rilevato alcuni analisti, alla conquista di Mokha, distante appena 50 chilometri da Bab al-Mandab. Una dura condanna agli Houthi arriva da Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, Paese legato all’Arabia Saudita e alla Turchia da un patto di difesa militare che prevede l’intervento a sostegno degli alleati in caso di aggressione.
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