Il sopravvissuto di Srebrenica: «Gli onori a Mladic? Resterà per sempre un assassino»
Nedžad Avdic nel 1995 aveva solo 17 anni; si salvò dalle esecuzioni di massa fingendosi morto: «Non ho gioito per la morte del generale. In tantissimi lo osannano ancora. Finché respirerò, continuerò ad avere speranza nella verità»

«Non ho gioito per la sua morte. Era un criminale quando era in vita e resterà un criminale anche da morto. Quando nel 2017 lo condannarono all’ergastolo pensai alla mia famiglia, alle mie tre figlie. Sono loro la mia risposta all’orrore e alla morte». A più di trent’anni dal genocidio di Srebrenica, Nedžad Avdic continua a vivere a pochi passi dal luogo in cui è sepolto suo padre. È uno dei pochissimi – non sono più di una dozzina – sopravvissuti alle esecuzioni di massa di quei giorni di luglio del 1995, quando aveva appena diciassette anni. Fu catturato durante la fuga e portato, con le mani legate dietro la schiena, sul terrapieno di una diga, dove centinaia di uomini e ragazzi erano stati condotti per essere fucilati. Spararono anche a lui, colpendolo al petto, al braccio destro e al piede sinistro. Credendolo morto, i soldati si allontanarono. Avdic riuscì a fuggire e rimase nascosto nei boschi per quattro giorni, fino a raggiungere le forze bosniache. Attorno a lui si era appena consumato il genocidio di oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani uccisi.
Da allora è stato uno dei testimoni chiave al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, all’Aja. Le sue deposizioni sono state decisive nei processi contro alcuni dei principali responsabili del genocidio, tra cui Radislav Krstiæ, Ljubiša Beara e Zdravko Tolimir. A lungo è rimasto sotto copertura per motivi di sicurezza e anche perché non si sentiva ancora pronto a raccontare in pubblico ciò che gli era successo. Ma poi ha deciso di uscire allo scoperto condividendo la sua storia con il mondo intero, per far sì che la sua testimonianza possa diventare un antidoto al negazionismo. Da alcuni anni Avdic è tornato a vivere con la moglie e le figlie adolescenti nelle vicinanze del Memoriale di Srebrenica e nel giorno dei funerali di Ratko Mladic torna a parlare di quella storia e delle immagini arrivate da Belgrado.
Che cosa ha pensato quando ha saputo della morte di Mladic?
Ho pensato che la sua morte non cambia quello che è successo e non restituisce la vita a mio padre, a mio zio e agli altri miei familiari che sono stati uccisi. Non restituirà la vita a nessuno degli uomini e dei ragazzi che sono morti a Srebrenica. Non gioisco per la sua morte. Era un criminale quando era in vita e resterà sempre un criminale che ha lasciato dietro di sé soltanto macerie. Oltre al nostro Paese distrutto, alle città e ai villaggi devastati, alle migliaia di vittime, alle famiglie distrutte e alle persone condannate alla sofferenza, ci sono migliaia di persone che lo glorificano, molte delle quali sono nate molto tempo dopo la guerra e pronte a commettere un nuovo genocidio. Chi in Serbia cerca di opporsi a tutto questo continua a essere zittito.
Si aspettava di vedere una celebrazione così imponente a Belgrado?
Purtroppo non mi ha sorpreso affatto. Da trent’anni una parte della società serba continua a considerare Mladic un eroe nonostante le sentenze dei tribunali internazionali e le testimonianze come la mia. Perché chi è al potere in Serbia conosce bene il nazionalismo e lo sciovinismo, e il loro ruolo negli anni Novanta è ben noto, almeno a noi che abbiamo vissuto la guerra in Bosnia. Oggi vogliono ottenere in modo pacifico ciò che durante la guerra non sono riusciti ad avere con le armi. Naturalmente non posso dire che questa situazione mi faccia stare bene, anzi sono molto preoccupato. Tuttavia, tutti coloro che nei decenni passati hanno ignorato e dato legittimità allo sciovinismo serbo devono chiedersi dove tutto questo stia conducendo, perché il male non può essere sconfitto in questo modo.
Ha ancora speranza in un futuro migliore, crede che potrà mai esserci una pace solida e duratura, nel suo Paese e in tutti i Balcani?
Finché respirerò e vivrò, continuerò ad avere speranza e non mi arrenderò, perché non ho un altro Paese, né un’altra scelta. In fondo se non avessi ancora speranza non sarei tornato a Srebrenica. Non voglio che le mie figlie crescano odiando i serbi, ma non voglio neanche che dimentichino quello che è successo. La riconciliazione significa riconoscere la verità e riuscire a convivere, nonostante quella verità. Ma l’Europa ha chiuso gli occhi di fronte al male e lo ha tollerato per anni, a spese di un piccolo popolo europeo come il mio. È per questo che oggi ci troviamo in questa situazione: non c’è più soltanto un Mladic — che è morto — ma centinaia di nuovi Mladic.
Quindi non crede che l’Unione Europea dovrebbe esercitare maggiore pressione sulla Serbia?
Credo che la pressione non serva a granché: gli ultimi trent’anni ce l’hanno dimostrato. Bisogna adottare misure più concrete. Dopotutto, Mladic non è stato celebrato perché è innocente ma proprio per quello che ha commesso.
Riccardo Michelucci
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