Il "boia di Srebrenica" sepolto a Belgrado con gli onori militari

In una Serbia avviata a elezioni anticipate a ottobre, il funerale di Mladic è diventato una manifestazione politica. Assenza "strategica" di Vucic
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September 7, 2026
Soldati trasportano la bara di Ratko Mladic al termine dei funerali
I funerali di Mladic a Belgrado/ / REUTERS
Quello che è andato in scena lunedì a Belgrado, attorno alla bara di Ratko Mladic, è stato un delicato esercizio di equilibrismo istituzionale. Da una parte, il governo serbo ha cercato di mantenere la distanza formale da un ex generale condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra; dall’altra, non ha rinunciato alla solennità di una cerimonia officiata dal patriarca della Chiesa ortodossa alla quale hanno preso parte tre ministri e una guardia d’onore. Non era un funerale di Stato, ha tenuto a precisare il governo. Ma la salma di Mladic rientrata dall’Aja su un aereo governativo, ha ricevuto gli onori militari e le immagini trasmesse in diretta ieri da molte tv e piattaforme online serbe hanno mostrato il feretro del “boia di Srebrenica” coperto da una bandiera della Serbia e tra da due file di soldati. Il ruolo del convitato di pietra è spettato invece al presidente Aleksandar Vucic, che ha scelto di mantenere un profilo basso, conscio anche degli ammonimenti dell’Ue. La sua assenza, annunciata in anticipo e giustificata con la concomitante visita di Stato del presidente dell’Uzbekistan, rifletteva un equilibrio ancora più delicato: tenere insieme l’aspirazione europea della Serbia e una memoria nazionale che continua a considerare Mladic un eroe nonostante sia stato riconosciuto colpevole dei crimini più gravi delle guerre jugoslave, tra cui l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Tenendo conto, inoltre, che tra poco più di un mese in Serbia si terranno le elezioni anticipate e per Vucic ogni gesto può avere un peso decisivo. Ma anche se la massima carica dello Stato ha scelto di restare sullo sfondo, non sono mancati i segnali di vicinanza politica e istituzionale alla cerimonia. Tra i presenti, oltre ai ministri, c’erano l’ambasciatore russo a Belgrado Aleksandar Bocan-Harèenko e numerosi veterani di guerra e rappresentanti politici della Republika Srpska – l’entità a maggioranza serba della Bosnia –, tra cui lo storico leader ed ex presidente Milorad Dodik.
Fuori dalla chiesa ortodossa di San Luca, il funerale aveva già assunto fin dalla prima mattinata i contorni di una manifestazione politica, con migliaia di persone che si sono radunate con le bandiere serbe e le immagini del generale. Per i suoi sostenitori, arrivati con decine di autobus da ogni angolo della Serbia, dalla Republika Srpska e dalla diaspora, l’uomo condannato all’Aja continua a essere il condottiero che ha guidato le truppe dei serbi di Bosnia durante la guerra. Per le vittime e per la giustizia internazionale, è invece uno dei principali responsabili delle atrocità commesse durante quel conflitto. Domenica scorsa, durante il tradizionale derby calcistico tra le due squadre della capitale, Stella Rossa e Partizan, le due tifoserie hanno osservato un minuto di silenzio e poi hanno intonato cori in suo onore esponendo una gigantesca coreografia con il volto dell’ex generale. Ma sono state le parole pronunciate dal patriarca Porfirije a dare alla cerimonia di ieri il suo senso più politico. Il primate ortodosso ha detto che il nome di Mladiæ resterà «profondamente impresso nella memoria e nelle preghiere” della maggior parte del popolo serbo-ortodosso e lo ha descritto come un soldato e un comandante che, in un “tempo difficile e tragico”, portò il peso della responsabilità per il proprio popolo. E ha anche ricordato “le grandi sofferenze”, le ferite e i traumi della guerra, le case, le vite e le tombe perdute, invitando a pregare per “tutti coloro le cui vite sono state spezzate», in quel conflitto.
Da Bruxelles, però, è arrivato un messaggio di segno diametralmente opposto. La cerimonia di Belgrado è stata invece stigmatizzata dall'Unione Europea. “Qualsiasi glorificazione di criminali di guerra, negazione del genocidio e revisionismo contraddice i valori europei più fondamentali e non ha posto nell'UE o nei Paesi candidati all'adesione”, ha detto il portavoce della Commissione, Christian Wigand. Anche a Belgrado non sono mancate le voci di condanna, nonostante il clima di crescente pressione sul dissenso: secondo Safet Biševac, editorialista del quotidiano d’opposizione Danas, queste sono state «le giornate più vergognose della storia recente della Serbia».
Dopo la cerimonia, il feretro di Mladic è stato accompagnato al cimitero di Topèider sulle note della banda dell’esercito serbo. Il figlio Darko portava la sciabola del padre; altri familiari ne reggevano le decorazioni militari e una fotografia. Nelle stesse ore, dalle stanze del potere di Belgrado è arrivata anche una decisione attesa proprio in questi giorni: il governo ha chiesto al presidente Vucic di sciogliere il Parlamento e di indire le elezioni anticipate che dovrebbero tenersi il 18 o il 25 ottobre prossimo. Lo stesso Vucic si prepara a lasciare la presidenza della Repubblica, dopo due mandati, per correre di nuovo come candidato premier con il suo partito, il progressista Sns. Un passaggio che ricorda quanto fece Vladimir Putin nel 2008.

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