Alle urne per chiudere con le armi: le Filippine alla prova della pace
di Luca Miele
Si terranno il prossimo 14 settembre le prime elezioni parlamentari nella Regione autonoma del Bangsamoro nel Mindanao musulmano, l'atto conclusivo di un lungo (e tortuoso) processo di riconciliazione

Non è solo un voto. Ma un test che potrebbe restituire le Filippine alla riconciliazione, congedando – definitivamente – una lunga stagione intramata di violenze, segnata da una terribile scia di sangue, sboccata in una transizione tortuosa e, ancora oggi, gravata da una serie di nodi – militari, politici, sociali – il cui scioglimento resta urgente. In gioco c’è l’esito di un processo di pace che ha l’ambizione di far uscire il Paese del sud-est asiatico dall’incubo della guerra civile. E sostituire alle armi, il gioco – complesso, fragile ma pacifico – della vita democratica. Si terranno il prossimo 14 settembre le prime elezioni parlamentari nella Regione autonoma del Bangsamoro nel Mindanao musulmano (BARMM) – la regione istituita nel 2019 per garantire «maggiore autonomia alla maggioranza musulmana» in seguito all'Accordo globale sul Bangsamoro (CAB), firmato nel 2014 dal governo delle Filippine e dall'ex gruppo ribelle il Fronte di liberazione islamica Moro (MILF). La popolazione è chiamata ad eleggere 80 membri del Parlamento (40 di partito, 32 di distretto e 8 settoriali), i quali sceglieranno, a loro volta, il primo ministro della regione.
Le elezioni sono il punto di arrivo di percorso politico tracciato dall'accordo firmato nel 2014 tra il governo di Manila e il MILF, con l’intento di sterilizzare definitivamente un conflitto che ha fatto, nell’arco di oltre cinque decenni, 120mila vittime, mobilitato migliaia di uomini, causato una immane catena di sofferenza, macchiato la reputazione del Paese. Non a caso, per Mohagher Iqbal, il capo negoziatore di pace del MILF, le elezioni parlamentari rappresentano una cartina di tornasole, non solo per il governo di Bangsamoro ma anche per il governo nazionale. Formalizzando, come ha spiegato il primo ministro ad interim Abdulraof Macacua, la transizione formale da un governo ad interim a un Parlamento eletto. Sul processo di pace più volte si è profilato il rischio concreto del fallimento, punteggiato da una lunga serie di rinvii e sempre risorgente della lotta armata.
Si tratta di un passaggio fondamentale sul quale incombono, però, molte incognite. A partire dalla possibile riemersione della violenza. Uno scenario tutt’altro che improbabile come conferma il massiccio schieramento di forze. La Polizia nazionale filippina ha mobilitato almeno 4.500 agenti per rafforzare il Comando regionale di polizia del BARMM, che già conta quasi 5.000 uomini. Le Forze Armate Filippine hanno inviato tre battaglioni aggiuntivi dell'Esercito per rinforzare le forze della 6ª Divisione di Fanteria e della 1ª Divisione di Fanteria. Due settimane dopo l'inizio della campagna, il 30 luglio scorso, l'organizzazione no-profit Climate Conflict Action Asia ha registrato almeno 10 episodi di violenza armata tra clan rivali.
Gli analisti sono concordi. Si tratta di un passaggio epocale. Manila può finalmente chiudere una delle stagioni più sanguinosa della sua storia. Il Mindanao è stata teatro del più grande conflitto armato del Sud-est asiatico. Il Fronte di Liberazione islamico Moro ha rappresentato la più consistente forza armata del sud-est asiatico. Nel corso degli anni, l’insurrezione della popolazione musulmana ha conosciuto fasi alterne, fino a quando, negli anni 2010, il governo filippino ha dichiarato “guerra totale” all’insurrezione. Un conflitto proteiforme cha ha sommato la lotta armata insurrezionale alle rivalità tra i clan per il controllo del territorio, anticipando uno dei fenomeni più inquietanti del panorama contemporaneo: «la diffusione di conflitti basati su identità etniche e religiose, fenomeno emerso, in tutta la sua crudezza, nel XXI secolo». Dopo un lungo spargimento di sangue, grazie anche all'intervento della comunità internazionale, il governo filippino e il Milf hanno deciso di imboccare la via dei negoziati, uscendo dalla fase più calda del conflitto.
Le incognite che gravano sul voto – e sull’intero processo di pace – sono numerose. Come scrive il sito di analisi The Diplomat, «la vera questione è cosa accadrà dopo». «Gli impegni rimanenti previsti all’Accordo globale sul Bangsamoro (CAB), tra cui il completamento del disarmo dei combattenti, la trasformazione socioeconomica dei campi di guerra, lo smantellamento dei gruppi armati privati e la giustizia di transizione, richiedono ancora una cooperazione costante tra il governo filippino e il MILF, indipendentemente da chi vincerà le elezioni». Più di 26.000 combattenti del MILF hanno deposto le armi tra il 2015 e il 2022, ma la fase finale del disarmo, che riguarda circa 14.000 combattenti, è in una fase di stallo. Anche altre parti del programma di normalizzazione sono bloccate: i piani per convertire i campi del MILF in comunità pacifiche procedono a rilento, mentre le disposizioni in materia di giustizia di transizione e amnistia sono in un limbo burocratico. «L'ostacolo maggiore – scrive ancora The Diplomat – è di natura pratica: i fondi. In difficoltà nel reperire i finanziamenti per la normalizzazione».
Altrettanto più preoccupante è il conflitto “orizzontale” tra gruppi armati. Una violenza diffusa e “minore” che rischia di sfuggire agli artefici del processo di pace. Si va dalle faide tra clan (note anche come “rido” o “pagbanta”) agli scontri intestino tra politici e comandanti del MILF, mentre si contano ancora molte aggressione compiuti da “cani sciolti” contro le popolazioni indigene non Moro.
Come sottolineano dall’International Crisi Group, «a sette anni dall'inizio della transizione di Bangsamoro, i progressi raggiunti sono stati disomogenei. La povertà sta diminuendo, anche se lentamente, e lo spettro del jihadismo diffuso non incombe più. Ma la regione presenta ancora il più alto tasso di analfabetismo del Paese e il ritmo di sviluppo rimane complessivamente lento». Servono, insomma, sviluppo e giustizia. Per “irrobustire” la pace di Mindanao.
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