Letizia, povertà, fallimento e profezia.
Ciò che del Santo è ancora da capire

Fraintendiamo la sua idea di felicità, il suo distacco 
dai beni. Conosciamo 
poco la sua visione, le sue ragioni. La figura più amata è anche la meno seguita nella storia del cristianesimo
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September 6, 2026
Letizia, povertà, fallimento e profezia.
Ciò che del Santo è ancora da capire
“San Francesco rinuncia ai beni terreni”: l’affresco di Giotto (1292-1296) è conservato nella Basilica superiore di Assisi
Qualsiasi discorso che possiamo fare oggi su Francesco d’Assisi deve partire dalla consapevolezza che di Francesco riusciamo a capire molto poco, perché abita in un paese molto lontano, forse troppo. Che di cosa fosse per lui la povertà non abbiamo più alcuna idea. Una distanza e una ignoranza incolmabili, sebbene Francesco sia uno dei personaggi medioevali di cui abbiamo più informazioni storiche. Siamo ignoranti di Francesco perché abbiamo perso contatto con quasi tutte le dimensioni di cui era fatta la vita di un uomo dell’inizio del Duecento: ci sfuggono la sua psicologia, la sua religione, il suo spirito, il suo cuore. Conosciamo alcune sue parole, qualche episodio della sua vita, pochi testi e canti, ma cosa Francesco pensasse veramente della sua gente di Assisi, di suo padre Bernardone, dei suoi compagni, di Chiara, della religione, di Dio, che cosa gli diceva il suo cuore prima di addormentarsi, sappiamo quasi nulla. Perché l’intimo del mistero di ogni persona ci sfugge, comprese le persone con cui viviamo a casa; ma se questa persona è vissuta otto secoli fa, e per di più aveva ricevuto un carisma di enorme portata, al mistero della persona di Francesco si aggiunge anche il mistero che avvolge il segreto di ogni carisma.
E così la siepe di Assisi diventa molto fitta, poco sole riesce a penetrare, qualche raggio che può comunque bastarci se sappiamo stare scomodi nella certezza di non riuscire a toccare il suo cuore, e accontentarci di questa indigenza – solo con una qualche boccone di povertà si può sperare di intercettare qualche vibrazione dell’anima del poverello di Assisi. Quindi sappiamo molto poco della sua idea di economia, del perché mise l’estraneità totale dal denaro al centro della sua vita e di quella della sua comunità. L’ altissima povertà e il sine proprio non sono accidenti sulla via di Francesco: sono sostanza . Sappiamo ancora meno le ragioni di questa distanza siderale dal denaro, e perché avesse scritto: «Non dobbiamo avere né attribuire alla pecunia e al denaro maggiore utilità che ai sassi» ( Regola non bollata , Cap. VIII). Che fare, allora, per provare a dire oggi qualcosa su Francesco?
Intanto possiamo fare un’operazione di igiene morale, che consiste nel provare a liberarci da parole che oggi piacciono molto, anche ai cattolici, da eliminare perché non erano quelle del mondo di Francesco. Una di queste è felicità . Francesco ci viene rappresentato in genere come un uomo felice, sorridente, beato, ma se guardiamo quanto ci ha lasciato ci accorgiamo che la parola che lui usa per dire qualcosa che potrebbe somigliare a felicità, è letizia . E letizia viene da laetus , che significa letame, concime, rimanda a quell’ humus da cui viene l’altra grande parola francescana, humiliatate , che chiude il suo Cantico. Francesco era troppo interessato alla felicità degli altri e a quella di tutte le creature per poter pensare alla propria.
Altre parole da eliminare sono quelle delle molte distinzioni tra povertà e miseria, tra povertà scelta e povertà subita, tra povertà, sobrietà e frugalità; tutte operazioni forse utili a noi ma lontane dal mondo di Francesco. Per lui la povertà era una cosa sola e molto chiara, come lo era stata per Gesù. E non era la nostra. Noi, anche nella Chiesa, quando pensiamo alla povertà la immaginiamo come un male da eliminare, da combattere, da ridurre, perché amare i poveri significa odiare la povertà . E facciamo bene. Francesco no: lui amava la povertà, al punto da sposarla misticamente, e forse la amava più di quanto non amasse i poveri – e noi non lo capiamo. Non andò dai lebbrosi di Rivotorto per aiutarli, né per costruire un lebbrosario o un ospedale. No: li raggiunse per diventare come loro (magari li aiutò anche), voleva diventare talmente piccolo da poter passare per la “cruna dell’ago”, e ritrovarsi in quel Regno dei cieli promesso da Gesù. Francesco non solo non è Benedetto, Ildegarda o Bernardo, non è neanche Camillo de Lellis, Vincenzo de Paoli, non è Teresa di Calcutta: tutti amici e amiche suoi carissimi, fratelli di fede e di sequela, ma la sua altissima povertà è altro; è stata qualcosa di unico e di magnifico nella storia della chiesa, vissuta in modo forse diverso persino dallo stesso Gesù – dai Vangeli sappiamo che il maestro di Nazaret, e i suoi apostoli, non erano tecnicamente dei poveri, o comunque lo erano diversamente da come lo saranno Francesco e i suoi primi frati.
Sappiamo quindi poco, molto poco, della sua povertà quasi nulla. Una cosa però la sappiamo: la storia di Francesco è quella di un fallimento , forse, nella storia cristiana, quello più rilevante dopo quello del Golgota – ma Francesco attende ancora di risorgere. Lo aveva intuito Ernesto Balducci nel suo bellissimo libro su Francesco: «Egli è reduce dalla Verna, con i segni delle Stimmate e con la visione ormai chiara che il suo progetto di evangelizzare il mondo secondo la forma di vita delle origini è fallito» (p. 77). Un fallimento che non si limita al suo ordine e alla sua esperienza storica, e si estende alla società e alla chiesa dopo di lui. Francesco è il Santo più amato e meno seguito nella storia del cristianesimo. Francesco è stato un Santo molto amato nel cattolicesimo, il Santo più stimato fuori dalla Chiesa e dalle religioni, il suo carisma è stato ed quello più generativo. Tutti segnali che dovrebbero indicare successo. E invece, se guardiamo alla sua idea di Chiesa, della comunità dei frati, di mondo, di giustizia, di pace, di economia, di povertà, dobbiamo solo dire che né la Chiesa né la società cristiana sono diventate quelle di Francesco. La povertà e la sua sapienza non sono diventate quelle della chiesa, tantomeno quelle della società occidentale e del capitalismo, che sono umiliati dalla cultura meritocratica che ha dichiarato una battaglia campale ai poveri, provando a convincerci che sono demeritevoli.
Da qualche anno sono diventato amico e allievo di Francesco. Alla sua scuola ho imparato molto, soprattutto mi ha insegnato cose nuove sulla profezia. Studiandolo e contemplandolo ho intuito che il modo migliore per uccidere la profezia è farla adagiare sul “letto di procuste” del buon senso . “La povertà va bene, ma non bisogna esagerare…”, “Francesco in fondo amava la povertà ma non la miseria”, “in tutto ci vuole la giusta misura…”: discorsi che in questo anno di celebrazioni sono ritornate molte volte. E invece la profezia muore quando diventa buon senso, quindi equilibrata, moderata, prudente, temperata, la legge del giusto mezzo. Perché la profezia, almeno quella biblica e quella di Gesù, è esattamente l’opposto di tutto ciò – se Gesù fosse stato moderato e prudente non sarebbe finito in Croce, e prima di lui i profeti non sarebbero stati “uccisi”.
Francesco ci sussurra ancora parole di vita se lo lasciamo nella sua perfetta letizia dell’imprudenza, dello sbilanciamento, della immoderazione, dell’intemperanza, dell’estremismo e della radicalità. Il principale contributo che una chiesa francescana potrebbe dare al Bene comune è semplicemente la profezia, il suo far di tutto per restare profetica. E oggi, quando la chiesa imperiale grazie a Dio non c’è più, possiamo finalmente farlo. Perché il gioco sociale, le scelte concrete della politica sono spesso un “equilibrio” tra le esigenze delle istituzioni e quelle della profezia . Ma se l’istituzione fa la sua parte – e quindi è prudente, equilibrata, moderata, difende gli interessi legittimi, le norme e “le opere della Legge” – e la profezia non fa la sua e si auto-censura in nome dei valori delle istituzioni (buon senso, moderazione, prudenza etc.), l’equilibro sociale delle scelte concrete sarà sempre troppo basso per essere cristiano e umano. E i poveri saranno sempre dimenticati, perché le ragioni dei poveri non si trovano mai al centro, negli equilibri delle mediane. Si trovano nelle periferie e quindi negli estremi, dove la profezia riesce a vederli e, qualche volta, a farli vedere anche alle istituzioni. Solo una chiesa sbilanciata, partigiana ed eccessiva può preparare la resurrezione di Francesco.

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