Il senso difficile dell'accogliere

A Venezia Gianni Amelio e Robert Guédiguan propongono storie in cui protagonisti aprono le proprie case per ospitare stranieri irregolari. Le motivazioni del gesto sono diverse, ma entrambi i film finiscono nel pantano del moralismo
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September 5, 2026
Non è evidente provare a raccontare l’integrazione, l’accoglienza, ma ben più di quella letteraria, la scrittura cinematografica prova a farlo. Film si inerpicano sulle chine impervie del tema: quanto siamo disposti a ricevere e far posto a chi ha meno di noi, chi arrivato da difficili rotte geografiche, culturali, sociali chiede di venire riconosciuto, integrato, e ancor prima visto e ascoltato? In Nessun dolore (fuori Concorso), Gianni Amelio affronta il tema, costruendo una vicenda non del tutto convincente per come raccontata in maniera troppo frontale (Lamerica, realizzato quasi trent’anni fa, arrivava al cuore della questione ben di più). L’indifferenza al dolore di chi ha meno di noi, la paura dell’Altro e la resistenza ad aiutarlo, nella trama di Amelio arriva a tradursi in una riflessione morale, assumendo la forma di una sorta di espiazione. Crollato per causa di un evento atroce intrecciato a stessa dinamica – la resistenza ad accogliere incondizionatamente, il timore di troppo sentire, troppo immedesimarsi e troppo dare – un uomo mite e afflitto (interpretato da Alessandro Borghi) per senso di colpa lascia che il suo appartamento venga letteralmente invaso da decine e decine di stranieri irregolari. I vicini spiano questa sua ospitalità tanto incongrua, l’uomo finirà addirittura in carcere. È solo un tassello di una storia triste e non inverosimile, ma troppo demagogica e prescrittiva per riuscire a emozionare; eppure, storia sintomatica di una fatica della creatività nel trovare chiavi per dirimere la questione urgente e cogente dell’accoglienza.
Il regista marsigliese Robert Guédiguan a un certo momento del suo Une femme aujourd’hui (Giornate degli Autori) sceglie di far dirottare la sua protagonista (bella e brava Marilou Aussilloux) su una generosità di nuovo estesa in senso collettivo. Qui anche lei apre la sua casa, in questo caso a sole donne, straniere e irregolari di una casa famiglia cui ignoti hanno appiccato il fuoco. Nell’intreccio costruito da Guédiguan l’accogliere non è inteso come espiazione, piuttosto come purificazione dopo un evento anch’esso traumatico e che ha portato la giovane protagonista ad abbandonare di colpo una carriera nel mondo dell’alta finanza e scoprire la riserva umana insita in solidarietà, condivisione, accoglienza. Meno generico e meno retorico del film di Amelio, anche in questo di Guédiguan risuona però in sottofondo l’eco di una nota prescrittiva. Il dolore ci fa diventare più sensibili, è come ci sentissimo dire, siamo in grado di accogliere il prossimo solo dopo che una cicatrice profonda ci abbia segnato e fatto crescere.
Resta la domanda se un omaggio dell’arte al tema dell’accoglienza debba passare necessariamente per storie che contengono più o meno impliciti apologhi morali. Spunti importanti e più incisivi  possono arrivare più che da trame scritte a tavolino, da racconti traversali su vicende dei mondi provenienza. Per i grandi Classici restaurati è stato proiettato il bellissimo Gli occhi azzurri di Yonta di Flora Gomes, film del 1992. Quel mondo ai più sconosciuto, mondo creolo della Guinea Bissau, diviso tra guerra anticoloniale e tentazioni europee, pare oggi lontano. Ma imparare il lontano, la sua storia, quello anche è accogliere. Contro ogni oscurantismo, farlo con il giusto passo.

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