Quel sortilegio del ritorno a casa. Magari solo sognato

In un mondo dove le appartenenze sono vessilli troppo spesso eccessivi quando non fanatici, ecco il tornare, o la sua fantasia, reiterarsi come dispositivo narrativo intenso
Google preferred source
September 4, 2026
Una famiglia ritorna in una vecchia casa che da anni è rimasta disabitata, ampie stanze e un giardino in mezzo a una radura tra il mare e la foresta; non appena approdati là, tutta la disfunzionalità del loro ménage a quattro esplode, violenza e segreti si sprigionano come forze distruttive la cui azione separa ognuno dagli altri, i due genitori da figlia e figlio, la stessa storia famigliare dal suo proprio ricordo impresso nelle rispettive memorie. Così nel film Gu shi della giovane regista cinese Amie Song: quel tornare nella casa è come un sortilegio, e la forza centripeta della fuga, che si fugga correndo e perdendosi nella foresta o invece via mare, sembra unica scappatoia da un universo fatto di oblìo, distacchi, segreti rovinosi quanto solo i segreti di famiglia sanno essere.
Ne La maison du vent del camerunense Auguste Bernard Kouewo Yanghu (Sezione Orizzonti), il ritorno a casa è invocato e sperato da una madre, chissà quanto desiderato dai suoi figli, di fatto, da questi ultimi sempre rimandato. L’anziana vedova divenuta capofamiglia (il viso di vecchia intenso e di straordinaria espressività è dell’attrice Josette Kwanya, nella vita anche madre del regista). Su una collina alla periferia di Yaoundé, la capitale, la donna fa costruire una casa vicino alla sua, ha molti appuntamenti via zoom con i figli lontani che non la aiutano quanto lei vorrebbe a sostenere i lavori di ristrutturazione. Misera, ma curata e preparata in ogni dettaglio, la casa nuova di zecca resta vuota aspettando il ritorno, i ritorni. Tutto dovrebbe preludere a uno o più ricongiungimenti. La donna si addormenta ogni sera tra ritratti e fotografie di famiglia, dopo avere guardato alla televisione dibattiti sull’importanza del tornare a vivere e lavorare in Camerun, così come in tutta l’Africa. Tornare è una specie di credo per lei, una convinzione che guida il suo comportarsi nei confronti di tutti (non soltanto i famigliari) con energica, cruda e non sempre benefica sincerità. Il regista (suo figlio nella vita reale) vive in Francia da vent’anni, e in questo commovente racconto romanzato della vita della madre declina il nodo spinoso del ritorno anche su altri personaggi importanti della storia.
Resta che ogni ritorno, oltre a essere una resa dei conti, è una nemesi: la questione ricorre in film dai temi e le provenienze tra loro molto diversi. Anche in Our Share of Sand (Settimana Internazionale della Critica) realizzato dalla cilena di origini indiane Sahlini Adnani, tutto ha inizio da un ritorno. Madre e figlia dalla Gran Bretagna ricominciano a vivere in India, per lì scoprire la miseria morale del marito e padre, un datore di lavoro disonesto e mentitore. Il dilemma morale che specie la ragazzina si trova ad affrontare coinvolge la distanza culturale e la tempesta emotiva che il tornare ha generato e scoperchiato.
In un mondo dove le appartenenze sono vessilli troppo spesso eccessivi quando non fanatici, ecco il tornare, o la sua fantasia, reiterarsi come dispositivo narrativo intenso, cangiante, vivido e assolutamente ispiratore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire