Con “Moragheb" Gharaie porta al cinema la rivolta delle donne d'Iran
«Sono le donne all’interno delle case la principale forza motrice della trasformazione», dice il regista

L’Iran di oggi come una casa in demolizione, le cui fondamenta stanno cedendo sotto il peso della mancanza di libertà e della spinta delle nuove generazioni, soprattutto delle donne. È una metafora intima ma al tempo stesso potente quella che il regista iraniano Mohsen Gharaie propone con Moragheb (Falling House), coproduzione internazionale, in concorso al Lido nella sezione Orizzonti. Una casa di periferia, una famiglia apparentemente normale, diventano il microcosmo di una società attraversata da repressione, paura e desiderio di cambiamento.
Rashid è un padre bonario ma all’antica, che scopre con sgomento che la figlia maggiore Ensi, venticinque anni, ha deciso di partire per l’estero per fare la modella. La famiglia è stata sfrattata perché il quartiere è destinato alla demolizione per lasciare spazio a una nuova autostrada. Intorno alla loro abitazione il rumore delle ruspe e del cantiere è continuo. Quella demolizione che incombe sulla casa diventa lentamente la metafora di un intero sistema che mostra le prime crepe.
Rashid lavora da trent’anni come guardia carceraria e si presenta inizialmente come un uomo umano e comprensivo. Ma un’accusa di corruzione, legata all’evasione di un detenuto, fa precipitare la situazione. La crisi professionale dell’uomo riporta a galla un passato oscuro e, soprattutto, fa emergere il vero volto del rapporto con le donne della sua famiglia. Quelle che sembravano abbastanza libere ed emancipate lo sono soltanto finché non mettono in discussione la sua autorità.
Ensi ha ricevuto un contratto che potrebbe portarla in Turchia e permetterle di inseguire il sogno di lavorare nella moda. La madre, sarta che confeziona in casa abiti eleganti, e la sorellina la sostengono di nascosto. Ma quando Rashid si trova nei guai, la determinazione della figlia diventa per lui intollerabile. L’uomo che per trent’anni ha custodito le celle di un carcere finisce così per trasformare la propria casa in una prigione in una spirale sempre più drammatica che pare senza uscita.
È qui che Falling House trova la sua forza, mostrando come il controllo possa nascere dentro la stessa relazione che dovrebbe garantire protezione. Le tre donne rappresentano tre generazioni diverse: la madre che ha imparato a sopportare e a vivere dentro regole consolidate; Ensi, giovane donna che rivendica il diritto di scegliere il proprio futuro; e la sorellina dodicenne, cresciuta con i social e con lo sguardo rivolto a un mondo dai confini più ampi.
«Falling House non vuole tracciare una semplice contrapposizione tra oppressione e libertà», spiega Gharaie. «La giovane donna al centro della storia non cerca soltanto l’autonomia sul proprio corpo; è anche attratta da un mondo che può riprodurre nuove forme di pressione e controllo». Il punto, dunque, è il diritto alla scelta. In una società nella quale le libertà fondamentali sono limitate, persino l’idea stessa di libertà può diventare fragile e contraddittoria spiega l’artista. «Falling House non è soltanto la storia di una famiglia; è la storia di una società riflessa nella sua unità più intima: la casa», scrive il regista. «Un luogo destinato a proteggere si trasforma lentamente in una prigione. Un padre, guardia carceraria, diventa l’incarnazione dello stesso sistema che ha servito».
La metafora è evidente ma mai estranea alla vicenda dei personaggi. L’oppressione politica non rimane fuori dalla porta: entra nei rapporti tra marito e moglie, tra padre e figlia, nel modo in cui una donna può disporre del proprio corpo e immaginare il proprio futuro. «È la storia di una società nella quale alle donne viene negato il diritto di disporre del proprio corpo, nella quale la paura viene mascherata da onore e il controllo viene giustificato in nome dell’amore», osserva Gharaie.
Il film nasce dopo cinque anni di silenzio del regista, che ha scelto di non lavorare nelle condizioni restrittive e censorie imposte nel suo Paese. «Durante quel silenzio continuavo a chiedermi: si può davvero parlare di libertà quando persino gli strumenti attraverso i quali raccontiamo le storie sono controllati?». Da qui la decisione di realizzare un film «senza compromessi», nel quale parlare della libertà delle donne, del loro diritto al corpo, alle scelte e alla propria voce. Una scelta coraggiosa, anche a costo di rischiare conseguenze nel suo Paese.
Dietro Rashid, Ensi e le altre donne della casa ci sono le ferite di un Paese attraversato da proteste, repressione, migrazioni forzate e da una frattura generazionale sempre più profonda, spiega il regista. E le donne sono la principale forza del cambiamento. «Le donne sono diventate la forza motrice della trasformazione, eppure continuano a portare il peso più grave dell’oppressione. Nelle strade sono la voce della resistenza e della libertà; dentro le case rimangono legate a regole invisibili e profondamente radicate».
Gharaie guarda però con fiducia alle generazioni più giovani: «Le fondamenta di quel sistema stanno tremando sotto la pressione di una società che da tempo chiede anche la più piccola parte di libertà. Io rimango fiducioso. Il futuro, portato avanti dalle generazioni più giovani, offre la possibilità di qualcosa di più giusto, più aperto e più libero».
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