«Are you talking to me?»:
la dura legge della strada di Taxi Driver

Mezzo secolo fa si abbatteva sui cinema italiani la pellicola capolavoro con cui Martin Scorsese e Robert De Niro conquistarono Cannes
Google preferred source
August 24, 2026
«Are you talking to me?»:
la dura legge della strada di Taxi Driver
Robert De Niro in una scena di Taxi Driver
Alla fine di agosto di 50 anni fa, il 27 agosto per la precisione, nei cinema italiani si abbatté all’improvviso quell’uragano violento targato Taxi Driver. La nuova prova da regista, la prima, nel 1973, era stata la pellicola apocalittica Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, dell’astro nascente di Hollywood, Martin Scorsese. Il ragazzo del Queens, newyorkese di sangue palermitano, tra mille polemiche e l’accusa di eccesso di violenza, specie da parte del presidente della giuria Tennessee Williams, vinse la Palma d’oro per il miglior film. Il suo fraterno amico fin dall’adolescenza (figlio unico, anche lui di italoamericani, nonno Giovanni Di Niro arrivò da Ferrazzano, Molise) Robert De Niro, era fresco di premio Oscar: migliore attore non protagonista de Il Padrino parte II ma avrebbe meritato di conquistare subito la seconda statuetta per l’interpretazione strabiliante del “tassista psicopatico” Travis Bickle. L’eroe maledetto di Scorsese, l’ex marine di ritorno dalla clamorosa sconfitta della guerra nel Vietnam, che incarnava tutte le frustrazioni del cittadino medio americano in preda alla follia, in quanto vittima di una società al collasso finanziario. Siamo nell’era critica del post Watergate con New York assurta a epicentro dello sfascio socio-politico, economico e morale. Le mille luci della Grande Mela si sarebbero riaccese negli anni ’80 ma in quello squarcio dei ’70 regnava il caos. Scorsese si avvale della sceneggiatura di un ispiratissimo Paul Schrader che era reduce da una traumatica separazione dalla moglie. Finito in bolletta, lo sceneggiatore squattrinato viveva in macchina combattendo la solitudine gettandosi nei fumi dell’alcol. Ma nella nebbia fitta in cui era finito ebbe l’illuminazione di un tassista che girava solo di notte che gli ha ispirato il personaggio di Travis. Un giustiziere nella notte, innamorato di due donne, l’angelica Betsy (Cybill Shepherd) e la figlia del male Iris (Jodie Foster), la minorenne sfruttata dalla prostituzione dilagante nella città degli orrori precipitata nelle fiamme dell’inferno e che lui ha la missione di salvare. Quel salvataggio viene sublimato nella scena finale di Taxi Driver che nello spettatore di allora ebbe l’effetto di un elettrochoc. Effetto collaterale che si insinuò nella mente dello scrittore e poeta Richard Elman (1934-1997) che da newyorkese di Brooklyn comprese appieno la poetica della devastazione umana della sua città narrata da Scorsese-Schrader. L’unicità di Taxi Driver sta anche nell’aver segnato profondamente Elman che pubblicò il romanzo, uscito con il titolo omonimo, basandosi sulla sceneggiatura originale di Schrader. Un esperimento di movie tie-in, quanto riuscito non si sa. Da noi Taxi Driver formato libro a firma di Elman venne pubblicato da Sonzogno nel 1976 nel bel mezzo del forte dibattito che aveva scatenato il film di Scorsese. Taxi Driver si intitola anche il bel saggio (appena edito da Audino Editore) scritto a quattro mani dagli esperti cinefili Alessandro Canadè e Andrea Nobile, in cui si spiegano le ragioni storiche di un film considerato un capolavoro assoluto nonostante gli attacchi feroci di una certa critica contro l’elogio della follia e della violenza che ne permea la trama. L’uomo, anche il più buono, è capace di far del male, questa è da sempre la convinzione di Scorsese che, come il suo Jack LaMotta in Toro Scatenato (altra prova magistrale di Robert De Niro), rispose da boxeur digiuno di pugilato a chi gli rinfacciava la deriva violenta di Taxi Driver. «La violenza fa parte di quello che siamo, faceva parte della mia storia, del crescere in strada». La dura legge della giungla d’asfalto che il regista ha conosciuto e a cui ha dovuto adeguarsi crescendo in quell’angolo violentissimo di Little Italy. Quella criminalità che dilagava e che non ha mai cessato di manifestarsi a New York e in tutte le grandi città americane, portò Elman a proseguire il suo viaggio al termine della notte andando a svolgere la professione di reporter a Managua. Cinque anni dopo Taxi Driver lo scrittore pubblicò Cocktail da Somoza: taccuino di un reporter sugli eventi nel Nicaragua rivoluzionario. Il clima claustrofobico che si respira nell’America (anche quella Latina) generato dalla politica di Trump, non è molto distante da quello che Elman inserì nel suo romanzo sezionando le scene del Taxi Driver di Scorsese. E Bob De Niro, che oggi è in prima linea contro l’insostenibile sfascio trumpiano degli Stati Uniti, se dovesse avere un faccia a faccia con il più farneticante dei Presidenti siamo certi che si rivolgerebbe a lui con quel ghigno criminale del tassista Travis Bickle: «Are you talking to me?» (Stai parlando con me?). Sarebbe bello vedere l’effetto che fa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi