Ciak si mangia: nei film
la scena è gastronomica

Dalle olive di Di Caprio
ai fagioli di Trinità alla Sacher di Moretti, in “Saporama” Marco Lombardi
invita a scoprire perché
gli sceneggiatori hanno introdotto un piatto nella storia
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August 14, 2026
Ciak si mangia: nei film
la scena è gastronomica
Una celebre scena di “Lo chiamavano Trinità...” (1970)
Tutti conoscono la scena di Un americano a Roma (1954) in cui Alberto Sordi si avventa sui “maccheroni” in bianco che l’hanno provocato. O sempre per restare alla pastasciutta l’assalto di Totò e degli altri componenti della famiglia Sciosciammocca al vassoio di spaghetti al pomodoro in Miseria e nobiltà (sempre del 1954). Forse però nessuno ha pensato che Nando Mericoni lascia il decantato, ma immangiabile, cibo americano per un piatto anch’esso poco invitante, «così che la scelta di quell’ammasso soffocante – così come Nando percepisce il nostro Paese – sia una scelta identitaria profonda, non frutto di una seduzione visiva od olfattiva». Mentre nello spezzone del principe De Curtis non sono in gioco tanto la tradizione napoletana o la fame imperante nell’Italia dell’epoca: da un lato quel «groviglio di spaghetti rappresenta cinegustologicamente il groviglio sociale del film», nel quale i poveri sono costretti a fingersi nobili, dall’altro lo scivoloso e tenero spaghetto rappresenta il lato dolce e comico del film, l’acidità del pomodoro il suo carattere di denuncia sociale. Queste interpretazioni del ruolo giocato dal cibo nella cinematografia sono contenute nel volume di Marco Lombardi Saporama. Il senso del cibo per un film (Franco Angeli, pagine 244, euro 29,00).
L’autore – giornalista, critico cinematografico ed enogastronomico in giornali e tv, nonché docente di Cultural e Lifestyle Journalism e Storia dell’alimentazione all’Università di Roma “La Sapienza” – è il creatore del termine “cinegustologia”, con il quale indica un nuovo approccio di giornalismo culturale e l’invito a lettori e spettatori (con i quali il libro cerca un dialogo) a ricercare il senso delle scelte per le quali uno sceneggiatore ha inserito quell’alimento o preparazione culinaria proprio in quella scena. L’autore fornisce le sue interpretazioni in questo libro, che completa una trilogia sull’argomento. Vi ha raccolto 111 schede di film, in cui le pietanze la fanno da protagoniste, ordinandole secondo il classico menù: “Antipasti”, “Primi”, “Pane, snacks, contorni e salse”, “Secondi”, “Dolci” e “Bevande”, ai quali si aggiunge un capitolo sullo “Street food”. A completare l’abbuffata, alcuni contributi fuori carta, scritti da «amici cinegustologi», tra i quali Gian Marco Tognazzi (che rievoca il gastronomo padre Ugo) e l’artista Ugo Nespolo. Di ogni pellicola viene fornita una breve sinossi che introduce la scena “culinaria” e la sua interpretazione. Infine vengono indicate delle curiosità su ciascuna opera. I film sono tanti, classici e moderni, italiani e stranieri, noti e meno noti. E così i cibi. Per cominciare, ecco le olive verdi che in The Wolf of Wall Street (2013) il mentore Mark Hanna (Matthew Mc Conaughey) offre a Jordan Belfort (Laonardo Di Caprio) come stuzzichino. Se la loro sapidità e succulenza, commenta Lombardi, servono ad «anticipare la “vita intensa” che Jordan potrà vivere se saprà seguire i consigli di Mark», la loro viscidità e nota inafferrabilità anticipano il comportamento che il giovane broker rampante dovrà tenere per sfuggire al controllo degli altri, siano clienti o l’Fbi. I fagioli, al naturale (nell’opera rock Tommy , del 1975) o al sugo (in Lo chiamavano Trinità , del 1970), si caratterizzano invece per la loro consistenza sabbiosa. La scena in cui la madre del giovane campione di flipper fa il bagno in una vasca piena di baccelli può rappresentare la dipendenza dalle droghe e le “sabbie mobili” etiche in cui la donna sta sprofondando, poiché sfrutta il successo economico del figlio. La sabbia è evocata anche nella parodia del western all’italiana per indicare la dura vita del cowboy. Ma qui i legumi sono inumiditi dal sugo, «a significare che le pallottole non vengono quasi mai sparate, perché i protagonisti della storia non sono cattivi». Terence Hill per girare quella scena in modo realistico, ingurgitando l’intero piatto, ha digiunato per due giorni. Così il filetto di manzo Chateaubriand che compare in Matrix (1999) simboleggia la carnalità del mondo che nel film è messa in dubbio. A fine pasto un bel dolce, la Sacher di Bianca (1984) che è l’«alter ego cinegustologico» di Michele Apicella/Nanni Moretti, il quale nasconde la propria acidità come la torta il ripieno di marmellata all’albicocca.
In realtà sul set si mangia di solito male, testimonia l’attore Nicola Nocella, ricordando di aver dovuto azzannare una pecora, ben cucinata, ma con il sapore del mastice della barba posticcia che doveva portare. In realtà «il cibo, al cinema, non è mai solo qualcosa che si mangia, è un linguaggio. Parla di noi., da dove veniamo, cosa desideriamo e anche quello che vorremmo essere», ricorda la chef stellata e consulente cinematografica Cristina Bowerman. Al lettore il compito di farsi la bocca in base alla curiosità gastronomico-cinefila.

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