Come funziona il cantautore algoritmico
La musica prodotta con l’IA è molta più di quanta immaginiamo. Perché è imbattibile nel riprodurre la struttura strofa-ritornello-bridge

Se il primo atto della rivoluzione digitale ha trasformato l’ascolto in un gesto nevrotico legato alla tirannia dei 30 secondi e allo skip compulsivo, il secondo atto rischia di compiere un passaggio ancora più radicale: l’eliminazione diretta della figura dell’autore umano dal processo creativo. Non si tratta più soltanto di algoritmi che selezionano e suggeriscono cosa ascoltare, ma di composizione, esecuzione e confezionamento di canzoni finite in una manciata di secondi. Per capire l’entità del fenomeno e verificare a che punto ci troviamo, occorre abbandonare le declamazioni apocalittiche o i facili entusiasmi tecnologici e analizzare i dati reali messi a disposizione dai più recenti rapporti di settore, che raccontano un’accelerazione senza precedenti.
Con l’esplosione di piattaforme di IA generativa audio come Suno e Udio, la creazione di un brano completo di testo, arrangiamento strumentale, linea melodica e persino timbro vocale iper-realistico è diventata un’operazione alla portata di chiunque, eseguibile con un semplice comando testuale (“prompt”). Secondo le stime elaborate dagli osservatori del mercato digitale, su piattaforme come Spotify, Apple Music e Amazon Music si contano già centinaia di migliaia di tracce prodotte da sistemi generativi o da creatori che utilizzano l’IA per saturare i cataloghi. Un’indagine interna condotta dal servizio di streaming Deezer mostra uno scenario ancora più polarizzato rispetto allo storico del catalogo globale: oltre il 44% dei nuovi brani caricati quotidianamente sulla piattaforma è generato tramite intelligenza artificiale, pari a circa 75.000 tracce al giorno.
Ma il dato più significativo non riguarda gli appassionati che giocano con il computer a casa, bensì il fenomeno dei cosiddetti “ghost artists” (artisti fantasma). Da diversi anni, importanti inchieste giornalistiche europee ed estere hanno documentato come all’interno delle playlist ufficiali di maggior successo dedicate al relax, allo studio o all’ambiente (“Chill”, “Focus”, “Sleep”) figurino nomi di artisti del tutto inesistenti nella realtà. Si tratta di identità fittizie legate a cataloghi gestiti da società di produzione che sfornano brani seriali, basati su formule armoniche collaudate e rassicuranti, privi di spigoli espressivi.
Di fronte al dilagare di questa massa di contenuti sintetici, qual è la posizione dei colossi dello streaming? Ufficialmente, piattaforme come Spotify e Apple Music hanno dichiarato guerra a questi comportamenti scorretti, vale a dire ai tentativi di manipolazione del sistema tramite bot, “fake stream” e caricamenti massivi di rumore bianco o tracce generate per frodare il sistema delle royalties. Spotify, per esempio, ha introdotto sanzioni economiche per i distributori che caricano contenuti fraudolenti e ha stabilito una soglia minima di 1.000 ascolti annuali affinché un brano possa accedere al fondo comune dei compensi, assieme ad altre verifiche più capillari introdotte negli ultimi mesi sul materiale caricato. Eppure, a uno sguardo critico più attento, emerge un’evidente ambiguità strutturale.
Alle piattaforme di streaming conviene davvero bloccare del tutto il “cantautore algoritmico”? La risposta risiede nella natura stessa del modello di business contemporaneo. I brani generati da intelligenze artificiali o creati da “ghost artists” su commissione presentano due enormi vantaggi industriali per le piattaforme. In primo luogo, dal punto di vista economico, permettono di ridurre significativamente l’ammontare delle royalties da versare alle major e agli autori reali: un brano d’ambiente di proprietà o privo di rivendicazioni d’autore tradizionali costa infinitamente meno alle casse del distributore rispetto a un brano di un grande artista umano. In secondo luogo, dal punto di vista della fruizione, queste canzoni vanno sul sicuro perché ripetono pattern armonici collaudati ed essenziali, riuscendo così ad adempiere perfettamente alla funzione primaria dell’ascolto d’arredamento: non interrompere mai il flusso d’ascolto, evitare che l’utente provi un sussulto emotivo o un fastidio estetico che possa spingerlo a premere il tasto di arresto.
Il “cantautore algoritmico” rappresenta infatti la naturale conseguenza di un sistema che ha sostituito il valore dell’opera con la continuità del flusso. L’intelligenza artificiale è imbattibile nel combinare stilemi, nel sintetizzare formule di successo del passato, nel riprodurre la struttura strofa-ritornello-bridge con precisione millimetrica e impeccabile pulizia formale. Tuttavia, scambiare l’efficienza della macchina con l’atto poetico della creazione musicale significa compiere un grave errore di valutazione culturale.
La canzone d’autore non è mai stata una semplice equazione matematica o un assemblaggio di sequenze armoniche piacevoli. La grandezza di un brano di Fabrizio De André, la fragilità di Stefano Rosso, l’ironia delicata, amara ma incalzante di Samuele Bersani e la sua imprevedibilità musicale non risiedono nella perfezione del pattern, ma nell’imperfezione della vita vissuta, nell’invenzione linguistica imprevedibile, nella ferita esistenziale che rompe gli schemi e costringe chi ascolta a fermarsi, pensare e specchiarsi nella parola cantata: nel fatto, centrale e dirimente, che a fare la canzone in quello e in quel solo modo sia proprio quello e quel solo artista. Cosicché, a lunga gittata, si possa creare una poetica esclusiva da salvaguardare, perché preziosa.
L’IA generativa sarà senz’altro parte del futuro della produzione industriale e della sonorizzazione funzionale dei media, ma non potrà mai sostituire la canzone d’autore, per un motivo essenziale: l’algoritmo può imitare la forma della memoria, ma non possiede il corpo, la storia, la responsabilità etica e l’anima di chi quella memoria l’ha vissuta. Se la società e l’industria culturale abdicheranno a favore del sottofondo algoritmico, non avremo soltanto musica più piatta: avremo rinunciato a uno dei più potenti strumenti di riflessione e libertà di cui l’essere umano dispone.
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