Dono da amare, non ideologia da difendere. Il Concilio di Bettazzi, vescovo del sorriso
Era giovane ausiliare di Bologna, quando partecipò al Vaticano II. Di quell’evento decisivo si fece voce instancabile.
Un evento fatto
di persone prima che
di documenti: così lo restituiva e raccontava l’ultimo padre conciliare italiano

Prosegue il ciclo dedicato ai “volti del Concilio”, storie di uomini e di donne che durante il Vaticano II aprirono la via alla «vera riforma» della Chiesa, raccontate dal teologo Marco Vergottini. Ai ritratti di Yves Congar, Rosemary Goldie, del cardinale Alfredo Ottaviani e di Lello Scorzelli, si aggiunge quello del vescovo Luigi Bettazzi.
«Un santo triste è un tristo santo». Il vescovo Luigi Bettazzi amava ripeterlo ogni volta che raccontava il Vaticano II. Parlava per un’ora di Gaudet mater ecclesia , delle quattro Costituzioni conciliari, della Dignitatis humanae, della Chiesa dei poveri. Poi, proprio quando l’uditorio temeva di essere precipitato dentro un trattato di ecclesiologia, arrivava una barzelletta. La raccontava con aria serissima, lasciava qualche secondo di silenzio e soltanto dopo compariva quel sorriso lieve che gli illuminava il volto. Per lui non erano semplici freddure. Erano un modo per spiegare che il Concilio aveva cambiato non solo le idee della Chiesa, ma perfino il suo modo di respirare.
Non è un caso che conservasse con affetto un minuscolo libretto apparso a Parigi nel 1966, dal titolo quasi intraducibile: Conciliabules. Una raccolta di battute, aneddoti e giochi di parole nati nei corridoi di San Pietro durante il Vaticano II. Nel 2012 per i tipi di Áncora fu pubblicata la riedizione italiana de Le bolle del Concilio . Il volumetto accompagnò la nascita del sito “Viva il Concilio”, che in pochi anni raggiunse quasi un milione di contatti, prima di chiudere volontariamente. «Le iniziative – amava ripetere il cardinale Caro Maria Martini – bisogna saperle interrompere quando raggiungono il loro apice, per inventarne di nuove». La prefazione al piccolo testo spettò naturalmente a Bettazzi; in essa osservava che anche un momento di umorismo può aiutare «ad apprezzare e ad amare il Concilio». È un’affermazione solo apparentemente marginale. In quelle poche righe c’è probabilmente tutta la sua autobiografia spirituale.
Del resto, la figura di Bettazzi conserva ancora oggi qualcosa di sorprendentemente inattuale. E proprio per questo prezioso. Nel grande affresco del Vaticano II, dominato da giganti come Suenens, Bea, Döpfner o Philips, il giovane ausiliare di Bologna sembrava quasi una comparsa. Troppo giovane, troppo mite, troppo poco “romano” per attirare subito l’attenzione. E invece col tempo sarebbe diventato uno degli ultimi grandi testimoni di quell’evento destinato a cambiare il volto del cattolicesimo. Era cresciuto alla scuola del cardinale Giacomo Lercaro, che non sognava una Chiesa potente, ma una Chiesa povera. Non si trattava solo di aggiornare il linguaggio ecclesiastico: occorreva decidere se la Chiesa dovesse continuare a parlare dall’alto oppure camminare dentro la storia degli uomini. Bettazzi respirò quell’aria fino in fondo. Non a caso fu l’unico italiano tra i cinquanta padri conciliari a sottoscrivere il celebre Patto delle Catacombe, l’impegno a vivere con sobrietà evangelica e a condividere il destino degli ultimi.
Quando ricordava il Concilio, non descriveva anzitutto documenti. Raccontava persone. I tedeschi e gli olandesi, abituati al confronto con il protestantesimo; i francesi e i belgi, cresciuti in società ormai secolarizzate; gli americani, appassionati difensori della libertà religiosa; i latinoamericani, che chiedevano una Chiesa finalmente vicina ai poveri. «Fu allora – lasciava intendere – che compresi davvero il significato della parola “cattolica”». Per la prima volta la Chiesa gli apparve non come un’Europa allargata, ma come un mondo.
Naturalmente il Concilio fu anche tensione, scontro, mediazione. Bettazzi vide (e soffrì) da vicino la fatica di Paolo VI nel tenere unita un’assemblea attraversata da sensibilità molto diverse. Col passare degli anni riconobbe in quello sforzo paziente di mediazione una delle forme più alte della sapienza di Montini: cercare l’unanimità, anche a costo di qualche compromesso, perché nessuno si sentisse estraneo alla decisione della Chiesa.
Eppure, nei suoi racconti, perfino i momenti più delicati conservavano un’inaspettata leggerezza. Amava ricordare, per esempio, che durante il Concilio qualcuno propose di rendere più “ecclesiastiche” perfino le porte delle toilettes allestite dentro San Pietro. Niente più “libero” e “occupato”: sarebbe stato molto più appropriato scrivere Sede vacante e Feliciter regnante . Bastava una battuta per sciogliere la tensione di giornate nelle quali si discutevano questioni destinate a segnare il futuro della Chiesa.
Quel sorriso dice molto di Bettazzi. Come altri protagonisti del Vaticano II, non possedeva il gigantismo speculativo di Congar né l’abilità diplomatica dei grandi cardinali di Curia. Dava quasi l’impressione di un parroco capitato per caso dentro la storia universale della Chiesa. Forse è anche per questo che riusciva a parlare dei documenti conciliari senza trasformarli in reperti archeologici. Li raccontava come esperienze vissute.
Negli anni successivi avrebbe percorso instancabilmente l’Italia. Pace, nonviolenza, dialogo con la cultura laica, impegno in Pax Christi, confronto perfino con il comunismo italiano (la famosa lettera a Berlinguer): per alcuni era troppo aperto; per altri rimaneva irrimediabilmente troppo vescovo. In realtà occupava quella difficile terra di confine dove il dialogo costa sempre più dell’appartenenza. Quando morì, nel luglio del 2023, non scomparve solo l’ultimo padre conciliare italiano. Si spense la voce di un uomo che aveva dedicato sessant’anni a raccontare il Vaticano II. Non a difenderlo come un’ideologia, ma a farlo amare. E forse è proprio questo il lascito più originale di Luigi Bettazzi: un Concilio si deve spiegare col rigore degli storici, ma può essere compreso davvero da tutti solo quando qualcuno riesce ancora a raccontarlo sorridendo.
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