C'è una domanda di futuro nella protesta dei liceali francesi
La mobilitazione parte da una realtà di scuole carenti, accesso difficile all’università e ansie legate al lavoro. Ma se Oltralpe si chiedono ascolto e investimenti, in Italia prevalgono il disimpegno e la rinuncia

Le proteste dei liceali francesi hanno assunto in pochi giorni una dimensione nazionale. Sono partite il 21 settembre da un liceo nella periferia parigina e hanno rapidamente coinvolto migliaia di istituti. Si è trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche, ma in diversi luoghi sono sfociate in episodi di violenza urbana, con scontri, incendi e numerosi arresti. Una protesta può nascere da aspetti concreti e, una volta diventata nazionale, essere attraversata da conflitti politici più ampi. Un malessere diffuso preesistente rende possibile la rapidità della mobilitazione. I social network possono accelerarla, i partiti possono cercare di orientarla, il confronto con le forze dell’ordine può radicalizzarla. Ma questo non cambia e non deve oscurare i motivi da cui parte. La mobilitazione nasce da problemi molto concreti dell’esperienza scolastica: classi troppo numerose, insegnanti mancanti o non sostituiti, orari pesanti, edifici che necessitano di interventi, servizi insufficienti. Dietro queste richieste c’è però una domanda più profonda: poter stare bene nei luoghi nei quali si trascorre una parte decisiva della propria vita, con condizioni adeguate per apprendere e crescere. Per un adolescente, la scuola non è soltanto il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze: è una delle principali infrastrutture attraverso cui si accede alla vita adulta. È anche uno degli strumenti fondamentali di riscatto sociale.
La pressione esercitata dal sistema di accesso all’università è diventata uno degli elementi della protesta: risultati scolastici, valutazioni e scelte formative vengono percepiti come passaggi che possono condizionare fortemente le opportunità successive. La questione, quindi, non è soltanto la qualità della scuola, ma le effettive condizioni di accesso al futuro. Questo aiuta a comprendere anche un’altra componente emersa nelle testimonianze dei ragazzi. Accanto alle lamentele sulla scuola compaiono paure che vanno ben oltre il perimetro scolastico: le conseguenze del cambiamento climatico, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, l’incertezza sulle opportunità future. Una studentessa intervistata a Lille ha sintetizzato proprio così il senso di ansia e disagio, mettendo insieme condizioni scolastiche deteriorate e timori per il mondo che l’attende.
Quando il futuro appare incerto, diventa ancora più importante poter contare su alleati affidabili che aiutino a prepararlo. Se invece proprio le istituzioni incaricate di farlo – a partire dalla scuola – vengono sperimentate come carenti, il problema non è più soltanto quello di un servizio che funziona male. Può diventare fonte di malessere generazionale. Il Governo francese è alle prese con il problema del debito pubblico e con la necessità di contenere la spesa. Ma se il contenimento finisce per comprimere proprio gli investimenti nella formazione e nelle opportunità dei giovani, rischia di indebolire ulteriormente il patto tra generazioni, da cui dipende la possibilità di costruire un futuro di benessere e sostenibilità. Il messaggio implicito che i giovani possono ricavare da queste esperienze è chiaro: la loro formazione e la loro crescita non sembrano essere una priorità. Il Paese ha altre urgenze, altri fronti sui quali concentrare risorse e attenzione. La richiesta di essere ascoltati ricorre spesso nelle cronache della protesta. In diversi istituti i ragazzi hanno parlato esplicitamente della necessità di essere rispettati e considerati, riconosciuti come interlocutori del presente.
A questo si lega anche la dimensione politica della mobilitazione. Non necessariamente come adesione a un partito o a una ideologia, ma nel senso più essenziale del termine: la volontà di uscire da una condizione di insignificanza, di sperimentare la propria capacità di incidere, di dimostrare che la propria voce può produrre conseguenze. È una generazione che non vuole semplicemente adattarsi a un mondo che non riconosce come proprio. Chiedono, in sostanza, di poter costruire il proprio ingresso nella vita adulta su basi più solide. La risposta non può essere soltanto chiedere ai giovani di avere più fiducia nel futuro. Occorre costruire condizioni che rendano quella fiducia ragionevole. La scuola è uno dei primi luoghi nei quali questa promessa deve diventare concreta. È un tema che riguarda anche l’Italia, dove una parte sempre più ampia dei giovani guarda al futuro con incertezza e non sempre percepisce nella scuola una risposta adeguata alle proprie aspettative. Tutto ciò è ancora più grave in un Paese segnato da un debole ricambio generazionale, aggravato dalla crisi demografica. La differenza è che questo malessere da noi tende più spesso a tradursi in disimpegno, rinuncia, prolungamento della dipendenza dalla famiglia o ricerca di opportunità altrove che in mobilitazione collettiva. È una forma di protesta silenziosa ma sarebbe un errore considerarla meno preoccupante.
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