«Francesco per noi assisani, una presenza che cambia lo sguardo»

Crescere nella città dove si vive sin da piccoli una dimestichezza con il Patrono d’Italia dà il “potere” di saper decifrare il suo segreto. Che si incontra in tanti posti legati alla sua vita. Ma che si rivela in uno in particolare...
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October 3, 2026
«Francesco per noi assisani, una presenza che cambia lo sguardo»
È un’attesa che ad Assisi si rinnova ogni anno e che impariamo a conoscere fin da piccoli, quella del 4 ottobre. La impariamo da bambini. Prima ancora che dai libri di storia, in famiglia, a scuola, all’oratorio conosciamo quel nostro concittadino, il nostro grande amico: Francesco, piccolo di statura e pieno di grandi sogni, affascinato dall’ideale cavalleresco e desideroso di gloria. Poi scopriamo l’uomo che ha avuto il coraggio di mettere in discussione quei suoi sogni e di cambiare strada e di guardare con occhi nuovi ciò che prima temeva, fino a riconoscere Dio nel più fragile, nel lebbroso. E, infine, il santo, un uomo che, senza cercare il potere, ha cambiato il modo di pensare la fraternità, la pace, il rapporto con gli ultimi e con il creato. Noi assisani ne siamo orgogliosi.
Francesco ha abitato le nostre stesse strade. La piazza dove ci diamo appuntamento è quella dove lui, ragazzo, faceva festa con i compagni. Il fonte di San Rufino dove siamo stati battezzati è lo stesso dove fu battezzato lui. A Santa Maria Maggiore, oggi Santuario della Spogliazione, rinunciò pubblicamente ai beni paterni, scegliendo un Padre nuovo e una strada nuova.
La discesa verso San Damiano è quella delle nostre passeggiate della domenica. Francesco per noi è una presenza, e i luoghi della sua vita sono diventati i luoghi della nostra. Quando settembre volge al termine, e inizia ottobre, quei luoghi tornano a parlarsi. È il tempo in cui Assisi è più bella: al tramonto la luce accende di rosso la pietra rosa del Subasio, e le mura, le case, i campanili sembrano prepararsi alla festa. Il 4 ottobre non è mai un giorno qualunque del calendario: è “la” festa. E ad Assisi la festa si fa preghiera. Prima c’è la novena, che quest’anno non si è fermata nella Basilica di San Francesco: ha attraversato la città, sera dopo sera, dalla Chiesa Nuova, dove la tradizione colloca la casa paterna di Francesco, fino ai luoghi della sua morte. Al 4 ottobre, qui, non si arriva tutto in una volta, ma attraverso un cammino.
Quel cammino ha un passaggio che per noi conserva un significato profondo: la sera del 3 ottobre, la sera del Transito. Nei suoi ultimi giorni Francesco, ormai malato e quasi cieco, chiede di essere riportato dal Vescovado alla Porziuncola. Lungo la strada vuole fermarsi e farsi rivolgere verso Assisi. Un ultimo sguardo che non è più degli occhi. Benedice la Sua Città. Quella benedizione la sentiamo intimamente nostra. Ma la storia ci ha insegnato che il modo più vero di viverla è non trattenerla. Da otto secoli Assisi custodisce Francesco e, nello stesso tempo, gli fa spazio perché appartenga a tutti. Quasi senza accorgercene, siamo cresciuti così: abituati a sentire lingue diverse nelle nostre strade e a fare spazio a chi viene cercando Francesco con una preghiera, una domanda, o solo il bisogno di fermarsi.
Quest’anno la festa è più grande di noi. Sono ottocento anni dalla morte di Francesco, e il 4 ottobre torna festa nazionale dopo quasi mezzo secolo. Dal 1939 ogni anno una Regione sale ad Assisi con l’olio per la lampada votiva. Ma questa volta c’è l’Italia intera, con il Presidente della Repubblica, e per la prima volta è il nostro sindaco ad accenderla a nome di tutti. È un onore, ma anche una responsabilità.
A ricordarcelo ogni giorno, da 155 anni, c’è ad Assisi un’opera che porta il nome con cui la tradizione cristiana ha chiamato Francesco: il Serafico. È quasi sulla soglia della città. Chi arriva passa davanti a noi; chi la lascia ci passa accanto. E noi del Serafico siamo lì a ricordare, prima di tutto a noi stessi, da dove è cominciato tutto.
Francesco lo scrive nel Testamento: la sua conversione comincia dall’incontro con i lebbrosi. Vederli gli sembrava «cosa troppo amara»; poi il Signore lo condusse tra loro, ed egli usò con loro misericordia. E ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in «dolcezza d’animo e di corpo». È lì che cambia lo sguardo di Francesco. E quando cambia lo sguardo, comincia a cambiare la sua vita.
Anche i bambini e i ragazzi con disabilità complesse di cui ci prendiamo cura arrivano da tante parti d’Italia. E appartengono pienamente a questa città: ne sono il cuore pulsante. Li vediamo cambiare lo sguardo di chi li incontra: un medico, un’educatrice, una famiglia, il pellegrino che entra quasi per caso e qualche volta ne esce guardando la vita in modo diverso. Il mondo non cambia soltanto quando facciamo qualcosa per i più fragili. Può cambiare quando permettiamo alla loro fragilità di interrogarci. Ottocento anni dopo, questo dice qualcosa anche all’Italia, che ha scelto Francesco come Patrono. Sceglierlo non può essere soltanto un omaggio alla nostra storia: significa assumersene l’eredità. Una comunità rivela molto di sé nel posto che riserva alle persone più fragili: se le lascia ai margini o le riconosce al centro della vita comune; se le considera solo destinatarie di assistenza o persone portatrici di diritti, relazioni, talenti. Francesco dopo 800 anni continua a ricordarci come guardare il mondo.
Buona festa, Assisi. Buona festa, Italia.
Francesca Di Maolo è presidente del Serafico di Assisi

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