
Digitando sulla tastiera la parola Neet, acronimo di “Not in Education, Employment or Training” – la sigla che racchiude quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano né sono impegnati in corsi di formazione –, il correttore la cambia invariabilmente in Net, “rete”. L'errore nasconde una grande verità. La condizione di Neet dipende spesso dalla mancanza di una rete solida di conoscenze, professionali e non, che permettano di dare una svolta alla propria vita, trovare il giusto corso di studi o inserirsi nel mondo del lavoro. La creazione di connessioni è al contrario una possibile via d'uscita da una condizione che in Italia, gli ultimi dati di Istat, riguarda 1,2 milioni di giovani, il 13,3% della popolazione considerata. Anche se abbiamo il quarto risultato peggiore d'Europa, davanti solo a Romania, Bulgaria e Grecia, il dato è in miglioramento: se nel 2024 la quota di Neet era al 15,3%, nel 2015 era circa il doppio.
Accelerare questo miglioramento è l'obiettivo di due iniziative in cui è coinvolta Intesa Sanpaolo, il primo gruppo bancario del Paese. “Giovani e Lavoro”, in collaborazione con Generation Italy, e “ZeroNeet”, il programma di Fondazione Cariplo a cui partecipano anche Regione Lombardia e la Banca stessa. I progetti sono stati presentati in contemporanea all'uscita di un'indagine realizzata da tre giovani giornalisti della Scuola Walter Tobagi dal titolo “La condizione Neet. Dati, cause e politiche di un fenomeno in calo".
“ZeroNeet”, lo dice il nome stesso, vorrebbe azzerare questo dato in tutto il Paese. Ma «non si può pensare di intervenire nella stessa miniera nei diversi territori, bisogna tenere conto di quelle che sono le condizioni di contesto», sostiene Benedetta Angiari, coordinatrice del programma di Fondazione Cariplo. Gli obiettivi iniziali, a partire dalla Lombardia e da alcune provincie del Nord Italia, sono due: «Attivare 20mila giovani in condizione Neet, e promuovere iniziative di contrasto alla dispersione scolastica per altrettanti studenti». I mezzi per farlo – continua Angiari – sono «alleanze strategiche con istituzioni presenti sul territorio, una buona dose di tenacia e iniziative flessibili e modulabili adatte alle figure eterogenee che rientrano nell'etichetta Neet».
Dietro questo acronimo, rivela l'indagine degli studenti della Tobagi – Francesca Fulghesu, Matteo Lefons e Arianna Salvatori – si nascondono realtà diverse. Il rapporto annuale Istat 2026 racconta che nel 2025 il 35% dei Neet tra i 15 e i 29 anni è disoccupato; un ulteriore 33,3% è aperto al lavoro ma non lo cerca attivamente o non è immediatamente disponibile; il restante 31,7% non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Anche il genere crea crepe in una definizione monolitica: il tasso Neet tra le giovani donne è il 14,9% contro l’11,8% degli uomini. E il divario si allarga all'aumentare dell'età e al crescere del carico di cure che pesa maggiormente sulle spalle femminili.
Ma dietro a questi numeri ci sono volti e storie. Quelle di Davide, Edoardo e Sara raccolte da Fulghesu, Lefons e Salvatori in giro per l'Italia. Perché i Neet si muovono in mezzo a noi. O meglio noi ci muoviamo in mezzo a loro. Un tratto comune della condizione di Neet è infatti quello di sentirsi bloccati. Edoardo racconta di aver «fondamentalmente messo in pausa la sua vita». Non solo lavorativa, anche sociale. Restare indietro rispetto agli altri, rimanere fuori dalle reti di contatti e connessioni significa sentirsi un pesce fuor d’acqua.
È l’esperienza di Sara che, una volta coronato il sogno di lavorare nel cinema, si è resa conto che non tutto era come credeva. Dopo aver lasciato il suo impego, non riusciva nemmeno più ad aprire LinkedIn. Confrontarsi ogni giorno, ad ogni notifica con un roboante annuncio del tipo «Sono fiero di annunciare il mio traguardo», è un pugno nello stomaco per chi è in un momento di difficoltà. Davide invece un sogno nel cassetto non lo ha mai avuto. Era geloso fin da bambino di chi ha sempre saputo cosa fare da grande. E si è sentito «diverso dagli altri, in una bolla», finché non si è convinto di potercela fare.
Questi ragazzi hanno potuto trovare una via d’uscita dalla loro condizione di Neet grazie all'inserimento in un percorso mirato e professionalizzante. Come quelli offerti da “Giovani e Lavoro”, il programma di Intesa Sanpaolo e Generation Italy. Un'iniziativa che svolge una duplice azione: da un lato verifica con le imprese quali sono i profili che servono per colmare il mismatch tra domanda e offerta, dall'altro crea corsi gratuiti, brevi ed esperienziali volti a formare proprio quelle professionalità che mancano. «Contrastare il fenomeno delle persone Neet significa intervenire sulle competenze, ma anche aiutare i giovani a recuperare consapevolezza, fiducia nelle proprie capacità e una prospettiva per il futuro» afferma Andrea Forghieri, executive director di Intesa Sanpaolo per il Sociale. Con “Giovani e Lavoro”, Intesa Sanpaolo ha già formato circa 6mila giovani e l'80% di loro ha raggiunto un'occupazione stabile. Un primo passo verso l'obiettivo europeo per il 2030: ridurre al 9% la quota dei Neet.
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