I territori più "felici", in Italia, sono quelli che abbattono i divari tra giovani e anziani

di Andrea Ceredani, inviato a Firenze
Next ha presentato al Festival nazionale dell'Economia civile il primo rapporto sulla equità intergenerazionale. Secondo gli indicatori, il “ben vivere” delle nuove generazioni non si misura solo in base a ricchezza e Pil. «Vogliono un loro posto nel mondo»
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October 1, 2026
I territori più "felici", in Italia, sono quelli che abbattono i divari tra giovani e anziani
Il manifesto del Festival dell'Economia Civile in Piazza della Signoria a Firenze
Guardando solo alla bilancia economica, in Italia la coperta della spesa pensionistica sembra sempre più corta. I costi della previdenza sociale crescono ogni anno e, con la forza lavoro in continuo calo, rischiano di compromettere le risorse future. È sulla base di questa premessa che si consuma tra giovani e anziani uno scontro in grado di generare risentimento sociale. «Ma il conflitto tra generazioni è un gioco a somma zero, che dà alla politica l’opportunità di mantenere lo status quo», ha denunciato stamani a Firenze il ricercatore dell’università di Pavia Pietro Ghirlanda, nella cornice del Festival nazionale dell’Economia civile, giunto all’ottava edizione. In altre parole, l’idea che il benessere dei giovani debba necessariamente sottrarre risorse agli anziani, secondo lo studioso, può essere superata. Alla stessa conclusione è giunto il primo rapporto sull'Equità intergenerazionale, realizzato da NeXt (Nuova economia per tutti) e presentato oggi a Firenze, che propone di costruire un’alleanza tra generazioni investendo sia sullo sviluppo dei giovani sia sull’invecchiamento attivo della popolazione più anziana. «Questa è la chiave per declinare la tutela del futuro in un processo di equità», sintetizzano gli autori nel report.
Il presupposto è che si debba superare una visione assistenziale, che contrappone under-35 e over-55, riducendoli a “costi”. «Serve un approccio multidimensionale – continua Ghirlanda – per tentare di lavorare alla fioritura di tutte le persone, a prescindere dall’età». A questo scopo, lo studio non ha indagato il divario tra le generazioni sulla base del solo capitale economico. Ma ha individuato cento indicatori ripartiti in quattro altre forme di “capitale”: il capitale sociale agito, il capitale psicologico generativo, il capitale di cittadinanza economica e il capitale simbolico ecosistemico. In pratica, per misurare il benessere e le difficoltà delle diverse età, entrano in gioco nuove spie: la capacità di costruire relazioni, la vitalità di pensiero o la qualità di vita nel quartiere di residenza. «Questo studio ci ha permesso di ridefinire quello che sappiamo sulle generazioni», ha commentato Ribana Andreea Chiper, dottoranda all’università di Roma Tor Vergata. «Se guardiamo al capitale sociale agito – precisa –, ad esempio, i più fragili sono gli anziani e non più i ventenni, che sono le persone con le maggiori difficoltà economiche».
In effetti, dal report emerge che entrambe le fasce “estreme”, under-35 e over-55, mostrano le fragilità più profonde. Rispetto ai lavoratori tra i 35 e i 54 anni, che detengono la quota prevalente di stabilità lavorativa e rappresentanza, giovani e anziani condividono un «divario di soddisfazione di vita e di senso di vita». «Lo scopo – continua Chiper –, a questo punto, non è capire chi deve avere di più dalla comunità, ma quali condizioni dobbiamo costruire per permettere a tutti di contribuire alla vita collettiva».
Per comprendere i motivi alla base dei divari tra giovani e anziani – e «quale rapporto hanno con la felicità» –, lo studio ha elaborato un Indice aggiustato di equità intergenerazionale sociale e civile. Il risultato, in sintesi, mostra che territori con livelli di equità sopra la media attivano un +3,6% di soddisfazione di vita e un +2,9% di senso di vita nei loro cittadini. E non è solo una questione di capitale economico: più del Pil, sarebbe l’occupazione ad aver un impatto maggiore sulla felicità. In altre parole, a fare la differenza è la percezione di “avere un posto nel mondo”. Non solo: il report sottolinea che la felicità dei cittadini cresce sensibilmente dove l’indice di equità supera “quota 95”, ma la media italiana si ferma a un punteggio di 89. I risultati non sono uguali ovunque, ma le differenze territoriali non seguono il tradizionale asse Nord-Sud. Piuttosto, il divario più marcato si registra tra “territori leader”, come la Città metropolitana di Torino dove a capitali elevati si affiancano alti valori di equità, e territori “a sviluppo escludente”, come Milano dove i capitali sono alti ma l’equità è bassa.
Per aumentare i livelli di equità – e, dunque, di felicità – gli autori del report propongono obiettivi diversi per ogni attore sociale, perché «ognuno contribuisca attivamente». Alla comunità educante chiedono di integrare nei percorsi didattici curricoli dedicati alle competenze sui quattro capitali dell’equità. Tutto ruota attorno alla «capacità di immaginare un futuro», sostiene Enrico Poniz, segretario della Rete nazionale dei gruppi giovani soci delle Banche di credito cooperativo (Bcc). «Se non crediamo in qualcosa, non possiamo immaginarlo – ha spiegato – e senza immaginarlo, tutto si blocca. Le Bcc, in questo senso, sono utili quando svolgono la funzione di collante tra le persone sul territorio, generando relazioni tra diverse generazioni». Alle amministrazioni, invece, gli autori del report suggeriscono l’adozione della Valutazione d’impatto generazionale nella programmazione politica. «È una questione di anticipare il futuro – ha ribadito Leonardo Laterza, ricercatore all’università Lumsa di Roma –. È una capacità che presuppone un rapporto costante con la realtà, ma senza questo esercizio non riusciamo a immaginare scenari diversi da quello in cui viviamo. E dobbiamo cominciare a farlo partendo dalle comunità locali».

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