Ricostruire Gaza è davvero possibile?

La ricostruzione non può essere una pagina bianca: le tracce della città, le memorie e i legami di chi l’ha abitata devono restare parte del progetto di ciò che verrà. Un libro di architettura costringe a interrogarsi su che cosa significhi progettare il futuro quando di un luogo restano solo macerie
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October 3, 2026
Ricostruire Gaza è davvero possibile?
Le macerie di Gaza / ANSA
Che cosa significa ricostruire una città quando sotto le sue macerie ci sono ancora i suoi morti? È forse questa la domanda più radicale che attraversa Polvere a Gaza. L’impossibile ricostruzione, tra macerie e futuro , il libro di Tomà Berlanda e Camillo Boano pubblicato da Donzelli (pagine 128, euro 17,00). Un libro di architettura che, in realtà, costringe a interrogarsi su qualcosa che viene prima dell’architettura: che cosa significa abitare quando il luogo stesso non esiste più? E che cosa significa progettare il futuro quando il terreno da cui ripartire è composto dalle case, dagli oggetti, dalle storie e dai corpi di chi non c’è più? A Gaza il corpo è diventato architettura. Non è soltanto il corpo che abita lo spazio. È lo spazio distrutto che entra nel corpo: nella polvere respirata, nella fame, nelle ferite, negli spostamenti continui, nel dormire accanto alle rovine della propria casa. La separazione moderna tra edificio e abitante, tra spazio e corpo, sembra qui collassare. Le macerie non sono semplicemente ciò che rimane della città precedente e deve essere rimosso affinché possa cominciare quella successiva. Sono diventate il suo nuovo suolo. Berlanda e Boano partono precisamente da questa impossibilità di considerare la ricostruzione come una pagina bianca. Ricostruire non significa necessariamente ricomporre ciò che esiste. Può significare, al contrario, cancellarlo. Togliere le macerie, ridisegnare le strade, costruire nuovi quartieri può trasformarsi in un secondo gesto di distruzione se insieme alle rovine vengono rimossi la memoria dei luoghi, i rapporti sociali che li attraversavano e il diritto di chi li abitava a decidere che cosa debba venire dopo.
È qui che l’architettura incontra la questione del colonialismo d’insediamento. La conquista di una terra non consiste soltanto nell’occuparla, ma anche nel produrre un nuovo inizio, nel fare apparire ciò che esisteva prima come definitivamente trascorso. La ricostruzione rischia così di diventare paradossalmente solidale con la distruzione: la prima rade al suolo, la seconda dichiara che da quel suolo si può ricominciare come se nulla vi fosse stato. “Ungrounded”, senza fondamenta, potrebbe essere il nome di questa condizione, ma l’assenza di fondamenta non significa mancanza di legami. Al contrario. Più la possibilità materiale dell’abitare viene distrutta, più emerge la radicalità del rapporto con la terra. Perché restare? La domanda è ancora più difficile in un mondo nel quale la mobilità viene continuamente celebrata. Milioni di persone migrano, cambiano città e Paesi, costruiscono appartenenze lontano dai luoghi nei quali sono nate. Perché allora l’attaccamento palestinese alla terra assume una forza tanto particolare? Forse perché quella terra non è semplicemente una proprietà. È un archivio. Nelle case distrutte, negli ulivi, nei muri, nei nomi delle strade, nei campi profughi, nelle chiavi conservate per generazioni, il territorio custodisce la prova materiale di un’esistenza. Lasciare la terra, in questo caso, non significa soltanto perdere uno spazio sul quale vivere, ma la possibilità di dimostrare che si è vissuti lì. Da questo punto di vista il campo profughi è forse la forma spaziale essenziale della questione palestinese. Nasser Abourahme, in The Time beneath the Concrete. Palestine between Camp and Colony, ha mostrato come il colonialismo d’insediamento sia una lotta sul tempo almeno quanto una lotta sullo spazio. Il campo palestinese nasce come provvisorio, ma proprio la sua interminabile provvisorietà impedisce alla storia di chiudersi. Il rifugiato continua a dire, attraverso la propria presenza: ciò che è accaduto non è finito. Il campo è dunque un paradosso architettonico. È costruito per essere temporaneo e diventa permanente. Le tende diventano muri, i muri diventano piani sovrapposti, compaiono negozi, vicoli, scuole, reti elettriche, memorie. La città di domani è continuamente in costruzione senza poter mai dichiararsi definitivamente costruita.
La permanenza precede così l’architettura. Prima della casa viene il restare. È uno degli spostamenti più interessanti suggeriti da Polvere a Gaza: l’architettura non comincia necessariamente dalle fondamenta, ma dal corpo che rimane: dal telo teso fra due muri, dalla pentola appoggiata su alcune pietre, dal materasso collocato nel vuoto lasciato da una stanza. Dal tentativo di continuare ad abitare un luogo diventato apparentemente inabitabile. Abitare il buco. È questa l’immagine più radicale della Gaza contemporanea: non riempire immediatamente il vuoto, ma riconoscere che anche ciò che non c’è più appartiene alla città. Un edificio distrutto lascia un’assenza che possiede una storia. Riempirla non significa necessariamente ripararla. Per questo la parola “ricostruzione” dovrebbe renderci inquieti. Ha un suono rassicurante: dopo la guerra arrivano le ruspe, i progetti, gli investimenti, le case nuove. Il tempo ricomincia, ma questa linearità — distruzione, emergenza, ricostruzione, normalità — rischia di essere falsa. Che cosa accade se sotto il nuovo edificio rimangono i corpi di coloro che abitavano quello precedente? Forse alcuni luoghi non possono essere semplicemente ricostruiti. Devono prima essere attraversati. Verrebbe quasi da immaginare Gaza come un immenso campo santo nel quale entrare scalzi: non per trasformare la Striscia in un monumento immobile alla propria distruzione, né per condannare chi vi abita a vivere per sempre tra le rovine, ma per riconoscere che nessuna ruspa può trattare quel suolo come una superficie neutra. La questione diventa allora non se ricostruire, ma da dove ricostruire. Dalla tabula rasa oppure dalle tracce? Dai masterplan oppure dagli abitanti? Dalla promessa di una città completamente nuova oppure dal diritto di riconoscere, dentro quella futura, la città che è stata distrutta? Nel primo caso le macerie sono un ostacolo, nel secondo un documento. Ed è qui che Gaza smette di riguardare soltanto Gaza. La Palestina può essere letta come un archivio vivente del nostro futuro. Campi, migrazioni, popolazioni sospese, città distrutte e ricostruite, territori nei quali la distinzione tra provvisorio e permanente diventa sempre più fragile non appartengono a un’eccezione lontana. Sono forme che attraversano già il presente. Il campo palestinese, in questa prospettiva, non è un residuo del Novecento. È una delle figure attraverso cui osservare il XXI secolo: popolazioni che abitano senza pieno diritto di appartenenza, insediamenti temporanei che durano generazioni, emergenze che diventano sistemi di governo, architetture nate senza la certezza di poter restare. Per questo Polvere a Gaza pone all’architettura una domanda che la oltrepassa. Chi ha il diritto di decidere che cosa meriti di rimanere? La ricostruzione di Gaza comincerà quando sarà possibile resistere alla tentazione di farne una pagina bianca. Perché sotto il cemento esiste un altro tempo. E sotto la polvere continua a esistere una città.

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