Tullio Pericoli: «Alla mia "bella età" si diventa più liberi»

di Massimiliano Castellani
Lo storico illustratore di giornali e pittore, considerato il più grande ritrattista, domani compie 90 anni e si racconta, partendo dal suo libro "La bella età" (Adelphi) e aprendoci il suo Studio-Archivio
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October 2, 2026
Tullio Pericoli: «Alla mia "bella età" si diventa più liberi»
Il pittore e illustratore Tullio Pericoli nel suo studio milanese
«Ogni volta che poggiamo una matita su un foglio nasce una nuova linea e quel segno, lungo o breve, conterrà una vita. Una vita che si concluderà nell’attimo in cui, staccando la mano da quel foglio, la abbandoneremo». Questa è una delle tante perle di saggezza che regala l’artista Tullio Pericoli nel suo taccuino privato appena uscito per Adelphi, La bella età. Note di lavoro. «Questo libro è un “diario di pittura”, un omaggio alla pittura. Io parlo di pittura e non di arte, perché la parola arte oggi è stata sbriciolata e il più delle volte arte è sinonimo di commercio. Io sono rimasto fedele solo a quell’arte che è fatta di pennelli, di colori, di tele e di carta, quindi alla pittura come si è fatta per tanti secoli e che ha ancora tanta strada da fare». Ci accoglie così il Maestro, alla vigilia dei suoi 90 anni (li compie oggi, 2 ottobre: 90 e davvero “non sentirli”) nello Studio e Archivio Tullio Pericoli. Uno spazio essenziale, come i suoi disegni e i suoi quadri. Un tavolo chiaro in legno povero ammantato di libri, alcuni con le copertine disegnate dallo stesso Pericoli. Su un altro tavolo, stesi davanti ai quadri in fase di rifinitura e alle librerie colme di volumi, fanno bella mostra vasi, vaschette di colori, pennelli, spatole, pennini e matite appuntite.
Presenze immobili, silenti, verso cui si sente in “colpa” quando li ignora, se non li usa per lunghi periodi. Ma per usare tutte le matite e i pennelli a disposizione Pericoli dovrebbe dipingere con due mani, mentre madre natura glie ne ha data solo una per farlo e la ringrazia anche ne La bella età: «Sento che con gli anni la mia mano destra, a forza di ripetere alcuni gesti si è caricata di memoria». Memorie di un talento artistico strappato all’avvocatura («all’Università di Giurisprudenza di Urbino mi sono fermato a 3 esami dalla laurea») e arrivato come un “miracolo a Milano” su suggerimento del geniale Cesare Zavattini, «a cui scrissi su consiglio di un giornalista dell’Espresso che mi disse: “Zavattini è uno che aiuta i giovani”. Aveva ragione». Grazie a quei buoni uffici, agli inizi degli anni ‘60 il giovane Tullio inaugurava la lunga attività di disegnatore al Giorno, il quotidiano fondato da Enrico Mattei, dove venne introdotto dal principe degli irregolari, il cronista e scrittore Gian Carlo Fusco. Ma torniamo a La bella età in cui annota: «Lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa». L’ha scritto René Daumal e Pericoli quello stile lo ha coltivato fin da piccolo, quando nel gioco del “facciamo che io ero” con i bambini del borgo natio di Colli del Tronto (Ascoli Piceno) già proclamava convinto: «Facciamo che io ero un pittore». Sorride il Maestro al ricordo di quella bella gioventù tra le colline materne che non ha mai smesso di dipingere.
«Il sogno del pittore è di scavalcare la tela e di dipingere direttamente sulla terra», altra massima della filosofia pericoliana, il più grande ritrattista del ‘900. «Ne ho disegnati tanti di volti illustri e nel libro spiego che la faccia è un palcoscenico dove portiamo in scena i nostri sentimenti e i nostri pensieri. Vero anche come diceva De Amicis che “il volto può essere un delatore” ma questo non significa che riveli solo cose brutte, può anche svelarci le espressioni più nobili ed ignote di una persona». Di tutti gli scrittori ritratti ce né uno con cui avrebbe condiviso la tavola: «Sarei andato volentieri a cena con Stevenson, perché era un grande raccontatore e sarebbero state delle cene meravigliose. Con altri, come Kafka mi sarei confrontato sul disegnare. E pensando a dei disegni per il suo Digiunatore ho immaginato di mettere a confronto le sue figurine stilizzate con L'Homme qui marche di Giacometti». Prima di accingersi a compiere il ritratto di uno scrittore, spesso anche amico, Pericoli ha provato a sottoporlo alle domande che partono dall’idea di Paul Valery: “Il mio volto mi è estraneo”. «Lo è anche il mio. Solo Rembrandt è stato capace di studiare a fondo il suo volto realizzando un’ottantina di autoritratti. Io solo ultimamente mi sono ritratto, ma di schiena, perché diciamoci la verità - sorride dietro ai suoi occhialini - alla fine si è sempre un po’ insoddisfatti della propria faccia». L’amico Umberto Eco è stato tra i più ritratti, e per questo Pericoli parla di «echitas, ma esiste anche una calvinitas e una montalitas. Umberto un giorno mi disse che in un ritratto che gli feci ci aveva ritrovato una parte oltre che di sé anche della sua famiglia». Potere dell’Artista che sa come entrare nelle pieghe dell’anima di chi sta ritraendo e lo fa sempre “rubando”. Negli anni ’80 Pericoli “vuotava il sacco” con la mostra Rubare a Klee. «Non ho problemi a dire che ho saccheggiato il saccheggiabile a tutti. Per quella mostra pubblicai in catalogo un dialogo con Italo Calvino intitolato appunto Furti ad arte. Il furto artistico è naturale, del resto “l’arte viene sempre da altra arte” diceva Calvino».
Secondo l’altro genius loci marchigiano, Osvaldo Licini, da Monte Vidon Corrado, “L’arte è per noi di natura misteriosa, non si definisce” e per Picasso è qualcosa di “sacro”. «Condivido il “mistero” di Licini e il “sacro” di Picasso che si riferiva a una entità divina che sta dentro ognuno di noi, non esprimibile, né spiegabile. Il senso del sacro io l’ho avvertito anni fa salendo sul soffitto della Cappella Sistina, lì sentii che Michelangelo non si rivolgeva solo agli uomini. La pittura, nel momento che nasce, ha la capacità di farci scoprire che noi conosciamo più cose di quelle che crediamo di sapere e che la mano è assai più ricca di sapienza del semplice gesto pittorico. Queste ricchezze quando arrivano danno piacere». Oggi l’uomo sta delegando la sua sete di conoscenza all’intelligenza artificiale: una minaccia o una risorsa per gli artisti? «L’intelligenza artificiale potrebbe rielaborare e rifare tutta la pittura vista e conosciuta fino ad oggi, ma non può creare qualcosa di nuovo, perché non possiede creatività. L’intelligenza artificiale credo non possa avere il potere immaginativo che abbiamo noi. E poi chi si trova nella “bella età” non è costretto a inseguire mete impossibili e può stare in studio a dipingere senza disturbi dall’esterno, con meno interesse per il giudizio altrui. Nella “bella età” si è più liberi».

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