
Prima di essere una montagna, un’onda, una foresta o un fiume, sono corpi che si affidano gli uni agli altri. Si sollevano, si sostengono, precipitano e si raccolgono, fino a perdere i propri confini e diventare un unico organismo in movimento. In Le Pas du Monde, la nuova creazione di Collectif XY, l’acrobazia non è soltanto vertigine e spettacolo: è il modo attraverso cui 23 interpreti di dieci nazionalità diverse interrogano il rapporto fra l’uomo e il mondo, fra la fragilità e la forza, fra l’individuo e la comunità. Dopo aver inaugurato l’edizione 2021 con l’adrenalinico e poetico Möbius, il gruppo francese di danzatori e acrobati Collectif XY torna al Romaeuropa Festival con Le Pas du Monde, una nuova creazione che porta ancora più lontano la ricerca della compagnia francese sul corpo, sulla fiducia e sulla forza del collettivo. Dal 29 ottobre al 1° novembre, al Teatro Olimpico di Roma, nell’ambito del percorso costruito con Dance Reflections by Van Cleef & Arpels, il gruppo di acrobati e acrobate presenta in anteprima italiana uno degli appuntamenti più attesi della 41esima edizione di Romaeuropa Festival, diretta da Fabrizio Grifasi, inaugurata l’8 settembre e in programma sino al 15 novembre con novanta spettacoli, 240 repliche e circa mille artisti da tutto il mondo, tra danza, musica e teatro. Edizione che prende proprio il titolo di quest’anno dallo spettacolo del Collectif XY , “Il passo del mondo”, rinnovando la vocazione a fare delle arti contemporanee un luogo di incontro e ascolto.
Il titolo suggerisce un movimento continuo. È il passo del mondo, il suo procedere e trasformarsi senza sosta. Nella pronuncia francese, poi, quel pas può avvicinarsi alla paix, la pace: non una condizione immobile, ma la possibilità di trovare insieme un ritmo, un modo di avanzare. Nel lavoro gli acrobati trasformano progressivamente i propri corpi in un paesaggio vivente.
«L’idea era esplorare la crisi tra l’umanità e il mondo», spiega ad Avvenire Oded Avinathan, acrobata israeliano che vive in Francia e membro del Collectif XY. «Il mondo significa la natura, ma anche tutto ciò che esiste al di fuori e dentro l’umanità: la vegetazione, le altre forme di vita. C’è una rottura nel rapporto tra noi e il resto. Per questo abbiamo scelto di decentralizzare l’umanità: non siamo i protagonisti della storia del mondo. Siamo protagonisti della nostra storia, ma nel mondo siamo un elemento, un’altra forza della natura».
La scena non racconta una vicenda lineare, ma un processo di metamorfosi, racconta Avinathan. «I nostri corpi possono trasformarsi in una montagna e poi diventare l’energia che arriva su un lago. È quello che accade continuamente in natura: la materia cambia forma». Le immagini nascono così dall’aggregazione dei performer, dal loro stare insieme e dal continuo passaggio da una forma all’altra. Una fila può diventare una catena montuosa, una corsa un flusso d’acqua, un gruppo compatto una massa attraversata da un’energia che si propaga da un corpo all’altro.
Sono 23 gli interpreti in scena, da dieci nazionalità diverse. Per Collectif XY non è solo un dato organizzativo: è la condizione dell’acrobazia. La prodezza non appartiene al singolo, ma nasce dalla relazione. «Nell’acrobazia si crea qualcosa che parla profondamente a noi e anche allo spettatore», dice Avinathan. «È come se fossimo una cosa sola. La codipendenza dagli altri, che nasce quando fai questo tipo di acrobatica, crea un’emozione». Ogni slancio presuppone una mano pronta a sostenere, ogni salita qualcuno disposto a ricevere il peso dell’altro. La fiducia non è un tema raccontato a parole: è una necessità fisica, visibile in ogni istante.
Questa dimensione collettiva non cancella però le differenze. Al contrario, la compagnia cerca di farle emergere. «Quando approfondiamo la creazione guardiamo il gruppo e cerchiamo di usare le forze di ciascuno nel modo migliore possibile, lasciando che l’individualità esca», spiega l’acrobata. «Ma l’enfasi della nostra ricerca è mostrare che, quando ci mettiamo insieme per un obiettivo, la codipendenza crea forza». L’individuo non scompare nel collettivo, ma trova proprio nella relazione con gli altri la possibilità di andare oltre i propri limiti.
In Le Pas du Monde questa idea assume una dimensione ancora più ampia. La comunità degli acrobati diventa una piccola immagine possibile della comunità umana. «Vedere 23 persone di dieci nazionalità diverse, tutte impegnate a lavorare insieme e a fare qualcosa di incredibile, ti fa pensare a ciò che potremmo essere come società», osserva Avinathan. La compagnia riunisce persone provenienti da mondi differenti e costruisce, attraverso il corpo, una forma di convivenza temporanea. «Io sono israeliano, vivo in Francia, e penso che l’arte, che si tratti di danza, musica o di qualsiasi altra forma, abbia la capacità di unire persone da tutto il mondo».
La fragilità è un altro punto decisivo. Gli acrobati del Collectif XY sono abituati alla forza, all’equilibrio, al rischio controllato. Qui, però, scelgono di mostrare anche ciò che normalmente potrebbe essere percepito come una debolezza. A partire dalla voce. «La nostra forza è nella nostra fragilità», dice Avinathan. «Per noi acrobati cantare sul palco ci mette in un posto molto fragile. Non siamo cantanti professionisti. Cercavamo proprio quel luogo, per sentire davvero la fragilità e mettere in scena ciò in cui ci sentiamo vulnerabili. Da lì possiamo dimostrare la nostra forza, prendere il nostro potere».
E proprio il corpo, per Avinathan, è una possibilità di espressione che oggi rischia di essere dimenticata. «Molte persone hanno bisogno di esprimersi, anche i giovani che stanno davanti al computer e sui social. Ragazzi e ragazze dovrebbero danzare, perché esprimersi con il corpo è importante. È bellissimo mostrare il nostro cuore attraverso il corpo». In questa prospettiva Le Pas du Monde parla anche di un ritorno all’essenziale: prima delle parole, prima delle immagini costruite per essere mostrate, c’è un corpo che respira, si muove, cade, viene sostenuto.
La creazione è in larga parte collettiva: alcune figure esterne hanno accompagnato la ricerca sul corpo e sul movimento, ma il nucleo del lavoro appartiene agli interpreti. Gli esseri umani non dominano la natura: ne fanno parte. Il corpo individuale perde progressivamente i propri confini e diventa parte di un organismo più grande. Il «passo del mondo» non indica soltanto il movimento della natura, ma il tentativo degli esseri umani di accordarsi con un ritmo che non controllano. E la possibile eco di una «pace del mondo» suggerisce che la pace non sia necessariamente un punto d’arrivo: può essere un gesto, un equilibrio provvisorio, una forma costruita insieme e destinata a cambiare.
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