Originale o derivato? Il dilemma dello sceneggiatore

Anche lo storico premio Solinas affronta la crisi delle sceneggiature originali nei palinsesti
Google preferred source
September 29, 2026
Originale o derivato? Il dilemma dello sceneggiatore
La sceneggiatrice Doriana Leondeff / WikiCommons
C’è stato più di un motivo per festeggiare quest’anno la 41esima edizione del Premio Solinas, guidato come sempre con cura e passione da Annamaria Granatello, che sull’isola de La Maddalena dal 23 al 27 settembre ha riacceso ancora una volta l’incontro tra creatività, industria e pubblico con attività che hanno coinvolti oltre 150 professionisti del settore audiovisivo tra autori, produttori, registi, broadcaster, critici e operatori culturali.
Non solo infatti, all’ultima Mostra di Venezia, la sceneggiatura de I figli della scimmia dell’esordiente Tommaso Landucci, che ha firmato con Damiano Femfert lo script vincitore del Solinas nel 2021, è stata premiata nella sezione Orizzonti insieme all’interpretazione di Riccardo Scamarcio, ma L’estranea di Paolo Strippoli, giovane autore che proprio al Solinas ha mosso i suoi primi passi, ed è arrivato quest’anno in gara al Lido, è stato scelto per rappresentate l’Italia ai prossimi premi Oscar.
L’ambizione e il talento del più prestigioso premio italiano dedicato alla scrittura cinematografica e dell’audiovisivo è la scoperta di voci nuove e originali capaci di offrire pensieri e parole alle giovani generazioni di registi, attori e produttori nell’ambito di una vera e propria bottega creativa attiva tutto l’anno. In oltre quattro decenni di storia il Solinas ha infatti portato alla realizzazione e distribuzione di ben 189 prodotti audiovisivi, tra cui 166 film.
Complice una ricerca realizzata per Netflix, Dallo schermo alle pagine: l’effetto dell’audiovisivo sull’editoria e i lettori italiani, uno dei temi su cui si è discusso quest’anno a La Maddalena è il controverso rapporto tra cinema e letteratura. Un rapporto antico e proficuo, un patto creativo nato già alla fine dell’Ottocento, quando George Mèliès realizzò Cenerentola da una fiaba di Charles Perrault e qualche anno dopo Viaggio sulla luna ispirato ai romanzi di Jules Verne e H.G. Wells.
La complicità tra celluloide e carta stampata, lo sanno tutti ha dato origine a veri capolavori e blockbuster Negli ultimi anni però, e non solo in Italia, qualcosa si è spezzato nell’equilibrio tra pagina e schermo a tutto vantaggio della prima. Succede infatti che per ragioni spesso legate il al budget di un film e alla necessità economica di non rischiare, è di gran lunga più facile che venga realizzata un’opera cinematografica tratta da un romanzo, meglio se di successo, che non basata su un’idea originale, considerata oggi un vero e proprio azzardo.
I racconti che riferivano di sceneggiatori fulminati da idee geniali, di registi pronti a metterle in scena e di produttori disposti a finanziarle sono ormai romantiche leggende che appartengono al passato. Ecco allora le cosiddette IP (Intellectual Property), solide e sicure per gli investitori, con le quali i creativi sono chiamati a misurarsi rifacendo, adattando, reinventando, ricontestualizzando.
Una tendenza che scontenta molti sceneggiatori costretti a raccontare il mondo attraverso lo sguardo di chi lo ha già osservato e masticato, a fare proprie idee e narrazioni altrui, come è emerso dal panel che il Premio Solinas ha organizzato per discutere di un tema così cruciale oggi.
Abbiamo parlato con Doriana Leondeff, storica sceneggiatrice di Silvio Soldini (ha firmato lo script del recente Le assaggiatrici) e di Carlo Mazzacurati, che da anni si divide tra cinema e serie tv, sceneggiature originali e adattamenti, e che ritroveremo alla prossima Festa di Roma con il film Desiderio diretto da Michela Cescon e con la serie Melania Rea di Stefano Mordini.
«Nasco come lettrice - dice – e ho un background più letterario che cinematografico. Mi sono laureata proprio con una tesi su letteratura e cinema, analizzando il rapporto tra Zurlini e Pratolini. Cinema e audiovisivo hanno sempre attinto alla letteratura, ma fino a nove anni fa al David Donatello non esisteva la distinzione tra sceneggiature originali e non originali. Quando ho cominciato a fare questo lavoro scrivendo nel 1995 Trafitti da un raggio di sole di Claudio Del Punta e poi una fiction tv, Non siamo soli, che segnava il passaggio dallo sceneggiato alla più moderna serialità, le storie originali erano il 70%. Oggi questa percentuale è scesa al 20%, ed è ancora più bassa quando parliamo di serie. Con questo non voglio dire che mi senta ingabbiata quando lavoro su un testo letterario – l’adattamento è uno stimolo, una sfida, una scommessa – ma è innegabile che questa sproporzione costituisca un’anomalia».
La creazione di una storia originale resta allora una grande soddisfazione. «La fase dell’invenzione, dalla scintilla allo sviluppo dell’idea, resta per me un piacere irrinunciabile. E trovo che sia un grande impoverimento culturale chiedere agli sceneggiatori di fare solo gli adattatori. Diciamo che un sistema più sano dovrebbe permettere perlomeno un 50% di storie originali, per questo il Premio Solinas è diventato un vero e proprio faro in questo campo, con la ricerca e il sostegno di idee nuove. Non è un caso che anche i professionisti la lavoro da anni cerchino proprio qui la possibilità di far passare un’idea personale. Un mercato che non dà spazio alle storie originali un po’ muore».
Partire da un’opera letteraria sembra offrire ai produttori un approdo sicuro anche quando i romanzi non hanno raggiunto il successo. «Basti pensare alle serie di Imma Tataranni e Lolita Lobosco, che hanno trasformato i romanzi in bestseller. Commissionare un soggetto originale a dei professionisti, probabilmente per i produttori ha dei costi più elevati. Nella mia storia di autrice cinematografica sono stata fortunata, perché con Soldini su undici lungometraggi scritti insieme soltanto due, Le assaggiatrici e Brucio nel vento sono adattamenti. Lo stesso posso dire dei film di Mazzacurati. Non è che i produttori oggi siano “cattivi”, ma è cambiato tutto nel sistema, nel Paese, nel mondo. Sicuramente abbiamo a che fare con una mancanza di coraggio. In Pane e tulipani i protagonisti erano un’attrice teatrale, Licia Maglietta, sconosciuta al grande pubblico, e un attore, Bruno Ganz, un monumento associato al dramma d’autore. Oggi scelte del genere sarebbero impossibili».
I paradossi poi non mancano: «Alcuni miei colleghi sono stati invitati dal produttore a cui presentavano un soggetto originale a pubblicare quella storie, offrendosi di aiutarli a trovare una strada editoriale, perché poi si potesse dire “un film tratto da….”. Molti libri vengono pubblicati già pensando a una trasposizione sullo schermo, oppure capita che ci lascino liberi di fare tutt’altro rispetto al materiale di partenza e allora il sospetto che si tratti solo di un’operazione di marketing è forte».
Leondeff non ha mai vissuto però la frustrazione di dover adattare un romanzo. “Rosella Postorino, autrice di Le assaggiatrici, ha avuto totale fiducia in noi. L’arco narrativo di un film è sempre diverso da quello del romanzo. Il budget impone poi un’altra serie di limitazioni. Quando però mi è stato chiesto di lavorare su testi letterari che non mi appartenevano ho rifiuto l’incarico. Accetto solo quando scocca davvero una scintilla».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi