In Brasile sarà sfida all'ultimo voto tra Lula e Bolsonaro jr: perché Trump è spettatore interessato
di Lucia Capuzzi
Il presidente uscente, in cerca del quarto mandato, e il figlio dell'ex leader Jair sono testa a testa secondo i sondaggi. A dare man forte al candidato conservatore ci sono anche gli Usa, interessati ad allargare il proprio "cortile di casa" (tra affari e strategie Maga)

È una conclusione di campagna elettorale densa di colpi di scena. Come una finale dei Mondiali decisa ai rigori. La metafora calcistica non è casuale. Uno dei momenti-clou è stato il bando alle scommesse sportive online varato la settimana scorsa da Luiz Inácio Lula da Silva: un provvedimento che potrebbe far saltare l’equilibrio del “futebol”, sintesi ed emblema dell’immaginario brasiliano. Le grandi società – i cui ricavi dipendono per un terzo dall’azzardo virtuale - hanno annunciato battaglia in vista della conferma del decreto da parte del Parlamento entro 120 giorni. La gran parte dei cittadini, però, supporta il provvedimento, già entrato in vigore in via provvisoria. Le scommesse, soprattutto mediante App, sono la principale causa dell’indebitamento record: colpisce l’82 per cento delle famiglie, un terzo ha smesso di pagare le rate e ora spera nel piano di rientro agevolato deciso dal governo contestualmente al divieto.
Perfino Nostra Signora di Aparecida, nel frattempo, è stata trascinata nello scontro tra l’attuale capo dello Stato e il più insidioso dei suoi undici sfidanti: Flávio Bolsonaro, figlio 45enne dell’ex leader Jair, in carcere per il tentato golpe del 2022 dopo aver perso le scorse presidenziali sempre contro Lula. Di fronte all’accusa via social – smentita dall’interessato e da più parti – di volerle sottrarre il titolo di patrona della nazione, il candidato dell’ultra-destra, di fede evangelicale, ha alzato ulteriormente i toni, parlando di «complicità» dei vescovi, che hanno risposto con una netta smentita e un invito al rispetto.
Il “caso Aparecida” è l’ultimo segnale dell’affanno dei duellanti, incapaci di rompere il “pareggio tecnico” rilevato dai sondaggi. Il progressista Lula, in realtà, era partito in vantaggio. Tanto da accarezzare il sogno di raggiungere la metà più uno dei consensi già al primo turno di domenica, sottraendosi al ballottaggio del 25 ottobre. Da oltre un mese, però, le rilevazioni sottolineano lo sfibrante testa a testa tra i due rivali, con oscillazioni minime che danno un effimero vantaggio ora all’uno, ora all’altro. Di fatto, entrambi si aggirano intorno al 35-40 per cento mentre gli altri dieci aspiranti si dividono la manciata di preferenze restanti, al netto degli indecisi. Nel clima iper-polarizzato, la quota di questi ultimi è estremamente ridotta: meno del 4 per cento anche se un quinto degli elettori non esclude di cambiare in extremis la propria scelta. Nell’intento di incrinare a a proprio vantaggio la bilancia, ha puntato sul proprio serbatoio tradizionale, i più poveri.
Lo stop delle scommesse online è stato preceduto dall’incremento del 15 per cento del programma di aiuti ai più poveri, Bolsa Familia. Misure definite «demagogiche» dallo sfidante che promette «un reale miglioramento» delle condizioni di vita «dell’intera popolazione». In realtà, a parte il nodo strutturale dell’enorme debito pubblico – 82 per cento del Pil -, l’economia cresce a tassi maggiori degli Usa, l’inflazione è sotto controllo e la disoccupazione al minimo storico. Nonostante l’egemonia del centro-destra al Congresso, l’attuale governo, inoltre, ha mantenuto le promesse di riformare il fisco – con l’abbassamento delle tasse a settori popolari e classe media compensata da aumenti per gli ultraricchi – e ridurre la settimana lavorativa.
A differenza d’inizio anni Duemila, tuttavia, i buoni risultati non si traducono in un gradimento massiccio nei confronti del presidente in carica. L’economista Kyla Scanlon parla, proprio come per l’Amministrazione di Joe Biden, di “vibecession”: un divario tra i dati macroeconomici e la percezione dei consumatori, dovuta a un generale incremento del costo della vita dopo la pandemia. A 80 anni e con tre mandati alle spalle, Lula affronta, dunque, la partita forse più difficile della propria lunga e turbolenta carriera politica. Anche perché nella squadra avversaria non c’è solo Bolsonaro jr ma il “grande elettore del Nord” ovvero Donald Trump. Il Gigante – con oltre 200 milioni di abitanti e 158 milioni di elettori – è il banco di prova finale della “Dottrina Donroe”, la riedizione in salsa Maga del progetto di egemonia emisferica elaborato, nel 1823, da James Monroe.
Fin dal ritorno al potere, Trump ha fatto “dell’opzione continentale” una priorità, ridisegnando il paesaggio politico dello spazio politico tra il Rio Bravo e la Terra del Fuoco. Nel giro di 18 mesi, su otto consultazioni, sette sono state vinte dall’estrema destra. All’interesse del tycoon contribuisce – e non poco – l’abbondanza di materie prime e risorse strategiche del “cortile di casa”. Proprio il Brasile ha la seconda maggior riserva mondiale del pianeta di terre rare. Non sorprende, dunque, il sostegno esplicito del tycoon al primogenito «dell’amico Jair». A giugno, su Truth, ha parlato delle imminenti presidenziali come «la prova delle prove per fare le Americhe di nuovo grandi». Poco dopo, ha calato l’asso dei dazi sulle importazioni dal Paese, aumentandoli del 25 per cento. Ci aveva già provato l’anno scorso, per salvare Bolsonaro padre «dalla caccia alle streghe giudiziaria», ma il rincaro – del 50 per cento – era stato annullato dalla Corte Suprema.
Nel frattempo, nel “colosso del Sud” è sbarcato il “Rockbridge network”, organizzazione conservatrice creata dal vicepresidente Usa JD Vance che riunisce investitori, imprenditori dell’high tech, influencer e lobbysti. L’attivismo Maga, però, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Il leader dell’ultradestra s’è visto scippare uno dei propri cavalli di battaglia – il nazionalismo – da Lula che non perde occasione di rilanciare l’appello alla difesa dalla sovranità contro le «ingerenze straniere». Forse anche per questo, negli ultimi tempi, il meno radicale dei figli di Jair Bolsonaro ha moltiplicato i riferimenti al dovere di «tutelare i valori tradizionali» e «salvare il Paese” dal “male assoluto della sinistra» in modo da mobilitare la base evangelicale, zoccolo duro del proprio elettorato. La campagna, già avvelenata, ha assunto toni sempre più feroci. Ad arroventare il clima ha contribuito il maxi-scandalo di corruzione legato al Banco Master e alla sua guida Daniel Vorcaro che non solo ha colpito politici di entrambi gli schieramenti, tra cui lo stesso candidato di estrema destra. Ma ha perfino toccato la Corte Suprema e il giudice-simbolo della difesa della democrazia dagli eccessi bolsonaristi, Alexandre de Moraes, artefice della condanna di Jair e, per questo, sanzionato da Trump. In un simile contesto, l’esito delle urne non è mai stato così incerto. Ogni previsione – come ha detto l’analista Thomas Traumann – equivale «al lancio di una moneta».
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