San Francesco e il canto che lo accompagnò fino in Paradiso
Nel palazzo del vescovo Guido II al santo di Assisi arrivano notizie sul suo stato di salute: mancano ormai pochi giorni alla fine della sua vita. Nasce allora la "lassa di sorella Morte"
Le ultime settimane di vita di Francesco, durante le quali fu ospite nel palazzo del vescovo Guido II, furono per più motivi attraversate da tante tensioni. Eppure, egli visse tutto ciò con fede e grande serenità di spirito! Un frate gli rivelò quali fossero le sue reali condizioni di salute e come gli restasse poco da vivere: «Ebbene, se la morte è imminente – rispose –, chiamatemi frate Angelo e frate Leone, affinché mi cantino di sorella Morte». Fu allora che, «innanzi all’ultima strofa, egli inserì la lassa di sorella Morte». Furono giorni, quelli, avvolti dal canto, nei quali egli «si faceva cantare spesso durante il giorno dai compagni le Laudi del Signore»; non solo, lo stesso accadeva «anche di notte», al punto che frate Elia pose a Francesco la questione se quel modo di agire si rivelasse opportuno, dal momento che la gente avrebbe potuto fraintendere, ritenendolo un modo superficiale di avvicinarsi al grande passaggio; egli però gli rispose: «Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle sue Laudi in mezzo ai miei dolori, poiché, con la grazia dello Spirito Santo, sono così strettamente unito al mio Signore che, per sua misericordia, posso ben gioire nell’Altissimo!». Ha ragione, dunque, Tommaso da Celano quando afferma che il Santo «attese la morte cantando». Con parole e gesti, Francesco non cessò dunque d’insegnare ai frati, cosa che – generazione dopo generazione – continua a fare tuttora. Capace come fu di guardare in faccia la morte e di alzarsi sopra i calcoli umani che altri facevano intorno al suo corpo, egli seppe trasmettere una straordinaria esperienza di fede. Chiamò la morte «sorella», reintegrandola così nel suo universo interiore, perché è attraverso di essa che si supera la soglia del tempo e si entra nell’eternità; la chiamò «sorella» e l’attese cantando: non con angoscia di fronte a un possibile vuoto, ma fiducioso in un incontro da tempo desiderato; non con il dubbio corrosivo di andare verso il nulla, ma certo d’incamminarsi verso Qualcuno, verso l’incontro con l’«altissimo Signore». Di fronte al dolore e alla morte l’uomo non mente ed è allora – come si suol dire – che si vede di che legno sono fatte le croci. È quella la prova del nove di ogni umana esistenza. In quei momenti, Francesco dette alta prova di sé, mostrando che la fede aveva davvero cambiato la sua vita, poiché o cambia la vita o la fede non è. Una fede che gli aveva consentito di crescere in umanità: quell’uomo giovane che vent’anni prima appariva essenzialmente concentrato su di sé, era ora interamente proiettato verso gli altri, oltre che capace di comunicare anche uno specifico indirizzo educativo. Quel che dobbiamo chiederci, perciò, è se la fede ha cambiato davvero la nostra vita, soprattutto se ha cambiato il nostro modo di guardare alla morte, giacché è il modo in cui guardiamo alla morte che muta il nostro approccio alla vita. Non dice infatti l’Apostolo, «se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15,32)? Sapere che la nostra vita non termina qui darebbe a tutti una marcia in più!
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