L'asino è l'animale più francescano di tutti
Da Francesco al suo dotto discepolo Antonio da Padova, il somarello ha un ruolo simbolico importante: ricorda, anche attraverso un miracolo, come con la sapienza delle cose semplici è possibile riconoscere il vero bene

Ho sempre avuto una sfrenata passione per due animali, gli asini e gli ippopotami. Li cercavo sotto molte forme e dimensioni come oggetti – che fossero però ben riconoscibili – e non sapevo perché. Capivo solo che mi davano conforto e calore, uno strano senso di dolcezza e in fondo una lezione di onesta umiltà: erano bestie brutte e non molto considerate, ma anch’io ero grassoccia e bruttina – e tuttavia piuttosto orgogliosa. Non erano nobili creature come i loro amati e rispettati «parenti», cavalli ed elefanti; si accontentavano di essere buffi e di piacere ai bambini. In verità le scelte di un bambino sono molto misteriose: mi ricordo ancora l’amore immediato che mi travolse a quattro anni, quando per il mio compleanno, davanti agli scaffali di una libreria di fortuna ricavata nella cornice di una porta chiusa, mi fu presentato da madre, padre e zie assortite un enorme leone di pezza: mi parve talmente bello, forte e autorevole che immediatamente lo scelsi come padre (ma il bel leone purtroppo finì acciaccato durante il bombardamento che colpì la nostra casa nel 1944, e io molto delusa non ne volli più sapere…).
Ippopotami e asini invece non ti tradiscono, e non c’è niente che li trasformi davvero: brutti ma caldi sono, e tali rimangono, anche se perdono il pelo o un orecchio. Così, raccolsi un po’ alla volta molti ippopotami di varie misure e colori (e molti me ne regalarono, amici vari e soprattutto mia figlia); ma infine capii che la mia bestia araldica non poteva che essere l’asino, il ciuco, il burro spagnolo, infine – ed ecco la mia parola prediletta – il somaro. Somari o somarelli, se ci si fa caso, si trovano dappertutto, umilmente a disposizione. Giusto per ricordare un paio di esempi ben noti, basti pensare all’asino che sta insieme al bue, Maria e Giuseppe nel presepio, in adorazione (e anche per scaldare il Bambino); ancora con Maria e Giuseppe per scappare in Egitto; con Gesù per entrare a Gerusalemme. Ma in realtà allora erano consueti elementi del paesaggio, dappertutto, mescolati alla gente: erano un usuale mezzo di trasporto.
E così mi sono trovata a riflettere su come ci stavano bene i miei somarelli in compagnia dei nostri grandi santi popolari del Duecento, quelli che nella mia mente vedo come fratelli gemelli – per statura morale, per santità e sapienza – Francesco di Assisi e il suo discepolo Antonio il Portoghese, detto Antonio da Padova. Tutto il mondo li conosce e li ama; e le due grandi basiliche a loro intitolate splendono ad Assisi e Padova come gemme fra le meraviglie d’Italia. Ma mentre Ignazio di Loyola lo vedo a cavallo, tutto immerso in alte meditazioni, sguainare la spada di raffinate analisi interiori, questi due vanno a piedi, salmodiando a voce alta: ma insieme a loro e ai loro compagni, come non scorgere sullo sfondo qualche umile asinello che tira la carretta ed è necessario per trasportare pietre e pesi di ogni genere, servitore buono a tutto e sempre utile? Nella oggettiva vicinanza dei tempi in cui sono vissuti, l’affinità spirituale di Francesco e Antonio si impone naturalmente; da entrambi sgorga quel calore e quella sapienza generosa del bene che invita ogni cuore ad aprirsi e a far sgorgare il pentimento. Ma il bene si apre la strada nei cuori per le vie dell’esperienza e del quotidiano: e cosa c’è di più quotidiano – ma anche di più misterioso – dell’asino nella sua stalla? L’asino silenzioso che incassa colpi, lavora sempre e protesta poco(«non raglia mai senza un buon motivo – ripete il mio amico Silvano, che li alleva – basta ascoltarli davvero»).
D’altronde, dice sant’Ambrogio: «Noi tutti cristiani siamo gli asinelli del Signore, lieti perché portiamo i suoi misteri…»; ed entrambi, Francesco e Antonio, non chiamavano il loro corpo, chiamato a sforzi eccessivi, a una continua tensione fisica e intellettuale (sono morti entrambi giovani, Francesco a 45 anni, Antonio a soli 36), «frate asino»? Antonio è molto dotto, molto preparato – ed è un oratore nato. Quando Francesco scopre le qualità e la solida sapienza teologica di questo ignoto frate portoghese, in breve tempo ne fa uno dei suoi uomini di fiducia, e lo manda a predicare in Romagna, dove l’eresia catara si sta pericolosamente diffondendo, e in seguito per un paio d’anni nella Francia meridionale, in Provenza e in Linguadoca. E fu a Rimini (o forse, dicono alcuni, a Tolosa, negli anni francesi), che avvenne il miracolo dell’asina (chiamata anche mula), che Donatello ha illustrato nel famoso straordinario bassorilievo che sta sull’altare grande della basilica di Padova, ed è uno dei quattro dedicati ai miracoli del santo.
C’era un uomo a Rimini, un mercante molto sicuro di sé, che si mise a discutere con Antonio a proposito dell’Eucarestia, negando il dogma della presenza reable di Cristo. E poi propose una prova: avrebbe fatto digiunare la sua asina per tre giorni; dopo i tre giorni, lui le avrebbe offerto della biada, Antonio invece un’ostia consacrata. E tutti avrebbero potuto constatare l’ovvia scelta dell’animale. Giunto il momento, di fronte a una gran folla, l’asina disdegnò la biada e si inginocchiò davanti all’ostia offerta dal santo. E Donatello, da grande artista, capisce tutto: fa proprio dell’asina la vera, nobile protagonista della scena, non gli esseri umani. Il suo corpo robusto ed elegante si impone in primo piano, e si esibisce sulle ginocchia piegate in uno spettacolare inchino di reverenza e di umiltà, dominando lo spazio intorno affollato di persone e lo sfondo virtuosisticamente inquadrato in una splendida e raffinatissima prospettiva rinascimentale, forse ispirata a un modello di Leon Battista Alberti.
Ma l’amico asino, come scoprii durante il mio primo viaggio in Artsakh (nome reale del Nagorno-Karabakh), era anche l’animale araldico di quella piccola repubblica indipendente – oggi purtroppo scomparsa. Mi invitarono là una prima volta nel 2015, per inaugurare – nell’occasione del centenario – il monumento al genocidio nella loro capitale Stepanakert, una cittadina vivace posta al centro di un’ampia vallata dal clima particolarmente mite. Era una primavera di montagna nel Caucaso, tutta un rigoglio di fiori e dell’eco cristallina del vivace scorrere dei ruscelli dopo il disgelo. Non posso ricordare quei giorni che con una disperata stretta al cuore. Nostalgia e rimpianto: penso alla cattedrale del Santo Salvatore a Shushi, che mi portarono a visitare, isolata e bianchissima sulla grande spianata. Nel negozietto di fronte trovammo tanti asinelli fatti a mano cuciti da mani operose, ogni musetto diverso dall’altro, con pezzettini di tappeto sulle groppe come piccoli basti; oppure in bella vista su bandierine e gagliardetti; o anche riprodotti su immagini sacre a far compagnia ai santi. Ci presero il cuore, e ce ne portammo via tanti; ma a loro demmo immagini di Antonio, «il santo col fiore di giglio in mano» (particolare che fu molto apprezzato). E così in me la realtà fedele e concreta, faticatrice e umile dei somarelli del Caucaso si è legata per sempre alla fede altrettanto umile e ardente del mio santo Antonio e del suo padre Francesco; la dottrina del primo non essendo per lui un privilegio ma un servizio, come anche le stigmate del secondo...
E qui vorrei concludere con una mia recente, appassionante lettura:, Bravo, burro!, il breve, straordinario romanzo di John Fante, che non è solo un libro per ragazzi, come viene proposto di solito, ma un caldo dono di saggezza e di fede nell’impossibile, di cui è vivente prova El Valiente, l’asino che è il vero protagonista: la forza di una natura angelica e generosa che opera per il Bene sotto l’aspetto di saggio e coraggioso somarello.
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