Dare ai figli la libertà di cavarsela da soli
Educare non significa tenere i figli al riparo dalla vita in attesa che diventino grandi. Significa permettere loro di incontrarla, poco alla volta

Comincia quasi sempre con un gesto d’amore. Un bambino non riesce ad allacciarsi le scarpe e il padre lo fa al posto suo, perché si è fatto tardi. Dimentica il quaderno e la madre corre a portarglielo a scuola. Litiga con un compagno e i genitori intervengono subito, perché non soffra. Poi quel bambino cresce, ma continua a essere accompagnato, protetto, sorvegliato. Niente autobus, niente bicicletta, pochi spostamenti in autonomia. Il telefono consente agli adulti di sapere sempre dove si trova. Ma proteggerlo da ogni errore rischia di impedirgli di scoprire quanto sia capace di cavarsela. Il problema non è la cura, ma una cura che occupa tutto lo spazio, fino a sottrarlo all’esperienza. Tutti vorremmo risparmiare ai figli fatica, paura, errori e delusioni. Eppure crescere significa affrontare l’imprevisto, accettando che non tutto possa essere controllato. Vuol dire assumersi responsabilità, compiere scelte e sperimentare, poco alla volta, la propria autonomia. Per diventare autonomi serve allenamento. Non si può aspettare l’adolescenza per concedere nuove libertà e pretendere che un ragazzo, una ragazza sappia improvvisamente cavarsela. La responsabilità si costruisce prima: vestirsi, riordinare la stanza, contribuire alle faccende domestiche, preparare lo zaino; poi fare una commissione, raggiungere un amico, prendere un mezzo pubblico, gestire qualche risparmio e organizzare il proprio tempo. Non esiste un’età giusta per tutti. Contano la maturità, il contesto familiare, la sicurezza dei luoghi e le competenze acquisite, ma il principio dovrebbe restare lo stesso. Ciò che un figlio è in grado di fare non dovrebbe essere fatto da un adulto al suo posto.
Educare, come insegna Maria Montessori, significa aiutare un bambino a fare da solo. Prima gli mostro come si fa, poi lo facciamo insieme, infine lo lascio provare. Non scompaio e non lo abbandono. Rimango abbastanza vicino perché possa chiedere aiuto, abbastanza lontano perché scopra di non averne bisogno. Lasciare fare richiede tempo e pazienza. Un bambino che impara è più lento, può dimenticare qualcosa, sbagliare, sporcarsi o cadere. L’adulto potrebbe risolvere tutto in pochi minuti. Ma, intervenendo al suo posto, gli impedisce di provare, correggersi e trovare una soluzione. Esiste una differenza decisiva tra esporre un bambino a un pericolo e consentirgli un rischio proporzionato. Lasciarlo solo in una strada trafficata è da irresponsabili, oltre che pericoloso. Permettergli di precederci per un tratto conosciuto, dopo avergli insegnato ad attraversare, è un’esperienza di autonomia. Consentire a un ragazzo di prendere un autobus, dopo aver studiato insieme il percorso, è educazione.
Accettare un margine di rischio non significa essere incoscienti. Richiede, al contrario, di conoscere il proprio figlio, valutare il contesto e stabilire uno spazio di libertà adeguato alle sue capacità. Significa essere presenti senza occupare tutta la scena. La fiducia in sé non nasce perché gli adulti ripetono a un bambino che è capace, ma perché egli sperimenta di poter affrontare un compito. Imparare a orientarsi, risolvere un contrattempo o tollerare una sconfitta produce una conoscenza di sé che nessuna rassicurazione può sostituire. Negli ultimi decenni abbiamo organizzato e sorvegliato ogni momento dell’infanzia. Il gioco è diventato un’attività programmata, gli spostamenti sono quasi sempre mediati dall’automobile, persino le relazioni tra coetanei vengono monitorate. Lo smartphone ha rafforzato questa tendenza, permette di sapere dove sono i nostri figli e intervenire subito. Possiamo sapere dove si trovano, ma questo non insegna loro a trovare la strada. Il punto non è riproporre l’infanzia di qualche decennio fa. Non tutte le strade sono sicure e non tutti i bambini possiedono le stesse competenze. Un minore con disabilità, difficoltà attentive o vulnerabilità emotiva può aver bisogno di tempi e forme di supervisione differenti. Autonomia significa individuare, per ciascuno, il passo successivo possibile. Il problema nasce quando quel passo non viene cercato e l’aiuto diventa sostituzione, la prudenza immobilità e la supervisione non si riduce dopo che il figlio ha mostrato competenze adeguate.
Dovremmo allora porci una domanda concreta: che cosa è pronto a fare oggi mio figlio che ieri non sapeva fare? Non che cosa posso controllare meglio, ma quale nuova responsabilità posso affidargli. Educare non significa tenere i figli al riparo dalla vita in attesa che diventino grandi. Significa permettere loro di incontrarla, poco alla volta. La protezione necessaria cambia nel tempo: all’inizio contiene, poi accompagna, infine lascia spazio. Non possiamo impedire che, prima o poi, i nostri figli cadano. Possiamo però insegnare loro a scegliere dove mettere i piedi, a rialzarsi e a capire quando è il momento di chiedere aiuto.
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